La storia felice degli aborigeni australiani

Quando la First Fleet (nome dato alla flotta di 11 navi britanniche che approdarono nel continente australe, ndr) apparve nella baia di Sidney nel 1788 con a bordo galeotti e coloni britannici, gli aborigeni che vivevano lungo la costa rimasero terrorizzati. Pensarono che le grandi navi fossero giganteschi uccelli o mostri e che le figure che si arrampicavano sugli alberi fossero diavoli. Un ufficiale scrisse che “i nativi impauriti correvano sulla spiaggia in preda al panico. Poi si caricarono le canoe in spalle e fuggirono nei boschi con i bambini”. Ma nel giro di pochi anni, sebbene un’epidemia di vaiolo avesse dimezzato la popolazione indigena, gli aborigeni della zona di Sidney si erano adattati alla novità. Accompagnavano gli inglesi nei loro viaggi nell’interno   – dove non erano mai stati – assistendo alla fondazione di nuovi insediamenti e contribuendo all’esplorazione di nuove frontiere.

Un interscambio    culturale

QUESTO ASPETTO finora poco noto della storia coloniale australiana ci induce a considerare in maniera diversa l’impatto dell’occupazione europea. “Mostra come gli aborigeni parteciparono alla società coloniale”, dice il dottor Keith Vincent Smith, curatore di una mostra presso la Biblioteca Pubblica del Nuovo Galles del Sud. “E mostra anche la loro incredibile adattabilità”. Vincent Smith ha portato alla luce la storia di 80 uomini e donne che viaggiarono assieme ai coloni britannici e ai capitani delle navi si Sua Maestà. Tra questi Bundle, 10 anni, orfano, che salpò alla volta   dell’isola di Norfolk con il capitano William Hill nel 1791. Tra quanti seguirono le orme di Bundle – molti per dare la caccia alle balene e alle foche – c’era Tom Chaseland, che sposò la sorella di un capo Maori e divenne il più famoso ramponiere della Nuova Zelanda. Chaseland, figlio di un colono inglese e di una aborigena, era un veterano avendo effettuato oltre venti viaggi per mare, più di qualsiasi altro marinaio aborigeno. Si dice che avesse una vista tale da vedere una balena prima e meglio di chi scrutava il mare con il cannocchiale. Convolò a nozze con Puma, sorella di un grande capo di nome Te Matenga Taiaroa. Scoprì anche, non lontano dall’attuale Dunedin, gli ossi fossilizzati di un moa, il grande uccello estinto non volatore, che furono inviati a Londra e sono tuttora esposti al museo di Storia naturale   . Per millenni gli aborigeni che vivevano lungo la costa erano stati abili canoisti. Infatti uno dei pezzi forti della mostra è la copia esatta di una tradizionale canoa aborigena in corteccia di eucalipto.    I primi abitanti dell’Australia erano apprezzati anche come guide, mediatori, pescatori e cacciatori. In mare collaboravano con l’equipaggio britannico al punto che i marinai inglesi impararono la lingua e la cultura degli aborigeni e gli aborigeni impararono l’inglese e le tradizioni della Gran Bretagna. “Ci fu un vero e proprio interscambio culturale”, commenta Vincent Smith. “Gli aborigeni bevevano, bestemmiavano e se la spassavano con i marinai britannici”. Gli indigeni avevano ribattezzato “marinawi”, che significa “grande canoa”, la nave più grande della First Fleet, la Sirius armata   con 20 cannoni, e “narang nawi” (piccola canoa) la più piccola, la Supply, armata con otto cannoni. Per alcuni anni i lvecchio e il nuovo convissero senza problemi come dimostra un acquerello del 1804 attribuito all’ex galeotto John Eyre che ritrae la baia di Sidney che brulica di navi e canoe. Gli aborigeni della costa contribuirono anche a creare il primo redditizio commercio dell’Australia: l’esportazione di pelli di foca, olio di foca, olio di balena e ossa di balena. Grazie alla loro vista, alla forza fisica e all’abilità come ramponieri, gli aborigeni erano particolarmente adatti per la caccia alla balena.

Un’avventurosa    coppia di sposi

GLI ABORIGENI accompagnarono i britannici in viaggi epici in Sudamerica, in India, in Canada, nel Pacifico meridionale, in California e in Inghilterra. Tra questi avventurosi viaggiatori anche una coppia di sposi, Yeranabie e Worogan, che rimasero in mare per 11 mesi, e Bungaree, che si unì alla spedizione di Matthew Flinders che circumnavigò il continente a bordo della Investigator. Oltre ad essere il primo aborigeno a circumnavigare l’Australia, Bungaree visitò anche Timor e le Mauritius. Un altro grande   marinaio fu Bennelong, che nel 1792 accompagnò il governatore Arthur Philip in Inghilterra e, secondo alcuni, fu presentato a re Giorgio III. Bennelong rimase due anni a Londra, ma al suo ritorno gli fu difficile reinserirsi nella società coloniale e cominciò a bere. Durante la sua assenza sua moglie se ne era andata con un altro uomo. Gli aborigeni erano   anche abilissimi nel trovare l’acqua, prendere i pesci, piazzare le trappole per i canguri e dare la caccia ai galeotti che si davano alla fuga. Inoltre diedero un forte contributo all’esplorazione del continente e alla creazione di nuovi insediamenti. Contribuirono alla fondazione degli insediamenti di Hunter River (nei pressi dell’odierna città di Newcastle, a nord di Sidney) e di Port Dalrymple (in Tasmania). Gli aborigeni che vivevano nell’interno furono reclutati per scovare e catturare gli aborigeni della Tasmania. In segno di gratitudine per il contributo dato alle prime esplorazioni marine dell’Australia, agli aborigeni vennero regalati barche da pesca, terreni e gorgiere in metallo. Ma a volte viaggiavano loro malgrado. I capi ribelli Bulldog e Musquito furono condotti nella colonia penale dell’isola di Norfolk nel 1805 e successivamente in Tasmania, allora nota come Terra di Van Diemen. La mostra, che ospita libri antichi, giornalidi bordo, diari e lettere nonché dipinti   e litografie, elenca gli 80 marinai aborigeni che parteciparono in totale a 123 spedizioni nei primi 60 anni della presenza europea in Australia con l’indicazione delle date, dei nomi delle navi e delle destinazioni. Vincent Smith commenta: “Si tratta di un capitolo non scritto della storia dell’integrazione culturale nel Nuovo Galles del sud e dimostra che gli aborigeni furono accettati, almeno in quella parte della società. Inoltre appare chiaro che avevano il desiderio e la capacità di sopravvivere. Gli aborigeni furono depredati delle terre e falcidiati dall’epidemia di vaiolo. Eppure, malgrado le circostanze avverse, riuscirono a ricostruirsi un’esistenza”.

di Kathy Marks

Copyright The Independent

traduzione di Carlo Antonio Biscotto

Un danzatore aborigeno (FOTO ANSA)

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