

Informazione+Cultura=Più libertà





Il 12 marzo il Fatto rivela che la Procura di Trani, indagando su una truffa di carte di credito a tassi usurari, ha intercettato Minzolini e Innocenzi che parlano con Berlusconi. Il direttore del Tg1 concorda col premier come neutralizzare le rivelazioni di Spatuzza. Innocenzi è un ex dirigente Fininvest, ex sottosegretario, ora membro dell’Agcom, l’autorità che dovrebbe essere indipendente per garantire libertà e pluralismo nelle comunicazioni. Berlusconi gli dice di “chiudere tutto”, specie Annozero, ma non ama neanche Ballarò e non vuol più vedere Di Pietro in tv né Scalfari e Mauro dalla Dandini. Lo incalza, lo cazzia: roba da stalking. Innocenzi è disperato: “Berlusconi mi fa uno shampoo dopo l’altro e mi manda a fare in culo tre volte al giorno”. La sua missione è portare l’Agcom a dare alla Rai il pretesto giuridico per oscurare Santoro o impedirgli di parlare dei processi a Berlusconi. Innocenzi mobilita altri commissari. Preme sul presidente Calabrò perché diffidi la Rai minacciando per Santoro multe del 3% sul fatturato (90 milioni!). Concerta strategie col dg Masi, col giudice Ferri del Csm, coi forzisti in Vigilanza, col consigliere Rai Gorla (anche lui ex Fininvest). Minaccia di denunciare Calabrò, che si muove “solo quando deve farsi i cazzi suoi”, mentre col premier è tiepido; o magari di far “chiudere questa cazzo di Agcom” da Tremonti. Dice a Letta di chiamare Calabrò. Istruisce Cosentino e Dell’Utri perché presentino esposti contro Santoro. Prega Berlusconi di commissionare un altro esposto ai carabinieri. Inventa ostacoli ad Annozero: tipo vietare di fare docufiction o di parlare di processi.
Piegato sul suo computer di Lisbona Antonio Tabucchi segue Santoro, Travaglio, Dario Fo, Floris, Luttazzi e gli altri carbonari costretti a discutere di politica nel “rifugio” di Bologna. Paradosso di una società immersa nella comunicazione universale ma con la comunicazione tagliata proprio mentre gli elettori hanno voglia di ascoltare (per decidere il voto) tutte le voci che gli elettrodomestici Rai ammutoliscono per non disturbare il manovratore.
Antonio Tabucchi (FOTO OLYCOM)

La buvette della Camera. La voce “costi di ristorazione” è una delle più alte dopo quella sugli affitti di locazione (FOTO ANSA)

ALIMENTAZIONE – Spesso ci preoccupiamo quando il bambino mangia poco, raramente quando mangia troppo. Se è vero che una dieta insufficiente può portare a deficit di vario tipo (proteine, calcio, ferro, vitamine ed altri nutrienti essenziali alla crescita), di contro, un introito calorico eccessivo determina, dapprima un sovrappeso del bambino e poi, nella maggioranza dei casi, una manifesta obesità.
SEDENTARIETÀ – Oltre all’alimentazione scorretta e squilibrata, non dobbiamo sottovalutare, come fattore di rischio, la ridotta attività fisica o la sedentarietà, frutto di uno stile di vita sbagliato, ma sempre di più frequente riscontro.
FAMILIARITÀ – I fattori familiari non sono meno determinanti dei precedenti. L’obesità, sotto certi aspetti, può considerarsi un problema di natura ereditaria e, sotto altri, una conseguenza di fattori ambientali.
Per quanto riguarda le conseguenze tardive, occorre sottolineare che l’obesità infantile rappresenta un fattore predittivo di obesità nell’età adulta. Oltre ad avere una maggiore predisposizione al sovrappeso/obesità, la persona che è stata cicciottella da piccola, risulta maggiormente esposta a determinate patologie, soprattutto di natura cardiocircolatoria (ipertensione arteriosa, coronaropatie), muscoloscheletrica (insorgenza precoce di artrosi dovuta all’aumento delle sollecitazioni statico-dinamiche sulle articolazioni della colonna e degli arti inferiori, più soggette al carico), conseguenze di tipo metabolico (diabete mellito, ipercolesterolemia ecc), disturbi alimentari, fino allo sviluppo di tumori del tratto gastroenterico.
SE IL BAMBINO È GIÀ GRASSOTTELLOdi Cinzia Confalone Ministero della Salute
Il mattino successivo, alle nove, il Kappler aveva un colloquio con il Commissario di PS. Alianello, che pregava di chiedere, con la massima urgenza, al vice capo della polizia Cerruti se la polizia italiana era in grado di fornire cinquanta persone. Il Cerruti poco dopo gli comunicava che avrebbe mandato da lui il Questore Caruso perché prendesse accordi in merito alla consegna di cinquanta uomini. Alle 9,45 il Caruso, accompagnato dal Ten. Koch, che in quel tempo svolgeva funzioni di polizia non ben definite, si presentava dal Kappler. Questi spiegava ai due come, per completare una lista di persone da fucilare in conseguenza dell’attentato di Via Rasella, aveva bisogno di cinquanta persone arrestate a disposizione della polizia italiana e spiegava i criteri in base ai quali egli aveva già compilato una lista di 270 persone. A conclusione di questo colloquio si stabiliva che il Questore Caruso avrebbe fatto pervenire al Kappler per le ore 13 un elenco di cinquanta persone. Nell’elenco compilato dal Kappler con l’aiuto dei suoi collaboratori numerosi erano i detenuti per reati comuni e gli ebrei arrestati per motivi razziali; fra gli altri poi una persona assolta dal Tribunale Militare tedesco e due ragazzi di 15 anni, dei quali uno arrestato perché ebreo. Alle 12 circa l’imputato si recava nell’ufficio del Gen. Maeltzer il quale, qualche ora prima gli aveva fatto sapere che l‘attendeva per tale ora. Mentre quel generale lo informava che l’ordine della rappresaglia proveniva da Hitler, giungeva il Maggiore Dobrik del battaglione «Bozen», che era stato convocato qualche ora prima. Il Ten. Col. Kappler informava il generale di aver compilato una lista di 270 persone che gli consegnava. A questa lista, diceva, dovevano aggiungersi i nominativi di cinquanta persone che, per le ore 13, gli sarebbero stati dati dal Questore Caruso, scelti fra i detenuti che questi aveva a sua disposizione Complessivamente, quindi, si raggiungeva il numero di 320 persone, pari al decuplo dei militari tedeschi che fino a quel momento erano deceduti.
Il generale Maeltzer, informato dall’imputato dei criteri adottati nella compilazione della lista, si rivolgeva al Dobrik dicendogli che spettava a lui eseguire la rappresaglia con gli uomini che aveva a sua disposizione. Quest’ufficiale esponeva una serie di difficoltà (il fatto che i suoi uomini erano anziani, poco addestrati all’uso delle armi, superstizioni, ecc.) con l’evidente scopo di sottrarsi al compito affidatogli. Due giorni dopo, difatti, il ten. col. Kappler riferiva questo episodio al generale Wolf per fare un addebito al maggiore Dobrik. «Dissi – egli afferma parlando di questo colloquio (voI, VII, f. 37 retro) – che Dobrik, al quale sarebbe toccato di eseguire la fucilazione, si era tirato indietro, e con ciò io presentavo ufficialmente le mie lagnanze contro Dobrik a Wolf. Stante le difficoltà poste dal Dobrik, il Gen Maeltzer telefonava al Comando della 14ma armata e parlava con l’allora Col. Hanser, al quale, dopo aver prospettato quanto detto da quell’ufficiale, chiedeva venisse comandato un reparto di quell’armata per l’esecuzione. L’Hanser rispondeva testualmente. “La polizia è stata colpita, la polizia deve far espiare”. il Gen Maeltzer ripeteva ai due ufficiali presenti questa frase quindi dava ordine al Kappler di provvedere lui all’esecuzione. Congedatosi dal Gen. Maeltzer, il Kappler si portava nel suo ufficio in Via Tasso. Qui chiamava a rapporto gli ufficiali dipendenti e li informava che fra qualche ora avrebbe dovuto eseguirsi la fucilazione di 320 persone in conseguenza dell’attentato di Via Rasella. Al termine della riunione il Kappler impartiva l’ordine che tutti gli uomini del suo comando, di nazionalità tedesca, dovessero partecipare all’esecuzione. Contemporaneamente ordinava al Cap. Schutz di dirigere l’esecuzione e gli dava disposizioni particolari in merito alla modalità dell’esecuzione medesima. «Dissi poi a Schutz – egli afferma (vol. VII f. 29) – che per la ristrettezza del tempo, si sarebbe dovuto sparare un sol colpo al cervelletto di ogni vittima e a distanza ravvicinata per rendere sicuro questo colpo, ma senza toccare la nuca con la bocca dell’arma», Inoltre incaricava il Cap. Kochler di trovare immediatamente, in qualche vicina località adatta per l’esecuzione, una cava «in modo che la stessa potesse essere trasformata in camera sepolcrale, chiudendone gli Ingressi». (vol VII, f 29)
Date queste disposizioni, il Kappler si recava a mensa. Ivi qualche tempo dopo il Cap. Schutz lo informava di aver appreso poco prima della morte di un trentatreesimo soldato tedesco fra quelli rimasti feriti in seguito all’attentato, li Kappler, saputo da quell’ufficiale che nella mattinata erano stati arrestati dieci ebrei, dava ordine a quest’ultimo di includere dieci di questi fra quelli che dovevano essere fucilati. Intanto giungeva a mensa il Cap. Kochler, il quale riferiva al Kappler che la cava per l’esecuzione era stata trovata e che «l’ufficiale del genio, che aveva visto il luogo, riteneva tecnicamente semplice chiudere l’imboccatura della cava stessa» (vol. VII, f. 29 retro). L’imputato si dirigeva subito, assieme al Cap. Kochler, verso il luogo scelto per l’esecuzione. Nel momento in cui il Kappler usciva assieme al Kochler, cioè pochi minuti dopo il colloquio avvenuto fra il primo ed il Cap. Schutz, all’ingresso si trovava un autocarro sul quale quest’ultimo faceva salire le vittime. Queste erano legate, con funicelle, con le mani dietro la schiena. Ad esse nulla era stato detto circa la loro sorte. «Chiesi infine a Schutz – afferma l’imputato nel suo Interrogatorio (vol. VII, f. 31) confermato a dibattimento – se aveva avvertito le vittime della loro sorte: Schutz mi rispose che aveva effettivamente pensato in un primo tempo di avvertirli, ma che poi non lo aveva fatto per evitare che qualche prigioniero del primo autocarro, durante la strada, potesse gridare che era condotto alla fucilazione col probabile risultato che al passaggio degli autocarri si verificassero dei tentativi di liberazione». Il Kappler si recava alla cava scelta dai Cap. Kochler, che trovavasi nella, località delle cave Ardeatine ad un chilometro dalla Porta S. Sebastiano. Ivi giunto ispezionava la cava e, quindi, si riportava all’aperto. Uscito trovava sul Piazzale il primo autocarro di vittime giunto mentre egli trovavasi nell’interno della cava. Mentre egli si aggirava nei pressi delle cave Ardeatine, il Cap. Schutz, il quale, come detto, aveva avuto l’incarico di dirigere l’esecuzione, riuniva gli ufficiali ed i sottufficiali e, spiegate le modalità con le quali doveva essere effettuata la fucilazione delle vittime, diceva che quanti non si sentivano di s parare non avevano altra via di uscita che mettersi al fianco dei fucilati e che che essi avrebbero avuto un colpo.
Quindi s’iniziava l’esecuzione: cinque militari tedeschi prendevano in consegna cinque vittime, le facevano entrare nella cava, che era debolmente illuminata da torce tenute da altri militari posti ad una certa distanza l’uno dall’altro, e le accompagnavano fino in fondo, facendole svoltare in altra cava che si apriva orizzontalmente; qui costringevano le vittime ad inginocchiarsi e, quindi, ciascuno di essi sparava contro la vittima che aveva in consegna. Il Kappler partecipava, una prima volta, alla seconda esecuzione, che egli racconta brevemente. “Vicino l’autocarro – egli dice (voI. VII, f. 31 retro) -presi in consegna una vittima, il cui nome veniva da Priebke cancellato su di un elenco da lui tenuto. Altrettanto fecero gli altri quattro ufficiali. Conducemmo le vittime sullo stesso posto e, con le stesse modalità vennero
fucilate, un po’ più indietro delle prime cinque”. Narrazione analoga dell’esecuzione è fatta dall’imputato Clemens. “Quando sparai io – egli afferma (vol. VII, f. 108) – le cinque vittime furono portate nella cava da soldati noi ci disponemmo dietro e, all’ordine, sparammo un colpo solo. Le vittime erano in ginocchio e, dopo che caddero, alcuni soldati trasportarono i cadaveri verso il fondo delle caverne dove si trovavano già i cadaveri delle prime. lo poi uscii dalla cava e non rientrai più, ma ritengo che le altre esecuzioni siano avvenute allo stesso modo”. Gli altri imputati confermavano sostanzialmente le modalità descritte. Il tetro spettacolo dei cadaveri che, dopo le prime esecuzioni, si presentava alla vista delle vittime, quando queste entravano nella cava e s’inginocchiavano per essere fucilate, è espresso sinteticamente dal teste Amon, il quale fu presente all’esecuzione, ma non sparò perché non ebbe la forza. «Avrei dovuto sparare – egli dice – (ud. del 12-6-1948) ma quando venne alzata la fiaccola e vidi i morti svenni… Rimasi inorridito a quello spettacolo. Un mio compagno mi diede un colpo e sparò per me».
Il completamento della lista delle vittime ![]()
Le vittime dei primi autocarri provenivano dal carcere di Via Tasso, le altre dal carcere di Regina Coeli. lvi si trovava il Ten. Tunath, accompagnato dall’interprete S. Ten. Koffler, del comando di polizia tedesca di Roma, il quale provvedeva a fare avviare alle cave Ardeatine i detenuti del terzo braccio a disposizione dell’autorità militare tedesca. Ultimato il prelevamento di questi detenuti, il Tunath si rivolgeva al Direttore del carcere per avere i cinquanta che erano a disposizione della polizia italiana e che, secondo precedenti accordi, dovevano essere consegnati dal Questore Caruso. Poiché ancora non era giunta la lista se ne faceva richiesta telefonica al Caruso, da cui si aveva promessa di un sollecito invio a mezzo di un funzionario, Il tempo trascorreva senza che giungesse tale lista. Il Tunath telefonava ancora alla Questura e parlava con il Commissario Alianello, al quale violentemente diceva «che se non si mandava subito l’elenco avrebbe preso il personale carcerario» (dich. Alianello, ud. del 26-6-1948). Dopo un pò di tempo il Tunath, stanco di aspettare, incominciava a prelevare dei detenuti in maniera indiscriminata. Poco dopo, sull’imbrunire, arrivava il Commissario Alianello con una lista di cinquanta nomi datagli dal Questore Caruso, che consegnava al Direttore del carcere. Questi cancellava undici nomi, precisamente quelli indicati con i numeri progressivi da 40 a 49 e con i numeri 21 e 27 e li sostituiva con altri undici nomi relativi a persone che già erano state portate dal Ten. Tunath e che non erano comprese nella lista. La cancellatura degli ultimi nominativi della lista era determinata dal fatto che la compilazione di questa era stata fatta iniziando dalle persone ritenute più compromesse per continuare con quelle che si trovavano in posizione migliore, il depennamento dei nomi indicati con i numeri 21 e 27 veniva effettuato invece perché l’una persona era ammalata grave all’ospedale e l’altra non si riusciva a trovarla. Tutti gli imputati prendevano parte all’esecuzione, sparando una o più volte, il Kappler, dopo circa mezz’ora dall’inizio dell’esecuzione e dopo aver partecipato ad una fucilazione, si allontanava recandosi all’ufficio in Via Tasso. Espletate alcune pratiche ritornava alle cave Ardeatine e partecipava ad altra fucilazione. Gli altri imputati rimanevano sul posto sino alla fine dell’esecuzione. Questa aveva termine alle ore 19 circa. Subito dopo si facevano brillare delle mine, chiudendosi in questo modo quella parte della cava nella quale i cadaveri ammucchiati fino all’altezza di un metro circa, occupavano un breve spazio.
MAUSOLEO DELLE FOSSE ARDEATINE |
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Il Sacrario delle Fosse Ardeatine è stato creato a perenne ricordo del crudele massacro, perpetrato dai nazisti a Roma il 24 marzo 1944 nelle cave di pozzolana della via Ardeatina;
è stato solennemente inaugurato nel 1949 in occasione del quinto anniversario della strage.
Il grandioso monumento, pur nella semplicità ed austerità della sua linea architettonica, è straordinariamente eloquente.
Esso abbraccia in un solo complesso: le grotte, nelle quali venne consumato l’eccidio; il Mausoleo, ove sono raccolte le salme; il gruppo scultoreo,che sintetizza espressivamente la tragedia dei 335 martiri.
La sistemazione monumentale delle Fosse Ardeatine è stata realizzata dagli architetti:
Giuseppe Perugini, Nello Aprile e Mario Fiorentini, nonché dagli scultori Mirko Basaldella e Francesco Coccia.
[Tratto dall’opuscolo “FOSSE ARDEATINE” a cura del Ministero della Difesa - Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra] Disegno e realizzazione del Cancello d’ingresso alle Fosse Ardeatine, ad opera dell’artista Mirko Basaldella;
Mausoleo: apre alle 08,15 e chiude alle 15,30
Museo: apre alle 08,15 e chiude alle 15,15
Mausoleo: apre alle 08,15 e chiude alle 16,30
Museo: apre alle 08,15 e chiude alle 16,15
1° Gennaio, Pasqua, 1° Maggio, 15 Agosto, 25 Dicembre

Alfredo Milioni
Il fatto è che milioni d’italiani credono di essere Berlusconi, ma sono soltanto Milioni. Intesi come Alfredo Milioni, il presidente di circoscrizione romano che non ha presentato le liste del Pdl in tempo perché, dice, s’era fermato a mangiare un panino. Quindi ha presentato ricorso, ma ha sbagliato la data del ricorso. E allora è andato a piangere dai capi, che hanno convinto il governo a emanare un decreto, ma quelli hanno sbagliato pure il decreto. Ma non fa nulla, perché è comunque colpa dei giudici comunisti. Così, invece di cacciarlo a pedate dal partito, Berlusconi ha eletto Milioni a eroe della lotta al comunismo. Chissà, un giorno forse gli faranno anche una statua equestre in centro, con lo sguardo verso l’orizzonte, una lista in mano e uno sfilatino sotto il braccio.
Il punto è proprio questo: perché Berlusconi esalta Milioni e non lo caccia? In realtà, aveva provato. Sulle prime, il premier aveva tratto dal pasticcio delle liste la conclusione più logica, la stessa tratta da Bossi e Fini. Ovvero che nel Pdl vi fossero troppi incapaci miracolati, arruffoni e arruffoni. Ma poi è arrivata la ribellione del popolo a questa semplice verità. I sondaggi hanno certificato un crollo dei consensi. Gli elettori di Berlusconi non vogliono spiegazioni sensate, vogliono il sangue, le teorie del complotto. E Berlusconi, che di questa Italia è il burattinaio ma ancor più il burattino, ha fatto una spettacolare giravolta.
La colpa è, come sempre, delle toghe rosse, Milioni di Milioni vogliono così. In concreto essi s’identificano assai più in Alfredo che in Silvio. Al padrone non chiedono autocritiche, argomenti seri, ma una protezione, uno scudo totale per la propria incapacità di essere cittadini, l’ignoranza delle regole, il pressappochismo, la voglia matta di rimanere impuniti, se non pagano le tasse, se costruiscono un abuso sull’abuso dell’anno precedente, se passano col rosso.


"Oui, ils ont fait l’histoire", titre le Washington Post. Après des mois d’âpres négociations au Congrès, Barack Obama a remporté, dimanche 21 mars, une victoire législative majeure avec l’adoption d’une réforme historique de l’assurance-maladie. En portant personnellement cette réforme, M. Obama "a démontré qu’un président qui a un but, adopte un plan de bataille et s’y tient, n’est pas facile à mettre en défaut", souligne le Los Angeles Times.
La Chambre des représentants a approuvé par 219 voix contre 212 le texte adopté en décembre par le Sénat, alors qu’une majorité de 216 voix était nécessaire. "En bien des manières, cette bataille est la continuation des débats passionnés de la campagne de 2008", souligne Mother Jones. Le Wall Street Journal, pour sa part, ne décolère pas du ralliement de l’élu du Michigan, Bart Stupak, connu pour ses positions anti-avortement, et qui aurait "vendu son âme à un exécutif édenté". Au total, 34 démocrates ont voté contre le projet de loi avec 178 républicains, dont pas un n’a voté pour la réforme.
Sur dix ans, la réforme, d’un coût de 940 milliards de dollars (695 milliards d’euros), devrait aussi réduire le déficit américain de 138 milliards de dollars (102 milliards d’euros), selon le bureau du Budget du Congrès. Le texte prévoit en effet une baisse des dépenses du programme d’assurance-maladie des personnes âgées (Medicare). Au total, le texte devrait permettre de garantir une couverture à 32 millions d’Américains qui en sont dépourvus.
"Pendant les prochaines années, la plupart des Américains ne verra que des changements mineurs dans le système de santé", précise l’hebdomadaire Time. "Parmi les batailles autour de l’"Obamacare", aucune n’a été plus passionnée que celle portant sur l’impact de la réforme sur les seniors", souligne pour sa part Newsweek.
UNE DERNIÈRE ESCARMOUCHE RÉPUBLICAINE ?
"En se plaçant du point de vue de ce dont a besoin l’Américain moyen, le président a transcendé le débat gauche-droite, souligne The Daily Beast. Mais pour le New York Times, au contraire, ce succès politique met fin à la promesse d’un président "postpartisan". "Une grande victoire pour Obama, mais des élus démocrates divisés", relève pour sa part Politico.
D’autres publications pointent aussi le possible retour à l’offensive de l’opposition républicaine. Lors des fameuses "Tea Party", "la droite a déjà terni, de manière significative, l’image de Barack Obama", remarque l’Huffington Post. D’après MSNBC, le parti d’opposition pourrait aussi mener une dernière escarmouche lors de la "réconciliation" au Sénat, une procédure qui ne requiert pourtant qu’un vote de cinquante sénateurs. Pour le Boston Globe, les républicains espèrent aussi, à moyen terme, "retrouver leur base électorale, et affaiblir les démocrates lors des élections de mi-mandat de novembre, en martelant des arguments contre cette loi".
Le mois de novembre pourrait en effet être crucial pour l’administration Obama, conclut le Washington Post, alors que la "Maison Blanche et le parti démocrate ont déjà essuyé une défaite monumentale dans le Massachusetts [avec la victoire d'un républicain pour succéder à Ted Kennedy] et des menaces de défections au Congrès". The Atlantic n’hésite pas d’ailleurs à parler de "victoire en demi-teinte", soulignant enfin que ce projet de loi demeure impopulaire sur tout le territoire américain.
Le Monde.fr

Barack Obama emporte à l’arraché la réforme de la santé
Barack Obama devrait signer rapidement – peut-être dès mardi – la loi sur l’assurance-santé aux Etats-Unis qui modifiera amplement les conditions de son exercice, ce qu’aucun président avant lui n’était parvenu à obtenir.
Dimanche 21 mars à 23 heures à Washington, par 219 voix contre 212, le plan adopté par le Sénat en novembre 2009 a été voté par la Chambre, malgré une ultime intense guérilla parlementaire républicaine. La majorité était de 216 voix et 34 démocrates ont voté contre.
La loi signée, le Sénat devra se prononcer sur une série d’amendements également adoptés par la Chambre. Les démocrates y détenant 57 élus (sur 100) et les 2 indépendants leur étant favorables, les républicains tenteront de faire échouer la procédure, sachant qu’ils ne peuvent l’emporter si un vote a lieu. Si, comme il est probable, la procédure va à son terme, M. Obama pourra clamer que son engagement le plus symbolique sur le plan social a été atteint : il aura réformé l’assurance-santé.
Ce faisant, au-delà d’un indéniable succès politique, cette réforme correspond-elle au contenu originel de ses engagements ? A la mi-août 2009, dans un article livré au New York Times, M. Obama avait présenté les "quatre principales voies" de sa réforme.
Un : l’octroi à ceux qui en sont dénués d’une assurance "de bonne qualité" que les bénéficiaires conserververont "qu’ils changent d’emploi ou qu’ils le perdent".
Deux : "contrôler les coûts exponentiels de la santé" – ils atteignent 16,4 % du PIB aux Etats-Unis, contre 10 % à 11 % dans les autres pays développés.
Trois : améliorer l’efficacité de l’assurance publique des retraités (Medicare) pour qu’elle "cesse d’enrichir les assurances privées".
Quatre : imposer aux assureurs de ne plus "discriminer" les contractants, c’est-à-dire les exclure pour dossier médical trop lourd.
Le contenu final de la loi répond à la plupart des attentes présidentielles. Cette réforme devrait permettre à 95 % des Américains de bénéficier d’une assurance médicale, contre 83,5 % actuellement, soit 31 millions de personnes supplémentaires sur les quelque 50 millions qui sont dénués d’assurance. Le bureau du budget du Congrès indique qu’il s’agira, pour 60 %, de personnes qui seront subventionnées pour accéder à l’assurance privée (par un financement public de la contribution patronale des PME, par exemple) et pour 40 %, de bénéficiaires d’une extension des programmes offerts aux retraités et aux plus indigents.
Les assureurs privés ne pourront plus refuser une couverture santé aux malades "à risques". Enfin, le bureau du budget a calculé que cette réforme (coût : 940 milliards de dollars) permettra de rogner 138 milliards de dollars sur dix ans sur les dépenses générales de santé – un vrai premier pas dans un dossier longtemps négligé.
Pour le reste, M. Obama envisageait aussi d’améliorer la couverture de quelque 100 millions d’Américains qui n’ont pas les moyens de payer pour une "bonne" assurance, et de se doter de moyens pour imposer un encadrement des tarifs aux assureurs privés. L’adoption d’une assurance publique concurrente du secteur privé était la pierre angulaire de cette ambition.
Le président y a renoncé, sentant que l’opinion basculait progressivement contre un tel plan, comme plus généralement contre le trop-plein de dépenses publiques, compte tenu de l’inefficacité du gigantesque plan de sauvetage de l’économie pour enrayer la poussée du chômage.
Mais en y renonçant, la Maison Blanche a pris le risque de scier la branche sur laquelle est assise sa réforme : tel est le reproche des démocrates progressistes. L’assurance privée, disent-ils, continuera de déterminer la politique tarifaire. Et l’Etat, élargissant sa prise en charge des deux populations les plus "à risques" – les retraités et les plus indigents – tout en renonçant à offrir au commun des assurés une couverture de qualité égale à moindre coût, se prive de la recette la plus "profitable" : celle de la couverture des 25-50 ans.
L’Etat va donc assumer l’essentiel des surcoûts de la couverture d’une population vieillissante (la retraite des baby-boomers devrait faire passer les inscrits à Medicare de 45 millions de personnes aujourd’hui à 77 millions en douze ans), tout en offrant au secteur privé d’augmenter plus encore son ratio de rentabilité.
Le risque, pour M. Obama, est d’apparaître bientôt comme bien plus dépensier qu’il ne le souhaite. Les républicains l’annoncent déjà, qui pronostiquent aussi une prochaine et "inéluctable" augmentation des impôts.
Le Parti républicain promet, en cas de signature de la loi, de multiplier les procédures contre un texte dénoncé comme anticonstitutionnel et d’en faire l’un des sujets clés de sa campagne électorale pour le renouvellement de la Chambre et du tiers du Sénat, le 2 novembre.
Une fois la loi votée, une course à la conquête de l’opinion va s’engager. Si, contrairement au plan de relance économique, une grande partie des Américains perçoivent rapidement les avantages que cette réforme leur apporte, les démocrates peuvent espérer se requinquer d’ici le scrutin de mi-mandat.



Giulio Gallera

La parola Etica correlata alla questione dello Sviluppo Sostenibile diventa, a mio avviso, il principio di riferimento su cui muovere tutto il processo ideologico che deve stare alla base di questa grande ed epocale rivoluzione, ancora tutta da implementare.
La questione globale di riferimento diventa poi il trinomio: Economia Etica e Sviluppo Sostenibile, la cui interconnessione è ormai comunemente riconosciuta, prefigurano tre ambiti vastissimi. Come è naturale, gli specialisti di ognuno di questi tre ambiti vedono l’interconnessione secondo la loro ottica particolare.
Tra tutte le ottiche il principio di bene comune, e in questo caso di bene comune universale, mi sembra sia quello che meglio si adatti a fare da collante fra i tre elementi: economia, etica e sviluppo sostenibile. Questo principio esige che la società globale si organizzi in modo tale che ogni uomo possa realizzare al meglio le sue potenzialità. E la realizzazione personale dipende dall’impegno di tutti a cercare, appunto, il bene comune. Infatti, lo sviluppo del quale parliamo – quello sostenibile, considerato come componente dello sviluppo umano integrale e che si appoggia sui tre pilastri, economico, sociale e ambientale – deve riguardare tutti, per il presente e per il futuro. In questa universalità c’è una duplice radice: etica ed economico-funzionale. Quella etica si fonda sul principio della eminente dignità di ogni persona umana, per cui è opportuno indirizzare i principi politici verso la costruzione di un mondo in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata. La seconda radice, quella economico-funzionale, affonda nella constatazione che, se lo sviluppo non è universale, se non raggiunge tutti i popoli, non è efficace poiché si priva del contributo fattivo di molti e perché le zone di sottosviluppo sono, a lungo andare, causa di squilibri, turbando la dinamica positiva dello sviluppo stesso.
Per conseguire uno sviluppo così concepito, cioè umano e integrale, non si deve mai perdere di vista il parametro interiore dell’uomo, quel parametro che è nella natura specifica dell’essere umano, parametro accantonato da una cultura materialistica; quella natura corporale e spirituale che, nella sua dualità compone tutto l’uomo. In questo senso è interessante la definizione data da Giovanni Paolo II che pone la questione di "un’autentica ecologia umana", sottolineando come ci si preoccupi troppo poco di salvaguardarne le condizioni morali.
È per questo che diventa interessante osservare quanto si muove intorno allo sviluppo sostenibile, le decisioni e le azioni che la comunità internazionale prende e mette in pratica per realizzarlo.
Infatti, fin dal 1992, quando si tenne la Conferenza delle Nazioni Unite su "Ambiente e Sviluppo", conosciuta come Conferenza di Rio, il tema dello sviluppo sostenibile è ampiamente dibattuto in seno alla comunità internazionale. Va detto che l’avvio della riflessione in questo campo fu promettente, poiché il primo principio della Dichiarazione di Rio recita: "Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni per lo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura".
Del resto, se promuovere la dignità della persona umana è promuoverne i diritti – e nella questione in oggetto, il diritto allo sviluppo e ad un ambiente sano, ciò significa anche richiamarne i doveri, cioè, la responsabilità verso se stesso, verso gli altri, verso i beni della natura che è comunque il luogo di salvaguardia della vita umana.
Ora, per essere sostenibile, lo sviluppo deve trovare l’equilibrio fra i tre obiettivi già menzionati: economico, sociale e ambientale e questo al fine di assicurare il benessere di oggi senza compromettere quello delle generazioni future (vedi Rapporto Brundtland del 1987). Ora, la sostenibilità ecologica è possibile solo in un contesto di sviluppo sociale e di crescita economica, quindi, l’eliminazione, lo "sradicamento" della povertà, per usare la terminologia degli organismi internazionali, è una componente cruciale dello sviluppo sostenibile.
Ma, se è vero che la povertà e la miseria costituiscono minacce alla sostenibilità in tutti i loro aspetti, è anche vero il contrario. Infatti, se oggi i problemi ambientali più rilevanti sono problemi globali, non vi è dubbio, però, che ad esserne colpite sono più le popolazioni povere che quelle benestanti. Tanto per fare qualche esempio: sono di solito i poveri a vivere negli ambienti peggiori, nelle periferie delle città o nelle "bidonvilles"; sono ancora i poveri che subiscono i danni maggiori dagli incidenti ambientali perché di solito vivono nei pressi dei luoghi più esposti a tali incidenti. Inoltre, molte popolazioni dei paesi poveri traggono le risorse essenziali per la vita dall’attività agricola, l’ambiente, quindi, per loro, non è un lusso, ma l’insieme dei mezzi essenziali per la sussistenza: la fame, la malnutrizione, la migrazione forzata derivano anche dal degrado ambientale, quale la distruzione di risorse ittiche e forestali e via dicendo.
Per questo uno dei segni positivi dei nostri tempi è la rilevanza preminente che la lotta alla povertà ha assunto anche per la comunità internazionale. In particolare, il carattere etico di questa lotta costituisce un punto d’incontro fra la comunità internazionale. Nella Dichiarazione del Vertice sullo sviluppo sociale – tenutosi a Copenhagen, nel 1995, tre anni dopo la Conferenza di Rio, – i Capi di Stato e di Governo, al numero 2, si sono impegnati "ad operare per eliminare la povertà nel mondo mediante interventi nazionali condotti con determinazione e attraverso la cooperazione internazionale, poiché consideriamo che si tratti, per l’umanità, di un imperativo etico, sociale, politico ed economico". Ma la situazione mondiale, specie dei più poveri fra i poveri, è drammatica: basti pensare, in termini di risorse economiche, che nel 2000 erano 1,2 miliardi gli esseri umani a vivere al di sotto della soglia della povertà, cioè con meno di un dollaro al giorno, mentre un altro miliardo e seicento milioni vivevano con meno di due dollari. E, come si sa, il reddito non è che uno dei modi di misurare la povertà, poiché, se si considera questo fenomeno in modo più ampio, e più aderente alla realtà, come "privazione di qualcosa", mancanza di aspettative di vita, di anni di scolarizzazione, scarsità di cure sanitarie anche di base o impossibilità di accesso all’acqua potabile, per non parlare, più in generale, di impossibilità di partecipazione, la situazione appare anche più grave.
La comunità internazionale è perfettamente consapevole, tanto è vero che il primo dei cosiddetti Obiettivi del Millennio – indicati in un documento sottoscritto dai responsabili di ONU, OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale – è proprio quello di ridurre della metà, fra il 1990 e il 2015, il numero degli abitanti del pianeta che vivono in povertà assoluta. E da allora, a partire dal Millennium Summit di New York del settembre 2000, non c’è stata Conferenza dell’ONU o delle sue Agenzie specializzate, Vertici di Capi di Stato e di Governo a livello mondiale o regionale, dei paesi più industrializzati o dei paesi in via di sviluppo, che non abbia ribadito la priorità della lotta alla povertà assoluta e del raggiungimento di questo obiettivo.
In tutto questo contesto uno degli altri fenomeni nuovi, almeno nelle sue proporzioni è la globalizzazione che, a priori, non è né buona né cattiva, nonostante ci siano qua e la stupidi movimenti a favore o a sfavore; utilizzando persino le caratteristiche del cammino della storia per fare “politica” (anche questo è un segno di povertà).
Vanno invece analizzate alcune caratteristiche più vistose della globalizzazione, e tra queste l’aumento della competitività, che produce un danno sociale che sembra, almeno per ora, inevitabile: l’aumento delle disuguaglianze. Infatti la disparità tra ricchi e poveri si è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate e la sensazione di precarietà sembra dilagare, specie fra le giovani generazioni.
In definitiva, ci si trova di fronte ad una situazione paradossale in cui, pur non essendo le risorse, globalmente considerate, insufficienti, grazie anche, è doveroso riconoscerlo, alla mondializzazione, la povertà, cosiddetta relativa, di ben oltre tre miliardi di persone si è fatta più stridente. Dunque, a parte il caso di paesi poverissimi, il problema consiste in una distribuzione inefficace, quando non ingiusta, delle risorse, dovuta ad una governance inadeguata, per varie cause, a livello nazionale e internazionale.
Per questo si impone una "globalizzazione della solidarietà" (cfr Documento Vaticano Centesimus annus, 36).
Questa linea Etica non può non partire dalla questione del debito internazionale dei paesi poveri. Ma se il realismo governativo vuole che si riconosca l’inesigibilità dei debiti di alcuni paesi poverissimi – e in parte ciò è già avvenuto – è importante che i meccanismi studiati e già avviati per darvi soluzione, sia dagli Stati creditori che dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali, vengano applicati almeno entro i tempi stabiliti. È importante, altresì, vegliare che le somme corrispondenti ai debiti liberati vengano effettivamente impiegate dai Governi degli Stati debitori in programmi sociali, in primo luogo sanitari ed educativi. Un dei modi più duraturo per dare corpo alla solidarietà a livello globale è quello di riportare l’equità nel commercio internazionale abbattendo le barriere protezionistiche. Sono necessari ulteriori sforzi per assicurare a tutti i partner l’opportunità di trarre beneficio dall’apertura dei mercati e dalla libera circolazione dei beni, dei servizi e dei capitali. Ed in effetti, nel mondo di oggi, commercio, sviluppo e lotta alla povertà sono strettamente legati.
Inoltre, è oggi universalmente riconosciuto che la chiave dello sviluppo in generale, e quella dello sviluppo sostenibile in particolare, risiede nella scienza e nella tecnologia e in questo ambito il problema principale sono i rilevanti ostacoli al trasferimento del "know-how" connesso al progresso tecnologico dai paesi ricchi, che ne dispongono, ai paesi poveri. Se si pensa che la maggior parte di questi ultimi si trova in aree tropicali in cui la vita media è sui 50 anni e se si tiene presente che nel mondo oltre 861 milioni di adulti, di cui i 2/3 sono donne, non hanno accesso all’alfabetizzazione e più di 113 milioni di bambini non vanno a scuola, si capisce che una priorità assoluta la devono avere le iniziative che riguardano l’educazione e la sanità.
Ora se i risvolti negativi della globalizzazione sono in buona parte imputabili ad una governance inadeguata, anche perché incapace di adattarsi con lo stesso ritmo ai mutamenti velocissimi della società odierna, è pur vero che le lacune della governance, a livello nazionale, dei paesi poveri sono ben note e lo sono in primo luogo ai cittadini di quegli stessi Stati. Prime misure da prendere, per cercare di colmarle, potrebbero essere queste: superare le numerose situazioni di conflitto, per lo più etniche; diminuire le spese in armamenti; combattere la corruzione ed impedire la fuga dei capitali all’estero; favorire, come si è detto, programmi educativi e sanitari andando verso la creazione di sistemi, anche elementari, di sicurezza sociale. Specie nell’ottica dello sviluppo sostenibile, è però anche necessario, in ossequio al principio di sussidiarietà, favorire la partecipazione delle popolazioni locali al loro stesso sviluppo. Nei Paesi più poveri, passi in avanti su questa strada si vanno compiendo, anche se faticosamente. Infatti, tanto per fare un esempio, l’iniziativa del Fondo Monetario e della Banca Mondiale per l’alleggerimento del debito dei Paesi Poveri Altamente Indebitati, conosciuta come iniziativa HIPC e che ha dei meccanismi molto complessi, prevede, fra l’altro, la presentazione di piani d’azione denominati Piani Strategici di Riduzione della Povertà (PRSP). Si tratta di piani a lungo termine che devono essere elaborati dai governi locali con ampia consultazione della società civile. Inutile nascondersi le difficoltà che la consultazione stessa incontra, specie in presenza, in molti casi, di governi non propriamente democratici e in paesi dove a volte mancano i registri dell’anagrafe, i diritti di proprietà sono quanto meno incerti e i catasti non si sa in cosa consistano. Ciononostante, è positivo constatare come il principio di partecipazione sia diventato un principio condiviso.
A livello di governance globale, non sono mai state tanto evidenti le difficoltà che il sistema multilaterale, nato dopo la Seconda Guerra Mondiale, trova nel fare fronte alla complessità del mondo globalizzato e alle molteplici situazioni "calde" dei nostri giorni. Basti pensare, alle dure contestazioni che si levano ad ogni riunione del G7/G8, alle critiche di cui sono oggetto le Istituzioni Finanziarie Internazionali oppure la composizione e il meccanismo di funzionamento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tali critiche sono spesso il riflesso di un positivo consolidamento del senso di cittadinanza mondiale, concretizzato dal numero e dall’influenza sempre in crescita delle Organizzazioni Non Governative. È forse giunto il momento che queste ultime giochino un ruolo più formale nella vita pubblica internazionale.
Nel campo dello sviluppo sostenibile, poi, di fronte al degrado ambientale del pianeta e alla frammentazione delle istituzioni internazionali nate in relazione ai diversi accordi in materia, una governance globale è da più parti invocata. Bisogna riconoscere, infatti, che, malgrado l’esistenza di un apposito organismo delle Nazioni Unite, l’UNEP (United Nations Environment Programme), per il mandato ad esso affidato e per la scarsità di mezzi di cui dispone, attualmente esiste una debolezza piuttosto evidente del cosiddetto "pilastro ambientale" a livello internazionale.
Sarebbe necessaria, ad esempio, una supervisione sull’attuazione degli accordi multilaterali. Ma una delle questioni che si impongono in modo sempre più pressante, in questo ambito, è quella relativa al problema dell’acqua, elemento fondamentale per l’esistenza umana. Problema gravissimo, se si pensa che, proseguendo l’attuale modello di sviluppo, circa la metà della popolazione mondiale soffrirà di mancanza di acqua nei prossimi 25 anni.
Queste preoccupazioni sono emerse in tutta la loro gravità nel corso del Terzo Forum Mondiale dell’acqua che si è svolto a Kyoto (16-23 marzo 2003).
In tutto questo contesto emerge prepotentemente che il vero snodo della questione è legato alla parametrazione del senso di efficienza economica che i Paesi del mondo fanno della propria economia; una parametrazione ancora legata ad un sistema capitalistico (che vorrei definire di prima generazione) che, fino ad oggi, ha incluso nelle equazioni economiche valutazioni economiche parziali, non tenendo conto della valutazione economica dei beni naturali.
Il bene naturale va considerato allo stesso modo di una eredità patrimoniale che riceve qualunque persona. Orbene senza inventario e bilancio patrimoniale nessuno può comprendere quanto abbia ricevuto in eredità.
Il sistema capitalistico di “prima generazione” si comporta ancora così, non attribuendo alcun valore (se vogliamo anche monetario, ma questo è abbastanza arido) a uomini ed ecosistemi.
Il principio etico dello Sviluppo Sostenibile deve ricomprendere nella sua equazione tutte quelle parti che, forse inconsapevolmente, abbiamo fino ad oggi trascurate. Allo stesso modo come il sistema odierno considera efficiente una economia che dia ricchezza materiale all’uomo, trascurando quella parte più rilevante che è la sua dignità di persona.
di Guido Bissanti www.ecosostenibile.org
