TRIBUNALE ELETTORALE: L’avvocato che difende i brogli elettorali.

 
Il presidente Cota porta alcune migliaia di persone a Torino contro i ricorsi al Tar e per la difesa della “volontà popolare”

     Un palazzone color pastello e pietra in corso Stati Uniti: austerità sabauda e rigore della legge. Le elezioni regionali del Piemonte si decideranno qui, nella sede del Tar.    Politologi, commentatori e sociologi avevano perlustrato tutta la regione alla ricerca delle radici del trionfo: dalle periferie operaie di Torino alle cittadine della pianura passate dalla povertà contadina a una ricchezza godereccia. Si era parlato di una Lega “comunista”, capace di reclutare gli operai ex Pci di San Salvario. Di una sinistra vicina alle sale del potere, alla lobby bancaria e culturale. Ma l’ultima parola spetterà a un giudice solo in una stanza di pochi metri, per una terra di 4 milioni e mezzo di abitanti per 25 mila chilometri quadrati. “Un golpe giudiziario”, ha sentenziato il neopresidente Roberto Cota che in tre mesi di governo ha già imparato gli slogan del Capo (non Umberto, ma il   Cavaliere). Lo stesso Cota che nei giorni scorsi sarebbe salito al Quirinale per far presenti i rischi di una soluzione “giudiziaria” del voto, sussurrando di problemi di ordine pubblico se non si fosse rispettata la “volontà popolare”. Un’altra lezione presto imparata dal Capo. Proprio quel Cota che rappresenta lo schieramento sceso ieri in piazza armato di fiaccole e slogan. Forse non un bagno di folla, comunque quasi quattromila persone arrivate da tutto il Piemonte con pullman e auto, riuniti dietro lo striscione “Giù le mani dal voto”. Li vedi sbucare in piazza Arbarello, a due passi dal Duomo, alle nove di sera. C’è Olga, che per darsi un tocco   popolare si definisce casalinga, ma è anche moglie di un imprenditore mica tanto piccolo. Ci sono Mario, Ugo, Attilio, con quei volti scuri e le mani spesse di chi viene dalla campagna. Una volta erano i moderati anche se oggi ascoltandoli stenti a crederci. Gli slogan sono gli stessi del consueto repertorio leghista: “Seccessione! Seccessione!”. Qualcuno osa di più: “Oggi le fiaccole, domani i fucili”. La riservata Torino, affacciata alle finestre, guarda le bandiere che insieme suscitano entusiasmo e inquietudine. E per questo non convincono l’anima più moderata del centrodestra: “Così spaventiamo la gente”.   Elezioni decise dal Tribunale, sembra un assurdo, ma la colpa non è del magistrato. Se c’è un responsabile, sempre che le accuse siano confermate, è piuttosto chi ha presentato candidati e firme degni di un film di Totò.

   Così ecco il rischio concreto che si torni a votare. Del resto non si può andare avanti in questo limbo: “In tre mesi il Consiglio

  Regionale non ha prodotto una legge o una delibera. Sono paralizzati dall’idea che si torni tutti a casa”, racconta Mariano Turigliatto (Verdi). Il Piemonte, di fatto, oggi è una regione commissariata: per smentirlo non bastano l’alluvione di comunicati stampa della Giunta Cota, né gli interventi televisivi del Presidente che già traccia bilanci trionfalistici. Così il Piemonte si ritrova al centro della politica italiana. Non soltanto perché si riaprirebbe la lotta alla presidenza. No, in gioco c’è molto di più. Il centrodestra andrebbe a una verifica dopo gli scandali degli ultimi mesi e il disastro della nomina di Aldo Brancher.   Insomma, è facile indicare chi avrebbe più da perdere. Più difficile è prevedere chi ci guadagnerebbe: “Se si tornasse al voto, non sarebbero neppure pochi i problemi e le contraddizioni nel centrosinistra”, commenta Ettore Boffano di Repubblica. Qui di nuovo il caso Piemonte diventa nazionale perché è la proiezione in scala ridotta di quello che accadrebbe se Berlusconi   cadesse. Il Pd e i suoi alleati (ma quali, poi?) non sono pronti. Basta andare nelle sezioni che tre mesi fa erano affollate di militanti e candidati. Oggi è il deserto: manifesti sbiaditi, bandiere ammainate. È lo specchio di uno schieramento che non esiste più, che il giorno dopo la sconfitta si è sfaldato in preda a lotte intestine, vendette e mea culpa appena sussurrati. Del resto anche il candidato, quella Mercedes Bresso già indicata come campione di un centrosinistra di governo, si è data alla macchia. Prima ha presentato il ricorso, poi, dopo una trattativa con Cota, ha pensato bene di ritirarlo in cambio di una poltrona a Bruxelles. Lei, Mercedes, ha smentito: “Non c’è stato nessun baratto, tanto è   vero che i ricorsi degli altri partiti restano in piedi anche senza di me. E’ una questione politica”, prova a spiegare. Poi racconta: “Cota mi ha spiegato che la questione del ricorso lo delegittimava e rendeva impossibile il dialogo. Poi è arrivata la proposta: io ritiravo la firma e Cota avrebbe dato il via libera alla mia riconferma perché ci teneva che il Piemonte avesse quell’incarico”. Se non è un baratto, ci somiglia.

   Ecco il punto: “La speranza di tornare a votare serve per tenere accesi gli animi del centrosinistra”, spiega Turigliatto, “ma se davvero si andasse alle urne, la decisione metterebbe a nudo il Pd e i suoi alleati”. Una cosa è certa sulle rive del Po: Bresso non sarebbe il candidato del centrosinistra. E allora chi? Ma

  lui, senza dubbio, Sergio Chiamparino, il sindaco di Torino che tra un anno dovrà lasciare la poltrona. L’unica incognita è l’interessato. Bruno Badando – il Roberto D’Agostino di Torino, mai tenero con il sindaco – la spiega così: “Forse in Chiamparino ha fatto breccia la convinzione di riuscire a giocare una partita sulla ribalta del Paese, fatto sta che è tornato a vestire i panni usuali del Temporeggiatore”. E poi: è tutto da vedere se Chiamparino riuscirebbe a vincere alla guida di uno schieramento che si dilania già nella lotta per le primarie per il sindaco, che si divide tra sostenitori e avversari di Piero Fassino. Per non   dire della scelta degli alleati, una coperta troppo corta: da una parte i moderati, dall’altra No-Tav e Lista Cinque Stelle di Beppe Grillo, verso i quali Chiamparino ha avuto, se possibile, posizioni meno dialoganti della Bresso. Davide Bono, consigliere eletto per la lista Grillo, è chiarissimo: “Chiamparino è uguale alla Bresso”. Aggiunge: “Da una parte c’è il centrosinistra: nel 2005 ha vinto e ha taciuto, nonostante ci fossero state le stesse irregolarità. Dall’altra c’è Cota che manifesta contro una sentenza. E’ tutto paradossale. Se si votasse noi aumenteremmo i voti, ma dispiace spendere altri 30 milioni di euro”.   Per non dire delle disquisizioni sull’anima del centrosinistra (piemontese, ma non solo). Vito Toniolo, operaio in pensione che si aggira per corso Unione Sovietica con il quotidiano Libero sotto braccio, le liquida così: “Il centrosinistra ricorda le sue origini operaie a pochi giorni dalle elezioni quando torna ai cancelli di Mirafiori”. E Vito punta lo sguardo su questa strada che sembra non finire mai, grigia anche nei giorni d’estate che lontano vedi le Alpi: “Andate a farvi un giro per le periferie, troverete soltanto sezioni della Lega e di quei quattro gatti dei comunisti”.  

   Ma gli slogan, la luce delle fiaccole non devono andare oltre il portone di legno del Tar. “Qui – per dirla con Diego Novelli, ex sindaco rimasto nella memoria dei torinesi – non si devono fare calcoli di convenienze politiche. Siamo ancora in uno stato di diritto”. Ecco il nodo vero della questione: si deve applicare la legge, che è uguale per tutti. Anche e soprattutto per questo il caso Piemonte riguarda l’Italia. 

 

  di Ferruccio Sansa IFQ

  La testa del corteo di ieri sera a Torino (FOTO FABIO BUCCIARELLI)

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