Archivio per marzo, 2010

31 marzo 2010

Chi non va si accomodi

 
Punto numero uno. Occorre ricostruire. Le macerie sono dappertutto e guai a non vederle. Il Paese va ricostruito in profondità sul piano culturale, etico e civile. Con il massimo di valori, di passione e di lungimiranza; e il minimo di ideologia. Il radicalismo civile è vivo, quello ideologico è morto e guai a chi lo resuscita, ha già fatto abbastanza danni. Occorre un grande Piano Marshall morale, capace di investire in pieno il senso della politica. Punto numero due. Occorre ricordare che il popolo che ha bocciato in tante regioni il centrosinistra è lo stesso che lo aveva fatto vincere nel 2005 (anche allora talvolta di misura). Nessun elettorato   da maledire. Prendersela invece con chi, dal governo nazionale o da quelli regionali, ha dato spettacoli indigeribili anche da stomaci forti. Punto numero tre. I movimenti, le proteste, i dissensi esistono e bisogna dialogarci. Sono stati la benzina delle   vittorie ininterrotte del centrosinistra dal 2002 al 2006. Disprezzarli da allora in poi è stato suicida. Suicida pure la censura consumata nei loro confronti dalla stampa “amica”. Non ha fatto che radicalizzare il dissenso. Verso i grillini e verso l’astensione. Punto numero quattro. I nomi e i volti in politica contano, eccome. Vendola parla per tutti. Ma anche Massimo Rossi nelle Marche. Solo che i nomi e i volti non si inventano all’ultimo momento, piuttosto certificano lunghe storie di sfide e di battaglie. Siano loro, dunque, a tonificare diffusamente la politica; e facciano un passo indietro i signori nessuno d’apparato.   Punto numero cinque. Sfogliare l’album delle figurine di leader e mezzi leader, ripassare la loro storia e chiedere a chi non ci azzecca con questi quattro punti di farsi gentilmente da parte. Meglio che lo chiediamo noi a loro prima che loro lo richiedano a Vendola…
di Nando Dalla Chiesa IFQ
31 marzo 2010

E ora additare i nemici

Da vent’anni vince le elezioni chi intercetta la rivolta latente bollata come “antipolitica”. In vent’anni dieci milioni di cittadini in meno, tra quanti si recano alle urne. E vince, ovviamente, chi sa indicare “nemici” convincenti per il proprio elettorato potenziale. L’attuale situazione italiana, perciò, per l’opposizione non potrebbe essere più favorevole: crisi economica, aumento disgustoso e plateale della diseguaglianza, della disoccupazione, del precariato, paralisi dell’azione governativa, interessi divergenti nella maggioranza, inefficienza di tutti gli apparati pubblici, sprechi vistosi e ignobili, ruberie a go go della casta e di ogni genere di   amici degli amici…

   Basterebbe dunque additare con nomi e cognomi, come NEMICI, i responsabili di questo sfascio che decine di milioni di italiani sperimentano come vissuto quotidiano. Berlusconi, ovviamente, come sintesi e garante, ma   poi le banche e i finanzieri dai bonus miliardari e dai titoli tossici, gli “imprenditori” capaci solo di arraffare appalti ma non di costruire a minor prezzo e miglior risultato, bensì l’opposto, le centinaia di migliaia di parassiti che vivono di politica, e in modo opulento, non avendo né arte né parte, l’infinità di grandi evasori, la Chiesa dei cardinali e vescovi che vuole la tortura per i malati terminali … E proporre, ad esempio, la trasformazione in bonus annuale eguale, per tutti coloro che guadagnano meno di trentamila euro annui, di quanto si recupererà di evasione fiscale (e superbonus per i finanzieri che la scopriranno), la tassazione progressiva galoppante sopra i   cinquantamila e abbattimento corrispettivo sotto, il salario di disoccupazione come in Spagna e Germania…

   Non accenno neppure a giustizia e informazione, dove nemici e programmi per un democratico vanno da sé.
di Paolo Flores d’Arcais IFQ
 
31 marzo 2010

Roberto Cota: un razzista senza cervello come governatore e queste sono le conseguenze.

TORINO – Non ci è voluto molto a Roberto Cota, neoeletto presidente della Regione Piemonte. Gli sono bastate 48 ore per far capire a tutti che nella sua concezione di diritti, non c’è posto per tutti.
Il primo esempio l’ha dato parlando alla trasmissione di Bruno Vespa "Porta a porta", durante la quale ha annunciato che avrebbe ritirato il patrocinio della Regione al gay-pride, fissato tra poche settimane. Un brutto segnale, che mostra la volontà di discriminazione, per altro già ampiamente dimostrata da molti dirigenti della Lega.
Il secondo l’ha detta intervenendo su Canale 5 a "La telefonata". Parlando della pillola Ru486, la pillola abortiva di cui di recente è stata stabilita in Italia l’utilizzazione, il neo governatore piemontese ha detto: "Io sono per la difesa della vita e penso che la pillola abortiva debba essere regolamentata quanto meno in regime di ricovero, e debbano essere affiancate le associazioni pro vita nelle strutture ospedaliere. Le pillole gia’ ordinate dalla giunta Bresso? Per quanto potro’ fare io resteranno nei magazzini". E’ chiaro che anche questa è la dimostrazione che non è disposto a concedere alle donne la possibilità di fare scelte in merito all’aborto. Quanto alla presenza di "associazioni pro vita" negli ospedali, è un giochetto noto: propagandisti/e che terrorizzano le donne, estremamente fragili per avere preso una decisione così soffertà, dipingendo per loro sofferenze ed altre amenità inesistenti. DI fronte a questa pressione psicologica, molte donne tornano indietro, per poi trovarsi con un bambino che non possono allevare ed educare come sarebbe conveniente. Ma si sa che questi dettagli non contano, per chi vuole la sofferenza delle donne, Vaticano in testa.
di Antonio Rispoli
26 marzo 2010

RAI per una notte: Il Fatto Quotidiano racconta la lunga serata di ieri

Berlusconi visto da Emanuele Fucecchi  
 
Lo stalking di B. e i camerieri dell’Agcom

LE MANGANELLATE CONTRO I PROGRAMMI NEMICI E IL VIZIETTO DI CHIAMARE GLI ARBITRI

 

     Il 12 marzo il Fatto rivela che la Procura di Trani, indagando su una truffa di carte di credito a tassi usurari, ha intercettato Minzolini e Innocenzi che parlano con Berlusconi. Il direttore del Tg1 concorda col premier come neutralizzare le rivelazioni di Spatuzza. Innocenzi è un ex dirigente Fininvest, ex sottosegretario, ora membro dell’Agcom, l’autorità che dovrebbe essere indipendente per garantire libertà e pluralismo nelle comunicazioni. Berlusconi gli dice di “chiudere tutto”, specie Annozero, ma non ama neanche Ballarò e non vuol più vedere Di Pietro in tv né Scalfari e Mauro dalla Dandini. Lo incalza, lo cazzia: roba da stalking. Innocenzi è disperato: “Berlusconi mi fa uno shampoo dopo l’altro e mi manda a fare in culo tre volte al giorno”. La sua missione è portare l’Agcom a dare alla Rai il pretesto giuridico   per oscurare Santoro o impedirgli di parlare dei processi a Berlusconi. Innocenzi mobilita altri commissari. Preme sul presidente Calabrò perché diffidi la Rai minacciando per Santoro multe del 3% sul fatturato (90 milioni!). Concerta strategie col dg Masi, col giudice Ferri del Csm, coi forzisti in Vigilanza, col consigliere Rai Gorla (anche lui ex Fininvest). Minaccia di denunciare Calabrò, che si muove “solo quando deve farsi i cazzi suoi”, mentre col premier è tiepido; o magari di far “chiudere   questa cazzo di Agcom” da Tremonti. Dice a Letta di chiamare Calabrò. Istruisce Cosentino e Dell’Utri perché presentino esposti contro Santoro. Prega Berlusconi di commissionare un altro esposto ai carabinieri. Inventa ostacoli ad Annozero: tipo vietare di fare docufiction o di parlare di processi. 

   Che l’Agcom sia un tribunale dei partiti l’abbiamo sempre detto. Ma i nastri di Trani dimostrano che è anche peggio: commissari “indipendenti” trattati come camerieri dal premier che ha giurato fedeltà alla Costituzione. Le “Authority” hanno un garante supremo: il capo dello Stato, che però non dice nulla.   Anche il Pd balbetta. Politica, tg e giornali al seguito minimizzano e depistano uno scandalo più grave del Watergate. Il problema diventano le intercettazioni, i giudici che le fanno, i giornali che le raccontano. Non il loro contenuto. Si guarda il dito per nascondere la luna. 
   Dicono: non c’è il reato. Ma Minzolini, appena il pm gli dice che il suo verbale è segretato, spiattella il suo interrogatorio a Bonaiuti. Innocenzi, al pm che domanda se ha mai subìto pressioni su Annozero, risponde: mai. Ma le intercettazioni dicono il contrario: indagato per false dichiarazioni e favoreggiamento. Berlusconi è accusato di concussione per aver tentato di costringere l’Agcom a fare una cosa illegale.   Quando la notizia scivola in fondo alle prime pagine dei giornali, interviene il geniale Ghedini: “Berlusconi non è indagato, sfido i pm a smentirmi”. I pm l’accontentano subito: sì, Berlusconi è indagato, e pure per minacce a una pubblica Autorità per turbarne l’attività. Un reato che pare scritto da una toga rossa dopo aver letto le telefonate di Berlusconi. Invece l’ha scritto nel 1930 Alfredo Rocco, un fascista. È il Codice Rocco, non rosso. Dicono: ma Trani è incompetente, infatti Berlusconi   sta a Roma. Ma i presunti reati di Minzo e Innocenzi sono avvenuti a Trani. Quanto a Berlusconi, nei casi urgenti il pm ha il dovere di raccogliere le prove del reato in corso, poi a bocce ferme le manderà alla procura competente. Se un pm indaga su un pastore che ruba pecore a Trani e intanto scopre che quello vuole pure uccidere la moglie a Bari, non stacca il registratore; se no, mentre le carte sono in viaggio per Bari, la moglie se ne va al Creatore. Dicono che Masi e Calabrò hanno resistito alle pressioni: ma non è così. I due sanno bene che è illegale bloccare preventivamente un programma e giocano allo scaricabarile per chi deve lasciare le impronte digitali.   Masi spera che Santoro “faccia la pipì fuori dal vaso” per punirlo dopo e sollecita esposti contro la propria azienda. Come se Moratti chiamasse l’arbitro perché s’inventi un fallo ed espella il centravanti dell’Inter, il tutto su richiesta del padrone del Milan. 
   Dicono: è normale che il direttore del Tg1 parli con il premier: ma dipende da cosa si dicono. 
   Dicono: è normale che Berlusconi parli con l’Agcom. Ma stiamo scherzando? È come Fiorani che parla con Fa-zio, come Moggi che parla col designatore arbitrale. Berlusconi non dovrebbe manco avere il numero di telefono dell’Agcom: perché è il capo del governo e perché è il padrone di Mediaset. Facesse   un esposto, se ha qualcosa da denunciare. Non una telefonata. 
   Dicono: è ovvio che l’Agcom risponda ai partiti che la nominano. Ma la legge dice che i commissari sono indipendenti. In caso di pressioni, devono disobbedire, o appellarsi al Quirinale, o dimettersi. Anche se rinunciare a 400 mila euro è dura. 
   Berlusconi dice: è una vergogna che il premier sia intercettato. Ma lui non è mai stato intercettato in vita sua. Anche stavolta, come quando fu beccato a parlare con Dell’Utri, con Cuffaro, con Saccà, con Fiorani, con Tarantini e le escort, gli intercettati sono gli altri. Il guaio è che cosa dice e a chi lo dice. Ogni anno i magistrati intercettano 20 mila italiani su 60 milioni: possibile che Berlusconi non riesca mai a parlare con gli altri 59.980.000?   
   Berlusconi dice che lui le stesse cose su Annozero le ha sempre dette in pubblico. A parte il fatto che non è vero (nelle telefonate c’è ben di più), ma anche se fosse? È come se uno dicesse per anni “vorrei ammazzare mia moglie” e poi, quando scoprono che ha assoldato il killer per farla fuori, dicesse al giudice: “Dov’è il problema? Io l’avevo detto!”. Un alibi di ferro…

   Dicono che non è successo niente perché Annozero c’è ancora: ma l’istruttoria su Annozero l’Agcom l’ha aperta; la Rai ha vietato le docufiction e ha chiuso i programmi per un mese con la scusa delle elezioni. Innocenzi lo sapeva già il 4 dicembre: “Tra due mesi sospendono le trasmissioni per le elezioni”. E poi i minimizzatori non sanno che la minaccia è reato anche se non va a buon fine.   Chi dice che non è successo niente ricorda quel tale che sparò alla moglie, poi andò in tribunale a difendersi così: “Vostro onore, sono innocente, l’ho colpita solo di striscio”.   Naturalmente, fu condannato.  
 di Marco Travaglio
Daniele Luttazzi
 
SGAMBETTI a Rainews24
 Ma scatta la differita      Per il quarto giovedì consecutivo Annozero mancherà l’appuntamento su RaiDue, per la sospensione del consiglio di amministrazione, ma Michele Santoro ritorna sulla scena con Raiperunanotte, la manifestazione di Bologna. RaiNews24 aveva comunicato di voler trasmettere in diretta la ‘manifestazione sindacale’, organizzata da Usigrai e Fnsi. Ma per una tribuna elettorale, il direttore Corradino Mineo è stato costretto a lanciare l’evento con un collegamento dalle 20 e riproporre le immagine in differita di un’ora. Il rientro di Michele Santoro sul servizio pubblico, anche se per vie collaterali, ha infastidito la direzione generale che ha incaricato il vice Antonio Marano di dissuadere Mineo. Ieri mattina, Marano ha inviato una lettera a RaiNews24: “Ti confermo che l’atto della commissione di Vigilanza del 2003 non consente la trasmissione in diretta della manifestazione… Ti confermo, peraltro, che sempre secondo il citato indirizzo, la testata da te diretta dovrà occuparsi dell’evento mediante trattamento giornalistico anche con brevi finestre informative nel rispetto di pluralismo e contraddittorio”. Significa che, per rispettare il pluralismo e il contraddittorio, Mineo doveva invitare in studio qualcuno che criticava San-toro. E il medesimo trattamento doveva riservarlo a Berlusconi per il comizio di piazza San Giovanni e a Bersani o Di Pietro in piazza del Popolo. Proprio mentre Marano cercava di frenare Mineo, il Tg3 comunicava che Raiperunanotte era disponibile in diretta   sul proprio sito internet. Le toppe censorie si scoprono troppo deboli – con decine tra televisione private, satellitari, digitale terrestre e radio e blog – Annozero riaccende l’informazione spenta dal direttore generale Masi. In attesa che rientri l’embargo per la campagna elettorale.
 
Milena Gabanelli
 
ANTONIO TABUCCHI

“CI VORREBBE L’ANTITERRORISMO”
L’oscuramento Rai? Roba da Libia, il premier ha corroso lo Stato e agisce nell’illegalità

     Piegato sul suo computer di Lisbona Antonio Tabucchi segue Santoro, Travaglio, Dario Fo, Floris, Luttazzi e gli altri carbonari costretti a discutere di politica nel “rifugio” di Bologna. Paradosso di una società immersa nella comunicazione universale ma con la comunicazione tagliata proprio mentre gli elettori hanno voglia di ascoltare (per decidere il voto) tutte le voci che gli elettrodomestici Rai ammutoliscono per non disturbare il manovratore. 

   Siamo ancora un paese normale? 
   Berlusconi agisce nell’illegalità da molto tempo. Il problema non è lui ma chi lo lascia agire nell’illegalità. Allorché anni fa scrisse il così detto edito bulgaro con il quale cacciava dalla Rai, come se fosse sua proprietà, giornalisti quali Biagi, Santoro, Luttazzi, sarebbe stata necessaria una denuncia alla magistratura nei suoi confronti (il Codice penale per un atto del genere prevede molteplici capi di accusa ) e il rifiuto   delle persone a contratto con la Rai di abbandonare il proprio posto. Oltre alla magistratura che non fu attivata, non si mosse il capo dello Stato e la Procura della Repubblica cui spettava affrontare un atto sovversivo come quello. Con il tempo, Berlusconi è andato corrodendo non solo le regole democratiche, ma lo Stato. Ciò che succede, con l’oscuramento della Rai, è immaginabile solo in un paese dell’Asia   centrale o in Libia o in Russia, paesi dove Berlusconi ha buoni amici e ai cui modelli tende. Uno Stato democratico in Europa attiverebbe l’antiterrorismo e risolverebbe la questione. Se ciò non avviene, in Italia avverrà inevitabilmente qualcos’altro. Come lo fu per Piazza Fontana, Piazza della Loggia, le bombe alla Stazione di Bologna o il doppio Stato che è infiltrato nello Stato italiano. 
   Nel ventaglio del Cavaliere, un giornale si arrabbia per la presenza di Dario Fo alla trasmissione di Santoro. Tanto per far contento l’uomo della provvidenza, lo definisce “rudere antiberlusconiano”.   Chissà cosa pensano gli altri Nobel… 
   Al Dipartimento di Stato di Washington sono noti i nomi delle persone dei Servizi segreti italiani e dei loro affiliati che facevano da ‘consiglieri’ nel carcere iracheno di Abu Ghraib. Sarebbe bene che la stampa italiana si muovesse. Ciò che Berlusconi dice di Dario Fo – grande drammaturgo, premio Nobel che fa onore al Paese – attraverso le voci al suo soldo meriterebbe altrove delle risposte di un ordine che non appartiene alla parola di un giornale. Il giorno in cui il capo e le sue voci sentiranno che certe dichiarazioni comportano seri rischi, solo allora cambieranno musica. 
   Lei sta seguendo una trasmissione che preoccupa l’Europa civile. Quanti intellettuali italiani immagina siano lì a guardare   ? E di quali idee? Destra non credo, sinistra può essere, ma la zona grigia di chi ha un libro nel cassetto e non vuol rischiare il no di Einaudi, Mondadori ed editori collegati; di chi non sopporta il silenzio di tante tv e dei giornali maison (Panorama, femminili, i cugini di Libero), insomma, intellettuali che non se la sentono, per una curiosità considerata marginale, di esporre al pericolo l’opera quasi in vetrina. Sono tanti o sono pochi? Scelgono il voyeurismo nascosto e non confesseranno mai il peccato, oppure…? 
   Non so quanti così detti intellettuali (o scrittori) italiani si siano espressi su questa situazione. Io ne ho sentiti pochi. Sento spesso le voci di Andrea   Camilleri, Roberto Saviano e Lidia Ravera dei quali ho altissima stima. Ma forse lo sapete meglio voi, personalmente gli intellettuali del mio paese li seguo poco.  
  di Maurizio Chierici
  

  Antonio Tabucchi (FOTO OLYCOM)

 
25 marzo 2010

Il palazzinaro d’oro di Montecitorio

PER SCARPELLINI 50 MILIONI DI EURO DALLA CAMERA PER L’AFFITTO DI UFFICI
Ci voleva una radicale come Rita Bernardini per riportare sulle pagine dei giornali il problema della locazione a prezzi stratosferici dei palazzi della Camera dei deputati. La pubblicazione delle spese su Internet, possibile grazie a una dura battaglia della parlamentare del centrosinistra e grazie a un bel gesto del presidente Gianfranco Fini, riporta alla ribalta l’importo colossale incassato ogni anno da “Milano 90”. La società del palazzinaro romano Sergio Scarpellini, interessato a costruire il nuovo stadio della Roma, percepisce 53 milioni di euro dalla Camera dei deputati, dei quali circa 50 milioni sono relativi agli affitti di quattro palazzi in pieno centro.  

   La vicenda è stata raccontata nel 2007 da Gianantonio Stella e Sergio Rizzo ne La Casta ed è stata mostrata da Stefano Bianchi di Annozero. Ma nulla si è mosso. La storia è esemplare e merita di essere ripercorsa perché unisce destra e sinistra nel segno dello spreco. Nel 1997 la Camera cerca casa. Nonostante già allora il declino del Parlamento, ormai espropriato della funzione legislativa dal governo, fosse evidente a tutti, i deputati vogliono espandersi. Come un’azienda in crisi che cerca nuovi capannoni per ospitare i suoi operai nullafacenti, così la Camera si mette a caccia di fabbricati prestigiosi adatti alla bisogna. La scelta è ristretta: gli onorevoli vogliono stare comodi e accettano solo uffici a due passi da Montecitorio per avere finalmente   una stanza e una scrivania per ciascun deputato e per i suoi collaboratori. La scelta, nel periodo in cui era presidente della Camera Luciano Violante, cade su quattro stabili nei dintorni di Fontana di Trevi. L’idea di trovare una sede più degna per l’istituzione che rappresenta il popolo italiano, in sé non era e non è criticabile. Il problema sono le modalità prescelte per eseguirla. Quando il costruttore romano Sergio Scarpellini (proprietario di una della maggiori scuderie di cavalli italiane e di un immenso patrimonio immobiliare nella Capitale) bussa alla Camera dei deputati per proporre l’affare della sua vita, il suo gruppo non è nella florida situazione attuale. Nel 1995 la sua società “Milano 90” aveva chiuso il bilancio con una perdita di 12 miliardi e con un indebitamento di 88 miliardi. Efibanca e il Banco di Napoli scalpitavano per i crediti. Nel 1997 Scarpellini stipula il suo primo contratto con Montecitorio per il fabbricato di via del Tritone. Nel 1998 arriva il secondo   contratto di locazione e poi in rapida sequenza gli altri due. Alla fine della “cura Montecitorio” nel 1999 il gruppo Scarpellini brinda con un utile di 11 miliardi di lire. Ci sarebbe da fare i complimenti ai protagonisti di questa operazione imprenditoriale se non fosse per una stranezza non da poco: i due palazzi che interessavano nel 1997 alla Camera dei deputati non erano di Scarpellini ma di due società pubbliche: Telecom Italia ed Enel. Eppure la Camera, invece di sedersi a trattare con due società controllate dal ministero del Tesoro, cioè dello Stato, preferisce accordarsi con un privato. Così il gruppo Scarpellini, dopo avere ottenuto la firma della Camera su un contratto di affitto per un immobile che non è ancora   suo, può presentarsi in banca e ottenere un mutuo (garantito dal flusso dei canoni) per comprare i palazzi. Un’operazione geniale e a rischio zero per lui che però diventa difficilmente spiegabile dal punto di vista pubblico. Il contratto prevede una durata di 9 anni più nove e, complessivamente, la spesa per la Camera fu stimata nel 2007 da Sergio Rizzo e Gianantonio Stella in 444 milioni. Con quella cifra secondo i due giornalisti più documentati in materia, lo Stato avrebbe potuto acquistare 63 mila metri quadrati nel centro storico di Roma. Se avesse fatto la scelta di comprare in prima persona, la Camera si sarebbe ritrovata al termine del periodo di locazione ad avere speso più o meno la stessa cifra, con il vantaggio però di poter vantare almeno   la proprietà dei quattro onorevoli palazzi. La novità di ieri – alla luce del documento pubblicato da Rita Bernardini – è che quel calcolo deve essere rivisto al rialzo per Scarpellini e al ribasso per lo Stato.

   Se i quattro palazzi di Scarpellini costano davvero 50 milioni di euro all’anno, come rivelato dalla parlamentare radicale, e non 34 milioni come sembrava di capire dai bilanci della Camera, il conto (già disastroso) fatto allora, deve essere aumentato: solo per gli anni rimasti da qui alla scadenza del contratto con la Milano 90 nel 2015, la Camera sborserà ancora 250 milioni di euro.

   Quando quel contratto fu firmato nel 1997, l’organo decisionale in materia amministrativa era retto da tre questori di entrambi gli schieramenti: Angelo Muzio (Rifondazione comunista) Ugo Martinat (An) e Maura Camoirano (Ds-Ulivo). La stranezza di questo contratto allora fu notata da due parlamentari dell’opposizione, Franco Pagliarini della Lega nord e Teodoro Buontempo (allora di An e ora con Francesco Storace nella Destra). Nonostante la loro battaglia fosse basata su argomenti granitici, i due deputati furono isolati nei loro partiti. Anche i giornali allora evitarono di approfondire le loro denunce, sgradite a tutti i partiti. Intanto Scarpellini ha continuato ad avere ottimi rapporti con i suoi inquilini. Secondo le dichiarazioni ufficiali depositate a Montecitorio ha versato 100 mila euro ai Ds di Roma nel 2006 e negli anni precedenti non aveva disdegnato di contribuire con qualche decina di migliaia di euro anche alle finanze leghiste. In politica, come negli affari, il sor Sergio è bipartisan.    
di Marco Lillo IFQ

  La buvette della Camera. La voce “costi di ristorazione” è una delle più alte dopo quella sugli affitti di locazione (FOTO ANSA)

25 marzo 2010

Mafia: L’assassino di Fragalà, il lambro e l’ipotesi di una strategia

UN OMICIDIO E UN ATTO TERRORISTICO:
LA MAFIA STA TRATTANDO?
Certi silenzi parlano più delle parole. E parlano, ai miei occhi almeno, gli inquietanti silenzi su due gravissimi fatti recenti: l’assassinio, a Palermo, dell’avvocato Enzo Fragalà; l’inquinamento doloso, in Lombardia, del fiume Lambro. In apparenza due fatti del tutto lontani e incomunicabili. Ma che potrebbero anche non esserlo. Sicuramente si tratta di due fatti anomali accaduti in contemporanea. Nel primo caso è stato ammazzato davanti al suo studio un avvocato che si è storicamente distinto per avere tutelato in sede legale i boss mafiosi. Che è stato tra i loro difensori più in vista nel maxiprocesso degli anni Ottanta. E che è poi stato eletto in Parlamento, dove è rimasto per numerose legislature.   Nel suo caso l’anomalia balza subito agli occhi. Ucciso una sera davanti al portone del suo studio da un energumeno isolato e munito, così ci è stato raccontato, di casco e di bastone. Ma da quando a Palermo si uccide con un bastone? Forse la città non si è distinta nella sua storia per la facilità con cui i conti vi vengono regolati con le armi da fuoco, si tratti di fatti pubblici o (anche) di fatti privati?

   O davvero si può credere che ci si presenti a uccidere un personaggio famoso da soli e armati solo di un randello, con il rischio, fra l’altro, che la vittima designata riesca a scappare, a premere un tasto o che passi qualcuno d’improvviso? E soprattutto: ma quale individuo isolato ucciderebbe a Palermo un legale dei clan? Si è fatta l’ipotesi   di un pazzo omicida. Certo. Solo che l’avvocato Fragalà era stato indicato come uno dei possibili bersagli di Cosa Nostra ai tempi del celebre striscione esposto allo stadio della Favorita, quello in cui Berlusconi veniva invitato a ricordarsi della Sicilia riferendosi al 41-bis, ossia al carcere duro, vera ossessione dei clan. Solo che il tema del carcere duro continua a tornare come un martello anche nelle sedi processuali. Solo che le promesse non mantenute e il preteso scarso impegno degli avvocati in Parlamento sono stati oggetto di ripetute e pubbliche lamentele nonché di allusive minacce da parte dei boss, di cui si trova conferma anche in qualche narrazione dei collaboratori di giustizia.   Se poi Fragalà davvero stava assistendo alcuni imprenditori in via di dissociazione da Cosa Nostra, questo non ha potuto che esporlo ancora di più. Un messaggio di sangue, dunque. Il più volte temuto messaggio a una classe forense ritenuta contigua o più organica alla difesa dei boss in sede giudiziaria. Questo potrebbe essere l’assassinio di Fragalà. E questa consapevolezza intuitiva è sembrata affiorare nelle dichiarazioni e soprattutto nelle mezze frasi corse qualche giorno dopo, durante l’assemblea dei legali al Palazzo di Giustizia palermitano. Come se si fosse ricevuto il segno di un’impazienza giunta all’ultimo stadio, e che la decisione di mandare all’asta i beni confiscati alla mafia non è bastata a sedare. E che, evidentemente, non bastano a sedare le generosissime falle amministrative che vengono ovunque   denunciate nella gestione del 41-bis (ultimi, i liberi convegni in carcere tra i boss Graviano e Schiavone). Soprattutto, forse, di fronte ai ripetuti successi di magistrati e forze dell’ordine nella cattura dei latitanti. D’accordo, potrà dire qualcuno: ma che c’entra il Lambro? In effetti. Può darsi nulla. Ma può darsi molto. Il fatto è che a 1500 chilometri di distanza da Palermo, nella Lombardia dove batte il cuore del potere politico a cui i boss   indirizzano da tempo le proprie richieste, è stata provocata una catastrofe ambientale. Non è stato incidente, questo è appurato. Bensì sabotaggio, vero e proprio atto di terrorismo ecologico. I cui danni sarebbero potuti essere immensi e coinvolgere in modo ancor più disastroso il Po e la sua pianura. Sabotaggio professionale, ci è stato detto. Un atto di terrorismo che ha tutta l’aria di essere stato dimostrativo o punitivo o le due cose insieme. Indirizzato   contro qualche interesse locale o contro interessi più ampi? La logica (che non sempre si riflette nei comportamenti umani, questo è vero) suggerisce che l’atto sia stato indirizzato consapevolmente contro la collettività. Un po’ come gli atti di terrorismo compiuti contro il patrimonio artistico. L’assassinio di Fragalà e l’attentato al Lambro-Po sono fatti assolutamente anomali. E quindi non facilmente leggibili dall’opinione pubblica. Dunque, in sé, perfettamente funzionali a un eventuale desiderio di irriconoscibilità da parte degli autori. Che è senz’altro in questo momento (vogliamo ipotizzarlo?) il desiderio di Cosa Nostra. La   sua presenza sotto traccia sta scritta nel patto che l’ha traghettata nella Seconda Repubblica. E d’altronde essa sa perfettamente che per ottenere gli agognati benefici legislativi e amministrativi non può esibire tracotanza delittuosa. Ha imparato che dopo gli scoppi di aggressività criminale lo Stato è costretto a contrastarla di più, a non concederle più niente. Deve usare modalità mascherate e il meno sanguinarie possibili. Assassinio di Fragalà e attentato terroristico, per le forme in cui sono avvenuti, avrebbero dunque i requisiti ideali per minacciare selettivamente. Non il paese, ma chi può e deve capire. E purtroppo i silenzi clamorosi non aiutano a stare tranquilli. Perché, ad esempio, il ministro Alfano, che – oltre a governare la Giustizia – bene conosce la Sicilia, ha detto e mai più ridetto che stanno tornando i tempi più bui? Perché si levano   allarmi e grida continue contro i clandestini e ogni più piccolo attacco alla nostra sicurezza ed è passato invece nel più gelido silenzio governativo un terribile atto di terrorismo? Siamo davanti alla coincidenza (possibile) di due fatti separati o a qualcosa che sa di strategia e di trattativa?  
di Nando Dalla Chiesa IFQ
 Avvocato con clienti pericolosi
Due indiziati scagionati, uno dei quali persino dal Ris, un mucchio di lettere anonime con indicazioni che non hanno portato da nessuna parte, e i confidenti di polizia e carabinieri ritirati a riccio, che sull’omicidio non aprono bocca e non si fanno nemmeno trovare. A un mese dall’aggressione bestiale costata la vita all’avvocato Enzo Fragalà, penalista a cavallo tra professione e politica, deputato per più legislature di Alleanza nazionale, gli investigatori sembrano girare a vuoto mentre in procura cresce e si rafforza l’ipotesi del delitto di mafia eseguito con modalità anomale perché mimetizzate, nonostante le voci circolate in carcere su una presunta   dissociazione dei boss dall’omicidio del legale. L’agguato a “Fragalà è legato alla sua professione’’, aveva detto “a caldo” il procuratore Francesco Messi-neo e oggi l’unica certezza è che non è stato un delitto d’impeto, la reazione di un cliente deluso per una difesa andata male. Gli investigatori   continuano a scavare nei fascicoli giudiziari dei processi dello studio legale, e una particolare attenzione è dedicata a quelli nei quali il penalista assisteva cinque professionisti che avevano deciso di confessare il proprio ruolo di prestanome di boss mafiosi, fornendo indicazioni per lo sviluppo delle indagini, anche patrimoniali. L’avallo del legale alla rottura dell’omertà, è una delle ipotesi, potrebbe essere interpretato dai mafiosi come una violazione di regole non scritte ma tacitamente   accettate in una città in cui in molti avvertono le ricadute dell’aumento di un clima di violenza e tensione attorno ai temi della giustizia che espone anche gli avvocati al rischio di inaccettabili forme di pressione e violenza. Come quelle subìte nel 2002, quando numerosi boss detenuti nel carcere di Novara inviarono una lettera al segretario del Partito radicale Daniele Capezzone chiedendo dove fossero “gli avvocati delle regioni meridionali che hanno difeso molti degli imputati di mafia, e che ora siedono negli scranni parlamentari, e sono nei posti apicali di molte commissioni preposte a fare queste leggi? Loro erano i primi, quando svolgevano la professione forense, a deprecare più degli altri l’applicazione del 41-bis. Allora svolgevano la professione solo per far cassa”. In quell’occasione, il nome di Fragalà fini in un elenco di sette avvocati a rischio redatto dal Sisde che in un’informativa sostenne   che “in ambienti di interesse” la lettera dei detenuti di Novara veniva interpretata come indicativa della richiesta agli esterni di pianificare “azioni delittuose”. In quell’occasione Fragalà “rifiuto” la scorta, sostenendo che si trattava solo   di uno status symbol. Ma oggi i tempi sono cambiati, se un altro penalista deputato, Nino Lo Presti, ex Alleanza nazionale adesso Pdl, ha proposto subito dopo il delitto per gli avvocati di Palermo, l’uso del porto d’armi per difesa personale.  
di Giuseppe Lo Bianco IFQ
 
LA MACCHIA nera che ha invaso il fiume     
È il 23 febbraio di quest’anno, e una macchia nera vasta almeno 600 mila i metri cubi fuoriesce dai depositi della raffineria Lombarda Petroli e invade il fiume Lambro, tributario del Po. Siamo in Vallassina, in “mezzo” a centri abitati come Asso, Canzo, Ponte Lambro ed Erba. Siamo alle porte di Milano. È qui che scoppia “un disastro ambientale senza precedenti per l’ecosistema del fiume che ne pagherà a lungo le conseguenze” come spiegano i volontari di Legambiente. Un disastro etichettato, dopo poche ore, come anomalo. Tanto che secondo i primi accertamenti della polizia provinciale, non c’è alcun dubbio che la fuoriuscita degli idrocarburi da tre serbatoi sia stata dolosa. Ma è anche certo che l’azienda non ha collaborato opponendo anzi, almeno nelle prime fasi dopo la scoperta del disastro, una certa resistenza all’accertamento dei fatti, cosa che ha ritardato i primi interventi. Sono state, quasi sicuramente, persone che sapevano come operare sui macchinari, che hanno aperto le valvole da cui hanno cominciato a uscire tonnellate di gasolio e oli combustibili.
Il Fatto Quotidiano
24 marzo 2010

Obesità infantile: conseguenze e soluzioni

Autostima e obesità infantile negli Stati Uniti
Se l’adolescente manca di autostima può diventare obeso.
Una ricerca sviluppata su un gruppo di adolescenti dal dipartimento per la Salute di New York ha evidenziato una stretta relazione tra il sentimento di impopolarità ed il conseguente rischio di sviluppare l’obesità.
Lo studio è stato condotto su un campione di 4.400 ragazze statunitensi, tutte con un’età compresa tra i 12 e i 18 anni.
In una prima fase alle ragazze si è chiesto di esprimere il giudizio relativo al proprio apprezzamento sociale con un valore che procedeva da 1 a 10.
Questo dato veniva poi messo in relazione con altri elementi quali il reddito familiare e l’indice di massa corporea.
A distanza di due anni si è proceduto con la seconda fase della ricerca e così le ragazze sono state sottoposte ad una nuova misurazione del peso ed il risultato che è emerso sembra indicare che le adolescenti che non hanno una buona autostima (sono quelle giovani che hanno attribuito a se stesse un voto compreso tra 0 e 4) presentano il 69% di possibilità in più di acquisire peso rispetto alle altre coetanee che hanno – o credono di avere – consenso sociale.
Circa il 2 per cento di massa corporea.
Il risultato non desta nessuna meraviglia, anzi rafforza una convinzione già condivisa tra gli esperti dei disturbi dell’alimentazione che da tempo vanno sostenendo che lo sviluppo dell’obesità nell’età adolescenziale è condizionata e non poco anche da fattori emotivi e sociali.
Goutham Rao, direttore del centro per l’obesità dell’ospedale infantile di Pittsburgh, considera questa ricerca importante in quanto,a suo giudizio, pone in relazione in modo consequenziale la mancanza di auto-stima e l’aumento di peso.
Ma molti esperti rimangono scettici e tra questi si colloca la professoressa della Purdue University (Indiana), Judith Myers-Walls, che propone il seguente quesito: le adolescenti ingrassano perché hanno scarsa autostima o non si stimano a causa del peso eccessivo?
Forse la soluzione può esser suggerite da Adina Lemeshow, che dopo aver partecipato, adolescente, alla ricerca è diventata successivamente ricercatrice presso il Dipartimento per la Salute di New York. La Lemeshow afferma che «…nella prevenzione e lotta all’obesità può dimostrarsi molto utile adottare terapie che si concentrino anche sulle abilità personali delle adolescenti, e più precisamente sulla loro capacità di affrontare sfide e problemi del vivere sociale».
Il problema degli adolescenti obesi negli Usa è uno dei problemi più urgenti: uno studio realizzato dall’Associazione dei medici americani nel 2006, tra il 1999 e il 2004 avverte che il numero di ragazze obese è aumentato del 15% circa.
E l’obesità non possiamo dimenticarlo, costa, infatti le spese sostenute dal servizio sanitario nazionale Usa per la cura di questa patologia ammontano a circa in 127 milioni di dollari l’anno e purtroppo l’obesità, rispetto a venti anni fa, si è triplicata.
di Mara Simeone
Che cosa è l’obesità infantile
L’obesità infantile è un problema di notevole rilevanza sociale. Il fenomeno, denunciato a gran voce dai più autorevoli nutrizionisti (in Italia colpisce un bambino su quattro) è il risultato di un bilancio energetico positivo protratto nel tempo; in pratica si introducono più calorie di quante se ne consumano.
La definizione di sovrappeso/obesità nel bambino è più complessa rispetto all’adulto, il cui peso ideale è calcolato in base al BMI (Body Mass Index o Indice di Massa Corporea = peso in Kg diviso l’altezza in metri, al quadrato).
In attesa di trovare dei parametri di riferimento più adeguati, il BMI è stato proposto anche per i più piccoli. Pertanto si definisce obeso un bambino il cui peso supera del 20% quello ideale; in soprappeso se supera del 10-20%, oppure quando il suo BMI è maggiore del previsto.
La crescita ponderale del bambino si calcola facendo riferimento alle tabelle dei percentili, grafici che riuniscono i valori percentuali di peso e altezza dei bambini, distinti per sesso ed età. La crescita è nella norma se si pone intorno al 50° percentile. Più si supera il valore medio più aumenta il rischio obesità.
Ci sono mamme che passano ore in palestra, praticano jogging, bilanciano le calorie della propria dieta in maniera eccessiva, ricorrono in casi estremi alla chirurgia plastica per eliminare accumuli di grasso e cellulite, ma paradossalmente non si accorgono dei chili di troppo dei loro figli: è sufficiente questa valutazione per decidere di affrontare il problema.

Principali fattori di rischio

L’obesità infantile ha una genesi multifattoriale, essendo il risultato di diverse cause più o meno evidenti che interagiscono tra loro; in primo luogo una eccessiva/cattiva alimentazione, legata o meno ad una ridotta attività fisica e a fattori di tipo genetico/familiare; rari i casi di obesità legati ad alterazioni ormonali quali ipotiroidismo o disfunzioni surrenali.


paninoALIMENTAZIONE – Spesso ci preoccupiamo quando il bambino mangia poco, raramente quando mangia troppo. Se è vero che una dieta insufficiente può portare a deficit di vario tipo (proteine, calcio, ferro, vitamine ed altri nutrienti essenziali alla crescita), di contro, un introito calorico eccessivo determina, dapprima un sovrappeso del bambino e poi, nella maggioranza dei casi, una manifesta obesità.
Non dobbiamo dimenticare che un’iperalimentazione nei primi due anni di vita oltre a causare un aumento di volume delle cellule adipose (ipertrofia), determina anche un aumento del loro numero (iperplasia); da adulti, pertanto, si avrà una maggiore predisposizione all’obesità ed una difficoltà a scendere di peso o a mantenerlo nei limiti, perché sarà possibile ridurre le dimensioni delle cellule, ma non sarà possibile eliminarle. Intervenire durante l’età evolutiva è, quindi, di fondamentale importanza, perché ci dà la garanzia di risultati migliori e duraturi.
I genitori dovrebbero essere i primi ad accorgersi dell’eccessivo aumento ponderale del bambino e mettere al corrente il pediatra, la persona più indicata in questi casi. Spesso però il forte appetito, che a volte si traduce in una vera e propria voracità, viene interpretato come un segnale di benessere e si tende ad incentivarlo più che a limitarlo, con l’illusione che gli evidenti chili di troppo possano scomparire con lo sviluppo. Il bambino cicciottello, poi, ispira più simpatia di uno magro, che anzi, tende a preoccupare il genitore.
Oltre a mangiare troppo, però, il bambino mangia in maniera sregolata, spesso e male. Le tentazioni sono davvero tante, il frigorifero di casa è sempre stracolmo di merendine e snack, i distributori automatici delle scuole invitano a spuntini fuori pasto, costituiti da prodotti industriali ricchi di calorie e grassi nascosti. Le bevande gassate, infine, eccessivamente zuccherine, risultano essere un piacere insostituibile, da preferire all’acqua, specie d’estate, dopo una sudata, o in occasione delle “feste” con gli amichetti.


computerSEDENTARIETÀ – Oltre all’alimentazione scorretta e squilibrata, non dobbiamo sottovalutare, come fattore di rischio, la ridotta attività fisica o la sedentarietà, frutto di uno stile di vita sbagliato, ma sempre di più frequente riscontro.
I piccoli, infatti, sono spesso accompagnati in macchina dai genitori, anche se la scuola o la palestra distano pochi metri da casa, prendono l’ascensore anche per un solo piano, passano ore ed ore davanti al computer e alla televisione (con gli esempi negativi che accentuano le cattive abitudini alimentari), escono sempre meno e così via.
L’esercizio fisico è di fondamentale importanza per il bambino che cresce, in quanto, oltre a farlo dimagrire, lo rende più attivo, contribuendo a ridistribuire le proporzioni tra massa magra (tessuto muscolare) e massa grassa (tessuto adiposo). E’ sufficiente praticare un’attività aerobica leggera, senza affaticare troppo l’organismo, come una pedalata in bici o una camminata, che sottopongono i muscoli ad uno sforzo moderato ma costante e attingono carburante soprattutto dal serbatoio dei grassi; così dimagrire diventa più facile.


quadroFAMILIARITÀ – I fattori familiari non sono meno determinanti dei precedenti. L’obesità, sotto certi aspetti, può considerarsi un problema di natura ereditaria e, sotto altri, una conseguenza di fattori ambientali.
Un’indagine multiscopo realizzata dall’ISTAT nel 2000 dimostra che circa il 25% dei bambini ed adolescenti in sovrappeso ha un genitore obeso o in sovrappeso, mentre la percentuale dei bambini sale a circa il 34% quando sono obesi o in sovrappeso entrambi i genitori.
L’esempio della famiglia è fondamentale: non si può parlare di educazione alimentare se i genitori non iniziano per primi a seguire una dieta equilibrata; allo stesso modo non è pensabile che il piccolo sia l’unica persona della famiglia a mangiare un contorno di insalata quando tutti gli altri preferiscono le patate al forno.
Per quanto riguarda la natura ereditaria dell’obesità sono state evidenziate alterazioni di alcuni geni aventi un ruolo nella produzione delle cellule adipose, ma gli studi sono tutt’ora in corso.
Le conseguenze dell’obesità
Tra le conseguenze precoci le più frequenti sono rappresentate da problemi di tipo respiratorio (affaticabilità, apnea notturna), di tipo articolare, dovute al carico meccanico (varismo/valgismo degli arti inferiori, ossia gambe ad arco o ad “X”, dolori articolari, mobilità ridotta, piedi piatti), disturbi dell’apparato digerente, disturbi di carattere psicologico: i bambini grassottelli possono sentirsi a disagio e vergognarsi, fino ad arrivare ad un vero rifiuto del proprio aspetto fisico; spesso sono bambini derisi, vittime di scherzi da parte dei coetanei e a rischio di perdere l’autostima e sviluppare un senso di insicurezza, che li può portare all’isolamento: escono meno di casa, stanno più tempo davanti alla televisione, instaurando un circolo vizioso che li porta ad una iperalimentazione reattiva.

signore obeso dal medicoPer quanto riguarda le conseguenze tardive, occorre sottolineare che l’obesità infantile rappresenta un fattore predittivo di obesità nell’età adulta. Oltre ad avere una maggiore predisposizione al sovrappeso/obesità, la persona che è stata cicciottella da piccola, risulta maggiormente esposta a determinate patologie, soprattutto di natura cardiocircolatoria (ipertensione arteriosa, coronaropatie), muscoloscheletrica (insorgenza precoce di artrosi dovuta all’aumento delle sollecitazioni statico-dinamiche sulle articolazioni della colonna e degli arti inferiori, più soggette al carico), conseguenze di tipo metabolico (diabete mellito, ipercolesterolemia ecc), disturbi alimentari, fino allo sviluppo di tumori del tratto gastroenterico.
Da non sottovalutare le conseguenze di tipo psicologico, che possono trascinarsi ed amplificarsi negli anni. Il disturbo può arrivare a stravolgere la vita del soggetto e i suoi rapporti sociali: si comincia col rifiutare gli inviti degli amici fino a chiudersi in se stessi, vittime del proprio problema, che sembra senza via di uscita.
Le soluzioni da adottare
PRIMA REGOLA: PREVENIRE

Se il piccolo tende ad aumentare di peso, occorre intervenire subito, senza aspettare che ingrassi troppo.
Non esistono regole rigide, né ricette infallibili, basta adottare semplici accorgimenti comportamentali; soprattutto, una volta sensibilizzati al problema, i genitori non devono mai abbassare la guardia.
Ecco alcuni consigli di natura pratica.
  • Abituare il bambino a tre pasti regolari: una colazione non abbondante ma sostanziosa, un pranzo e una cena, intervallati da uno spuntino a metà mattina e una merenda il pomeriggio. Questo gli eviterà i “buchi” tra un pasto e l’altro e lo abituerà a non mangiare fuori orario.
  • Non premiare il bambino con troppi spuntini, specialmente se ricchi di zuccheri o comunque ipercalorici come merendine, gelati, bevande gassate, succhi di frutta.
  • Non insistere quando il bambino è sazio o non ha molta fame; il piccolo potrebbe mangiare solo per far piacere alla mamma o per non essere sgridato; c’è il rischio di ingenerare in lui un rapporto distorto con il cibo.
  • Limitare l’introito proteico, alternando il consumo di carne, uova e formaggi, alimenti che non vanno mai somministrati insieme; preferire le proteine del pesce.
  • Abituare il bambino ai giochi all’aperto e all’attività fisica; è importante, per un corretto sviluppo; in movimento brucerà molte calorie.
    Rispettare i ritmi sonno/veglia onde evitare l’instaurarsi di abitudini scorrette (sindrome dell’alimentazione notturna).

bimbo che mangiaSE IL BAMBINO È GIÀ GRASSOTTELLO

Quando i chili di troppo sono già evidenti occorre adottare ulteriori misure. 
Il pediatra e il dietologo sono infatti le figure più indicate a predisporre un intervento mirato, ma sono i genitori ad avere il ruolo più importante. La consapevolezza del danno che l’obesità può arrecare alla salute del proprio figlio deve, infatti, far riflettere i genitori e portarli ad sradicare comportamenti alimentari e abitudini scorrette consolidate nel tempo. Può essere un compito arduo, ma non impossibile. Occorre puntare sul coinvolgimento e non sui divieti, cercando di non colpevolizzare il piccolo se qualche volta cede alle tentazioni e non fare del peso un’ossessione.
Possono essere utili a riguardo alcuni semplici consigli:
  • Innanzitutto svuotare cucina e frigorifero dai cibi tentatori (patatine, merendine, cioccolata, succhi di frutta) e sostituirli con gli alimenti giusti (acqua, tè, frutta, fette biscottate, yogurt).
  • Fare del pasto un momento di pausa per stare insieme e parlare (quando si guarda la televisione non ci si accorge di quanto e di cosa si mangia).
  • Evitare che il bambino mangi troppo in fretta; così facendo, non si sazia mai e dopo una merendina ne chiede subito un’altra.
  • Preferire i cibi fatti in casa ai prodotti confezionati; si calcolano meglio i condimenti e si scelgono le materie prime da utilizzare.
  • Eliminare i piatti più elaborati sostituendoli con altri cucinati in modo semplice, senza troppi condimenti; abituare il piccolo ad assumere quotidianamente una quantità discreta di verdure cotte o crude, più ricche di fibre, che riempiono lo stomaco e rallentano l’assimilazione delle sostanze introdotte.
  • Moderare le quantità.
  • Non associare il cibo all’idea di qualcosa di “speciale”, né usarlo come premio.
  • Ridurre il tempo dedicato alla televisione/computer a favore di attività più dinamiche.
  • Spronare il bambino a camminare e a fare le scale, piuttosto che prendere l’ascensore.
  • Favorire una regolare attività sportiva cercando di assecondare le preferenze del bambino e la sua sensibilità (dalla passeggiata in bici alla partita di calcio, dal nuoto in piscina alla ginnastica in palestra).
  • Sottoporre regolarmente il bambino a visite pediatriche di controllo.

di Cinzia Confalone Ministero della Salute

24 marzo 2010

24 marzo 1944 Eccidio delle Fosse Ardeatine

La scelta delle vittime  torna all'indice

Il mattino successivo, alle nove, il Kappler aveva un colloquio con il Commissario di PS. Alianello, che pregava di chiedere, con la massima urgenza, al vice capo della polizia Cerruti se la polizia italiana era in grado di fornire cinquanta persone. Il Cerruti poco dopo gli comunicava che avrebbe mandato da lui il Questore Caruso perché prendesse accordi in merito alla consegna di cinquanta uomini. Alle 9,45 il Caruso, accompagnato dal Ten. Koch, che in quel tempo svolgeva funzioni di polizia non ben definite, si presentava dal Kappler. Questi spiegava ai due come, per completare una lista di persone da fucilare in conseguenza  i corpi rinvenuti dell’attentato di Via Rasella, aveva bisogno di cinquanta persone arrestate a disposizione della polizia italiana e spiegava i criteri in base ai quali egli aveva già compilato una lista di 270 persone. A conclusione di questo colloquio si stabiliva che il Questore Caruso avrebbe fatto pervenire al Kappler per le ore 13 un elenco di cinquanta persone. Nell’elenco compilato dal Kappler con l’aiuto dei suoi collaboratori numerosi erano i detenuti per reati comuni e gli ebrei arrestati per motivi razziali; fra gli altri poi una persona assolta dal Tribunale Militare tedesco e due ragazzi di 15 anni, dei quali uno arrestato perché ebreo. Alle 12 circa l’imputato si recava nell’ufficio del Gen. Maeltzer il quale, qualche ora prima gli aveva fatto sapere che l‘attendeva per tale ora. Mentre quel generale lo informava che l’ordine della rappresaglia proveniva da Hitler, giungeva il Maggiore Dobrik del battaglione «Bozen», che era stato convocato qualche ora prima. Il Ten. Col. Kappler informava il generale di aver compilato una lista di 270 persone che gli consegnava. A questa lista, diceva, dovevano aggiungersi i nominativi di cinquanta persone che, per le ore 13, gli sarebbero stati dati dal Questore Caruso, scelti fra i detenuti che questi aveva a sua disposizione Complessivamente, quindi, si raggiungeva il numero di 320 persone, pari al decuplo dei militari tedeschi che fino a quel momento erano deceduti.

La rappresaglia  torna all'indice

Il generale Maeltzer, informato dall’imputato dei criteri adottati nella compilazione della lista, si rivolgeva al Dobrik dicendogli che spettava a lui eseguire la rappresaglia con gli uomini che aveva a sua disposizione. Quest’ufficiale esponeva una serie di difficoltà (il fatto che i suoi uomini erano anziani, poco addestrati all’uso delle armi, superstizioni, ecc.) con l’evidente scopo di sottrarsi al compito affidatogli. Due giorni dopo, difatti, il ten. col. Kappler riferiva questo episodio al generale Wolf per fare un addebito al maggiore Dobrik. «Dissi – egli afferma parlando di questo colloquio (voI, VII, f. 37 retro) – che Dobrik, al quale sarebbe toccato di eseguire la fucilazione, si era tirato indietro, e con ciò io presentavo ufficialmente le mie lagnanze contro Dobrik a Wolf. Stante le difficoltà poste dal Dobrik, il Gen Maeltzer telefonava al Comando della 14ma armata e parlava con l’allora Col. Hanser, al quale, dopo aver prospettato quanto detto da quell’ufficiale, chiedeva venisse comandato un reparto di quell’armata per l’esecuzione. L’Hanser rispondeva testualmente. “La polizia è stata colpita, la polizia deve far espiare”. il Gen Maeltzer ripeteva ai due ufficiali presenti questa frase quindi dava ordine al Kappler di provvedere lui all’esecuzione. Congedatosi dal Gen. i corpi rinvenuti Maeltzer, il Kappler si portava nel suo ufficio in Via Tasso. Qui chiamava a rapporto gli ufficiali dipendenti e li informava che fra qualche ora avrebbe dovuto eseguirsi la fucilazione di 320 persone in conseguenza dell’attentato di Via Rasella. Al termine della riunione il Kappler impartiva l’ordine che tutti gli uomini del suo comando, di nazionalità tedesca, dovessero partecipare all’esecuzione. Contemporaneamente ordinava al Cap. Schutz di dirigere l’esecuzione e gli dava disposizioni particolari in merito alla modalità dell’esecuzione medesima. «Dissi poi a Schutz – egli afferma (vol. VII f. 29) – che per la ristrettezza del tempo, si sarebbe dovuto sparare un sol colpo al cervelletto di ogni vittima e a distanza ravvicinata per rendere sicuro questo colpo, ma senza toccare la nuca con la bocca dell’arma», Inoltre incaricava il Cap. Kochler di trovare immediata­mente, in qualche vicina località adatta per l’esecuzione, una cava «in modo che la stessa potesse essere trasformata in camera sepolcrale, chiudendone gli Ingressi». (vol VII, f 29)

Date queste disposizioni, il Kappler si recava a mensa. Ivi qualche tempo dopo il Cap. Schutz lo informava di aver appreso poco prima della morte di un trentatreesimo soldato tedesco fra quelli rimasti feriti in seguito all’attentato, li Kappler, saputo da quell’ufficiale che nella mattinata erano stati arrestati dieci ebrei, dava ordine a quest’ultimo di includere dieci di questi fra quelli che dovevano essere fucilati. Intanto giungeva a mensa il Cap. Kochler, il quale riferiva al Kappler che la cava per l’esecuzione era stata trovata e che «l’ufficiale del genio, che aveva visto il luogo, riteneva tecnicamente semplice chiudere l’imboccatura della cava stessa» (vol. VII, f. 29 retro). L’imputato si dirigeva subito, assieme al Cap. Kochler, verso il luogo scelto per l’esecuzione. Nel momento in cui il Kappler usciva assieme al Kochler, cioè pochi minuti dopo il colloquio avvenuto fra il primo ed il Cap. Schutz, all’ingresso si trovava un autocarro sul quale quest’ultimo faceva  un cadavere salire le vittime. Queste erano legate, con funicelle, con le mani dietro la schiena. Ad esse nulla era stato detto circa la loro sorte. «Chiesi infine a Schutz – afferma l’imputato nel suo Interrogatorio (vol. VII, f. 31) confermato a dibattimento – se aveva avvertito le vittime della loro sorte: Schutz mi rispose che aveva effettivamente pensato in un primo tempo di avvertirli, ma che poi non lo aveva fatto per evitare che qualche prigioniero del primo autocarro, durante la strada, potesse gridare che era condotto alla fucilazione col probabile risultato che al passaggio degli autocarri si verificassero dei tentativi di liberazione». Il Kappler si recava alla cava scelta dai Cap. Kochler, che trovavasi nella, località delle cave Ardeatine ad un chilometro dalla Porta S. Sebastiano. Ivi giunto ispezionava la cava e, quindi, si riportava all’aperto. Uscito trovava sul Piazzale il primo autocarro di vittime giunto mentre egli trovavasi nell’interno della cava. Mentre egli si aggirava nei pressi delle cave Ardeatine, il Cap. Schutz, il quale, come detto, aveva avuto l’incarico di dirigere l’esecuzione, riuniva gli ufficiali ed i sottufficiali e, spiegate le modalità con le quali doveva essere effettuata la fucilazione delle vittime, diceva che quanti non si sentivano di s parare non avevano altra via di uscita che mettersi al fianco dei fucilati e che che essi avrebbero avuto un colpo.

L’esecuzione  torna all'indice

Quindi s’iniziava l’esecuzione: cinque militari tedeschi prendevano in consegna cinque vittime, le facevano entrare nella cava, che era debolmente illuminata da torce tenute da altri militari posti ad una certa distanza l’uno dall’altro, e le accompagnavano fino in fondo, facendole svoltare in altra cava che si apriva orizzontalmente; qui costringevano le vittime ad inginocchiarsi e, quindi, ciascuno di essi sparava contro la vittima che aveva in consegna. Il Kappler partecipava, una prima volta, alla seconda esecuzione, che egli racconta brevemente. “Vicino l’autocarro – egli dice (voI. VII, f. 31 retro) -presi in consegna una vittima, il cui nome veniva da Priebke cancellato su di un elenco da lui tenuto. Altrettanto fecero gli altri quattro ufficiali. Conducemmo le vittime sullo stesso posto e, con le stesse modalità vennero  il funerale di un martire fucilate, un po’ più indietro delle prime cinque”. Narrazione analoga dell’esecuzione è fatta dall’imputato Clemens. “Quando sparai io – egli afferma (vol. VII, f. 108) – le cinque vittime furono portate nella cava da soldati noi ci disponemmo dietro e, all’ordine, sparammo un colpo solo. Le vittime erano in ginocchio e, dopo che caddero, alcuni soldati trasportarono i cadaveri verso il fondo delle caverne dove si trovavano già i cadaveri delle prime. lo poi uscii dalla cava e non rientrai più, ma ritengo che le altre esecuzioni siano avvenute allo stesso modo”. Gli altri imputati confermavano sostanzialmente le modalità descritte. Il tetro spettacolo dei cadaveri che, dopo le prime esecuzioni, si presentava alla vista delle vittime, quando queste entravano nella cava e s’inginocchiavano per essere fucilate, è espresso sinteticamente dal teste Amon, il quale fu presente all’esecuzione, ma non sparò perché non ebbe la forza. «Avrei dovuto sparare – egli dice – (ud. del 12-6-1948) ma quando venne alzata la fiaccola e vidi i morti svenni… Rimasi inorridito a quello spettacolo. Un mio compagno mi diede un colpo e sparò per me».

Il completamento della lista delle vittime  torna all'indice

Le vittime dei primi autocarri provenivano dal carcere di Via Tasso, le altre dal carcere di Regina Coeli. lvi si trovava il Ten. Tunath, accompagnato dall’interprete S. Ten. Koffler, del comando di polizia tedesca di Roma, il quale provvedeva a fare avviare alle cave Ardeatine i detenuti del terzo braccio a disposizione dell’autorità corone di fiori presso le fosse militare tedesca. Ultimato il prelevamento di questi detenuti, il Tunath si rivolgeva al Direttore del carcere per avere i cinquanta che erano a disposizione della polizia italiana e che, secondo precedenti accordi, dovevano essere consegnati dal Questore Caruso. Poiché ancora non era giunta la lista se ne faceva richiesta telefonica al Caruso, da cui si aveva promessa di un sollecito invio a mezzo di un funzionario, Il tempo trascorreva senza che giungesse tale lista. Il Tunath telefonava ancora alla Questura e parlava con il Commissario Alianello, al quale violentemente diceva «che se non si mandava subito l’elenco avrebbe preso il personale carcerario» (dich. Alianello, ud. del 26-6-1948). Dopo un pò di tempo il Tunath, stanco di aspettare, incominciava a prelevare dei detenuti in maniera indiscriminata. Poco dopo, sull’imbrunire, arrivava il Commissario Alianello con una lista di cinquanta nomi datagli dal Questore Caruso, che consegnava al Direttore del carcere. Questi cancellava undici nomi, precisamen­te quelli indicati con i numeri progressivi da 40 a 49 e con i numeri 21 e 27 e li sostituiva con altri undici nomi relativi a persone che già erano state portate dal Ten. Tunath e che non erano comprese nella lista. La cancellatura degli ultimi nominativi della lista era determinata dal fatto che la compilazione di questa era stata fatta iniziando dalle persone ritenute più compromesse per continuare con quelle che si trovavano in posizione migliore, il depennamento dei nomi indicati con i numeri 21 e 27 veniva effettuato invece perché l’una persona era ammalata grave all’ospedale e l’altra non si riusciva a trovarla. Tutti gli imputati prendevano parte all’esecuzione, sparando una o più volte, il Kappler, dopo circa mezz’ora dall’inizio dell’esecuzione e dopo aver partecipa­to ad una fucilazione, si allontanava recandosi all’ufficio in Via Tasso. Espletate alcune pratiche ritornava alle cave Ardeatine e partecipava ad altra fucilazione. Gli altri imputati rimanevano sul posto sino alla fine dell’esecuzione. Questa aveva termine alle ore 19 circa. Subito dopo si facevano brillare delle mine, chiudendosi in questo modo quella parte della cava nella quale i cadaveri ammucchiati fino all’altezza di un metro circa, occupavano un breve spazio.

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MAUSOLEO DELLE FOSSE ARDEATINE

                     

 particolare cancellata alle fosse ardeatina
 
 la cancellata alle fosse ardeatine

Il Sacrario delle Fosse Ardeatine è stato creato a perenne ricordo del crudele massacro, perpetrato dai nazisti a Roma il 24 marzo 1944 nelle cave di pozzolana della via Ardeatina;
è stato solennemente inaugurato nel 1949 in occasione del quinto anniversario della strage.
Il grandioso monumento, pur nella semplicità ed austerità della sua linea architettonica, è straordinariamente eloquente.
Esso abbraccia in un solo complesso: le grotte, nelle quali venne consumato l’eccidio; il Mausoleo, ove sono raccolte le salme; il gruppo scultoreo,che sintetizza espressivamente la tragedia dei 335 martiri.
La sistemazione monumentale delle Fosse Ardeatine è stata realizzata dagli architetti:
Giuseppe Perugini, Nello Aprile e Mario Fiorentini, nonché dagli scultori Mirko Basaldella e Francesco Coccia.
[Tratto dall’opuscolo “FOSSE ARDEATINE” a cura del Ministero della Difesa - Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra] Disegno e realizzazione del Cancello d’ingresso alle Fosse Ardeatine, ad opera dell’artista Mirko Basaldella;

 

Orari dal lunedì al venerdì:

Mausoleo: apre alle 08,15 e chiude alle 15,30
Museo: apre alle 08,15 e chiude alle 15,15

Orari sabato e domenica:

Mausoleo: apre alle 08,15 e chiude alle 16,30
Museo: apre alle 08,15 e chiude alle 16,15

Giorni di chiusura

1° Gennaio, Pasqua, 1° Maggio, 15 Agosto, 25 Dicembre

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23 marzo 2010

Milioni di impuniti come l’impunito Milioni

Alfredo Milioni

 

Il fatto è che milioni d’italiani credono di essere Berlusconi, ma sono soltanto Milioni. Intesi come Alfredo Milioni, il presidente di circoscrizione romano che non ha presentato le liste del Pdl in tempo perché, dice, s’era fermato a mangiare un panino. Quindi ha presentato ricorso, ma ha sbagliato la data del ricorso. E allora è andato a piangere dai capi, che hanno convinto il governo a emanare un decreto, ma quelli hanno sbagliato pure il decreto. Ma non fa nulla, perché è comunque colpa dei giudici comunisti. Così, invece di cacciarlo a pedate dal partito, Berlusconi ha eletto Milioni a eroe della lotta al comunismo. Chissà, un giorno forse gli faranno anche una statua equestre in centro, con lo sguardo verso l’orizzonte, una lista in mano e uno sfilatino sotto il braccio.

Il punto è proprio questo: perché Berlusconi esalta Milioni e non lo caccia? In realtà, aveva provato. Sulle prime, il premier aveva tratto dal pasticcio delle liste la conclusione più logica, la stessa tratta da Bossi e Fini. Ovvero che nel Pdl vi fossero troppi incapaci miracolati, arruffoni e arruffoni. Ma poi è arrivata la ribellione del popolo a questa semplice verità. I sondaggi hanno certificato un crollo dei consensi. Gli elettori di Berlusconi non vogliono spiegazioni sensate, vogliono il sangue, le teorie del complotto. E Berlusconi, che di questa Italia è il burattinaio ma ancor più il burattino, ha fatto una spettacolare giravolta.

La colpa è, come sempre, delle toghe rosse, Milioni di Milioni vogliono così. In concreto essi s’identificano assai più in Alfredo che in Silvio. Al padrone non chiedono autocritiche, argomenti seri, ma una protezione, uno scudo totale per la propria incapacità di essere cittadini, l’ignoranza delle regole, il pressappochismo, la voglia matta di rimanere impuniti, se non pagano le tasse, se costruiscono un abuso sull’abuso dell’anno precedente, se passano col rosso.

Milioni d’impuniti, come l’impunito Milioni. Tanto è colpa dei comunisti. E in ogni caso i comunisti ne hanno fatte di molto peggiori. Vuoi mettere i gulag con la sfiga di tirare sotto questo disgraziato mentre attraversava sulle strisce? Vogliamo paragonare le purghe di Stalin con questa mazzetta che mi sono trovato in tasca? I Berlusconi passano. Ma rimarranno milioni d’italiani incivili, allergici alla verità arruffoni e arraffoni, eternamente fascisti.
di Curzio Maltese
23 marzo 2010

L’ultima tentazione di B: bloccare gli effetti dell’inchiesta Agcom

 
LE INTERCETTAZIONI NON SARANNO PIÙ UNA PROVA
I consiglieri più fidati lo invitano alla prudenza. Il testo della riforma della legge sulle intercettazioni telefoniche, dopo il voto della Camera, è ormai approdato al Senato, dove sarà approvato subito dopo le elezioni regionali. Mettere di nuovo le mani nei codici solo per cancellare totalmente, con l’ennesima legge ad personam, ogni rischio giudiziario legato all’indagine della Procura di Trani sulle pressioni di Silvio Berlusconi sull’Agcom e la Rai per chiudere Annozero, dicono gli uomini del premier, non conviene. Anche perché a Berlusconi, accanto all’articolo 338 (minaccia a un corpo amministrativo dello Stato) viene contestato un reato certamente ministeriale (la concussione) per il quale si può procedere solo in virtù di una pronuncia del Parlamento.   Eppure il leader del Pdl, secondo quanto risulta a Il Fatto Quotidiano ci sta pensando. Seriamente. Tanto che, domenica 21 marzo a Firenze, ha introdotto una grossa novità nella sua personale guerra contro gli ascolti telefonici. Adesso non parla più solo di privacy violata, di “barbarie”, di “fango” che tracima dalle pagine dei giornali. Si spinge molto più in là. Dice che l’intercettazione   “è un mezzo assolutamente non idoneo ad essere mezzo di prova”. Visto che, secondo lui, “rende facilissimo lo sconvolgimento delle carte in tavola perché sul sonoro si possono tagliare delle frasi che addirittura vanno a cambiare il senso di ciò che segue”. Un caso del genere però non si è mai verificato nella storia giudiziaria italiana. Nessuno ha mai contestato il contenuto audio delle intercettazioni disposte dalla magistratura. Episodi di tagli e cuci, ci sono stati, è vero. Ma hanno sempre riguardato privati cittadini che registravano di nascosto il loro interlocutore. È accaduto, per esempio, nel 1995 quando proprio Berlusconi, assieme all’avvocato Cesare Previti, invitarono ad Arcore Antonio D’Adamo, un amico di Antonio Di Pietro, e grazie a delle cimici piazzate dal cameraman Roberto Gasparotti ne incisero la voce mentre parlava dei suoi rapporti con l’ex pm. Poi le registrazioni, opportunamente sforbiciate, vennero depositate a Brescia, in   procura. Ma il giudice finì per considerarle carta straccia, visto che erano state manipolate. Gli ascolti non disposti dall’autorità giudiziaria infatti, già ora, non hanno valore di prova. Ma possono solo influire sul libero convincimento dei tribunali. Ed è proprio questa una delle strade   (strettissime) che Berlusconi sta pensando di battere. Trovare il modo di “parificare” gli ascolti ordinati dalla magistratura a quelli, per così dire, privati.

   Il problema del premier, a meno che non tema altre inchieste eventualmente in corso (i boatos si stanno moltiplicando), è infatti essenzialmente il caso Rai-Agcom. Proprio ieri i pm pugliesi hanno inviato, per competenza territoriale, le carte sul capo dell’esecutivo ai loro colleghi della Capitale. Entro due settimane la Procura di Roma dovrà presentare le proprie richieste istruttorie (archiviazione o ulteriori indagini) al Tribunale dei ministri. Poi il collegio avrà tre mesi di tempo per svolgere il suo lavoro e arrivare a una decisione.   Se chiederà il processo (fatto mai accaduto sinora) sarà poi il Parlamento a votare. Mentre la Camera dovrà eventualmente pronunciarsi sull’utilizzabilità – contro il premier – del contenuto dei suoi 18 colloqui con il membro in teoria indipendente dell’Agcom, Giancarlo Innocenzi, e il direttore del Tg1, Augusto Minzolini. Lo scenario pare insomma assolutamente favorevole a Berlusconi. Vista la cattiva prassi secondo cui il Parlamento non si pronuncia mai sul fumus persecutionis come vorrebbe la legge, ma fa valutazioni di tipo politico, pare   escluso che il premier possa andare alla sbarra. Nel suo entourage però ci sono lo stesso molti timori. Il principale riguarda le conversazioni tra non parlamentari presenti nell’inchiesta. Innocenzi, alcuni collaboratori e membri dell’Agcom, e il direttore generale della Rai, Mauro Masi, parlano tra loro diffusamente delle sfuriate del “capo”. Eliminare grazie al voto la voce di Berlusconi potrebbe quindi non bastare per evitare la richiesta di processo. Inoltre, se nel corso dell’inchiesta dovesse cadere l’ipotesi di concussione (propria del pubblico ufficiale), resterebbe l’articolo 338 (le minacce), un reato che non è necessariamente di competenza del Tribunale dei ministri. E anche la richiesta di autorizzazione a procedere potrebbe venire meno. Insomma, ricorrere alla trentottesima legge   ad personam, per depotenziare del tutto gli ascolti, dal punto di vista di Berlusconi, ha un senso. O almeno lo ha se si guarda il fronte giudiziario. Per quanto riguarda quello politico è invece tutta un’altra storia. Anche perché il presidente, Giorgio Napolitano, non ha ancora contro-firmato (ha tempo fino al 10 aprile) il legittimo impedimento. Un nuovo intervento in materia di giustizia può insomma aprire uno scontro con il Quirinale. Col risultato di rendere ancora più incerta la già problematica promulgazione (sembra palesemente incostituzionale) della norma che bloccherà tutti i processi contro il capo dell’esecutivo e i suoi ministri. Una sorta di pietra tomba-le anti-giudici, destinata a rendere 24 cittadini italiani diversi da tutti gli altri, di cui Berlusconi ha ormai bisogno come l’aria.  
di Peter Gomez IFQ
Dal “Decreto Bondi” del 1994 fino al “legittimo impedimento”
Fermi   a 37. Sono tante le leggi ad personam disegnate su Silvio Berlusconi. L’ultima il cosiddetto   “legittimo impedimento”, che permette al premier di saltare le udienze dei processi. Ma la prima è stata il “Decreto Biondi” del 1994, dove si vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari)   per i reati contro la Pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese la corruzione e la concussione, proprio mentre alcuni ufficiali della Guardia di Finanza confessano di essere stati corrotti da quattro società del gruppo Fininvest (Mediolanum, Videotime, Mondadori e Tele+) e sono pronte le richieste di arresto per i manager che hanno pagato le   tangenti. Il decreto impedisce cioè di arrestare i responsabili e provoca la scarcerazione immediata di 2764 detenuti, dei quali 350 sono colletti bianchi coinvolti in Tangentopoli (compresi la signora Pierr Poggiolini, l’ex ministro Francesco De Lorenzo e Antonino Cinà, il medico di Totò Riina).
Il Fatto Quotidiano
 
Trani-gate, l’ossessione è la fuga di notizie 
TRA OGGI E DOMANI ARRIVANO AL TRIBUNALE DI ROMA LE CARTE SULLE “PRESSIONI” DEL PREMIER SU INNOCENZI
È durata circa un’ora la prevista riunione tra il procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, e gli agenti della Digos di Bari. Al centro del summit non gli sviluppi dell’inchiesta sulle pressioni Rai ma le “fughe” di notizie nell’ambito delle indagini durante le quali si è giunti ad ascoltare le telefonate del premier, Silvio Berlusconi. L’incontro si è svolto nella metà mattinata di ieri: a conclusione Capristo non ha voluto fare alcuna dichiarazione. 
   La riunione riguardava entrambe le “fughe”: sia quella riferita all’articolo del 10 marzo scorso de il Fatto Quotidiano, che rivelava l’esistenza dell’inchiesta della procura di Trani su presunte pressioni compiute dal presidente del consiglio nei confronti del commissario Agcom ,Innocenzi per la chiusura di Annozero e il coinvolgimento del direttore del Tg1 Minzolini, sia quella che coinvolge due giornalisti del quotidiano la Repubblica.   
   I due giornalisti indagati sono Francesco Viviano, furto e pubblicazione di atti segreti e Giuliano Foschini, indagato per ricettazione: i documenti contenenti alcune intercettazioni dell’inchiesta Rai-Agcom, secondo gli investigatori, sarebbero stati presi da Viviano nell’ufficio del gip, fotocopiati e poi rimessi a posto.   
   Inoltre saranno sul tavolo del procuratore della Repubblica di Roma Giovanni Ferrara tra oggi e domani le carte della magistratura di Trani sulle presunte pressioni che sarebbero state esercitate dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi nei confronti del commissario Agcom Giancarlo Innocenzi. Una volta a piazzale Clodio, il carteggio, previa iscrizione del nominativo del premier nel registro degli indagati per minacce e concussione, così come prevede la procedura, sarà oggetto di esame e di valutazione da parte degli inquirenti. Quindi, entro 15 giorni dal ricevimento, seguirà l’invio degli atti al tribunale dei ministri con le richieste da parte della procura: queste potranno essere di approfondimento della vicenda, con l’eventuale indicazione delle attività da svolgere, o di archiviazione. Il collegio competente per i reati svolti nell’esercizio delle funzioni ministeriali ricopre un ruolo di inquirente. Entro novanta giorni, a meno che non ci sia stata archiviazione, a questo punto il tribunale restituirà gli atti alla procura con i risultati dell’attività eseguita e la richiesta delle conclusioni: queste potranno essere di archiviazione o di rinvio a giudizio dell’indagato.
IFQ
 
23 marzo 2010

Annozero RAI per una notte: “È una notizia: RaiNews lo trasmetterà”

Corradino Mineo, direttore di RaiNews24, ha deciso di mandare in onda lo speciale di Annozero “Rai per una notte”. 
Direttore, perché ha scelto di trasmettere una serata polemica nei confronti della Rai, che è la sua azienda? 
Sarebbe stato grave lasciare alla concorrenza un grande evento informativo organizzato da un gruppo di professionisti Rai. 
La Rai però ha deciso lo stop del talk-show fino a elezioni concluse. 
Il servizio pubblico deve pensare ai telespettatori. Non possiamo tradire la loro fiducia. E poi il punto è un altro. 
Quale? 
Questo sarà un fatto importante che merita di essere raccontato.   Una notizia. Sarebbe giornalisticamente inaccettabile non darla. 
Lei ha trasmesso anche la manifestazione di Berlusconi e quella del popolo viola. 
Infatti. RaiNews24 manda in onda tutto ciò che interessa al pubblico. 
Ha chiesto autorizzazioni?
Scherza? Siamo un canale all news, valutiamo autonomamente cosa ha la dignità per diventare notizia. Informiamo l’azienda, questo sì, e poi trasmettiamo. 
Si aspetta ritorsioni? 
E perché? Alla fine la Rai sarà felice di aver rispettato il pubblico. 
Però Loris Mazzetti, dirigente di RaiTre, è stato sospeso per aver criticato la Rai sul Fatto. Secondo lui è un avvertimento a chi parteciperà allo   speciale di Annozero. 
Guardi, sono in Rai dal primo febbraio 1978. Condizionamenti ambientali? Ce ne sono a bizzeffe. Scelte ingiuste? Certamente sì. Ma censure preventive io non ne ho mai avute. 
E se dovessero sanzionarla a   posteriori? 
Come si dice, siamo tutti provvisori. Il fatto di avere un’informazione politicizzata mette tutti a rischio, ma se per evitare i rischi non fai il tuo lavoro, che giornalista sei? 
Non tutti sembrano pensarla come lei, dentro l’azienda. 
Prendiamo la vicenda di Minzolini che al Tg1 dice che l’avvocato Mills è stato “assolto” e non prescritto. Io sono dell’idea che anche l’ultimo dei giornalisti avrebbe dovuto controllare la notizia della prescrizione, chiamarla col suo nome, e darla nella maniera più corretta. 
Ma è davvero così tranquillo? 
Un giornalista non può scegliere con la pancia, la paura o il machiavellismo. Ne va della sua credibilità.  
di Beatrice Borromeo
 
22 marzo 2010

Réforme de la santé américaine : une victoire historique à l’avenir incertain

Mesure phare de l'administration démocrate, le projet de loi sur la réforme du système de santé a été adopté par le Congrès américain, après un an de débat acharné.

"Oui, ils ont fait l’histoire", titre le Washington Post. Après des mois d’âpres négociations au Congrès, Barack Obama a remporté, dimanche 21 mars, une victoire législative majeure avec l’adoption d’une réforme historique de l’assurance-maladie. En portant personnellement cette réforme, M. Obama "a démontré qu’un président qui a un but, adopte un plan de bataille et s’y tient, n’est pas facile à mettre en défaut", souligne le Los Angeles Times.

La Chambre des représentants a approuvé par 219 voix contre 212 le texte adopté en décembre par le Sénat, alors qu’une majorité de 216 voix était nécessaire. "En bien des manières, cette bataille est la continuation des débats passionnés de la campagne de 2008", souligne Mother Jones. Le Wall Street Journal, pour sa part, ne décolère pas du ralliement de l’élu du Michigan, Bart Stupak, connu pour ses positions anti-avortement, et qui aurait "vendu son âme à un exécutif édenté". Au total, 34 démocrates ont voté contre le projet de loi avec 178 républicains, dont pas un n’a voté pour la réforme.

Sur dix ans, la réforme, d’un coût de 940 milliards de dollars (695 milliards d’euros), devrait aussi réduire le déficit américain de 138 milliards de dollars (102 milliards d’euros), selon le bureau du Budget du Congrès. Le texte prévoit en effet une baisse des dépenses du programme d’assurance-maladie des personnes âgées (Medicare). Au total, le texte devrait permettre de garantir une couverture à 32 millions d’Américains qui en sont dépourvus.

"Pendant les prochaines années, la plupart des Américains ne verra que des changements mineurs dans le système de santé", précise l’hebdomadaire Time. "Parmi les batailles autour de l’"Obamacare", aucune n’a été plus passionnée que celle portant sur l’impact de la réforme sur les seniors", souligne pour sa part Newsweek.

UNE DERNIÈRE ESCARMOUCHE RÉPUBLICAINE ?

"En se plaçant du point de vue de ce dont a besoin l’Américain moyen, le président a transcendé le débat gauche-droite, souligne The Daily Beast. Mais pour le New York Times, au contraire, ce succès politique met fin à la promesse d’un président "postpartisan". "Une grande victoire pour Obama, mais des élus démocrates divisés", relève pour sa part Politico.

D’autres publications pointent aussi le possible retour à l’offensive de l’opposition républicaine. Lors des fameuses "Tea Party", "la droite a déjà terni, de manière significative, l’image de Barack Obama", remarque l’Huffington Post. D’après MSNBC, le parti d’opposition pourrait aussi mener une dernière escarmouche lors de la "réconciliation" au Sénat, une procédure qui ne requiert pourtant qu’un vote de cinquante sénateurs. Pour le Boston Globe, les républicains espèrent aussi, à moyen terme, "retrouver leur base électorale, et affaiblir les démocrates lors des élections de mi-mandat de novembre, en martelant des arguments contre cette loi".

Le mois de novembre pourrait en effet être crucial pour l’administration Obama, conclut le Washington Post, alors que la "Maison Blanche et le parti démocrate ont déjà essuyé une défaite monumentale dans le Massachusetts [avec la victoire d'un républicain pour succéder à Ted Kennedy] et des menaces de défections au Congrès". The Atlantic n’hésite pas d’ailleurs à parler de "victoire en demi-teinte", soulignant enfin que ce projet de loi demeure impopulaire sur tout le territoire américain.

Le Monde.fr

Le président américain Barack Obama en compagnie du vice-président Joe Biden après l'adoption de la réforme du système de santé, à Washington, le 21 mars 2010.

Barack Obama emporte à l’arraché la réforme de la santé

Barack Obama devrait signer rapidement – peut-être dès mardi – la loi sur l’assurance-santé aux Etats-Unis qui modifiera amplement les conditions de son exercice, ce qu’aucun président avant lui n’était parvenu à obtenir.

Dimanche 21 mars à 23 heures à Washington, par 219 voix contre 212, le plan adopté par le Sénat en novembre 2009 a été voté par la Chambre, malgré une ultime intense guérilla parlementaire républicaine. La majorité était de 216 voix et 34 démocrates ont voté contre.

La loi signée, le Sénat devra se prononcer sur une série d’amendements également adoptés par la Chambre. Les démocrates y détenant 57 élus (sur 100) et les 2 indépendants leur étant favorables, les républicains tenteront de faire échouer la procédure, sachant qu’ils ne peuvent l’emporter si un vote a lieu. Si, comme il est probable, la procédure va à son terme, M. Obama pourra clamer que son engagement le plus symbolique sur le plan social a été atteint : il aura réformé l’assurance-santé.

Ce faisant, au-delà d’un indéniable succès politique, cette réforme correspond-elle au contenu originel de ses engagements ? A la mi-août 2009, dans un article livré au New York Times, M. Obama avait présenté les "quatre principales voies" de sa réforme.

Un : l’octroi à ceux qui en sont dénués d’une assurance "de bonne qualité" que les bénéficiaires conserververont "qu’ils changent d’emploi ou qu’ils le perdent".

Deux : "contrôler les coûts exponentiels de la santé" – ils atteignent 16,4 % du PIB aux Etats-Unis, contre 10 % à 11 % dans les autres pays développés.

Trois : améliorer l’efficacité de l’assurance publique des retraités (Medicare) pour qu’elle "cesse d’enrichir les assurances privées".

Quatre : imposer aux assureurs de ne plus "discriminer" les contractants, c’est-à-dire les exclure pour dossier médical trop lourd.

Le contenu final de la loi répond à la plupart des attentes présidentielles. Cette réforme devrait permettre à 95 % des Américains de bénéficier d’une assurance médicale, contre 83,5 % actuellement, soit 31 millions de personnes supplémentaires sur les quelque 50 millions qui sont dénués d’assurance. Le bureau du budget du Congrès indique qu’il s’agira, pour 60 %, de personnes qui seront subventionnées pour accéder à l’assurance privée (par un financement public de la contribution patronale des PME, par exemple) et pour 40 %, de bénéficiaires d’une extension des programmes offerts aux retraités et aux plus indigents.

Les assureurs privés ne pourront plus refuser une couverture santé aux malades "à risques". Enfin, le bureau du budget a calculé que cette réforme (coût : 940 milliards de dollars) permettra de rogner 138 milliards de dollars sur dix ans sur les dépenses générales de santé – un vrai premier pas dans un dossier longtemps négligé.

Pour le reste, M. Obama envisageait aussi d’améliorer la couverture de quelque 100 millions d’Américains qui n’ont pas les moyens de payer pour une "bonne" assurance, et de se doter de moyens pour imposer un encadrement des tarifs aux assureurs privés. L’adoption d’une assurance publique concurrente du secteur privé était la pierre angulaire de cette ambition.

Le président y a renoncé, sentant que l’opinion basculait progressivement contre un tel plan, comme plus généralement contre le trop-plein de dépenses publiques, compte tenu de l’inefficacité du gigantesque plan de sauvetage de l’économie pour enrayer la poussée du chômage.

Mais en y renonçant, la Maison Blanche a pris le risque de scier la branche sur laquelle est assise sa réforme : tel est le reproche des démocrates progressistes. L’assurance privée, disent-ils, continuera de déterminer la politique tarifaire. Et l’Etat, élargissant sa prise en charge des deux populations les plus "à risques" – les retraités et les plus indigents – tout en renonçant à offrir au commun des assurés une couverture de qualité égale à moindre coût, se prive de la recette la plus "profitable" : celle de la couverture des 25-50 ans.

L’Etat va donc assumer l’essentiel des surcoûts de la couverture d’une population vieillissante (la retraite des baby-boomers devrait faire passer les inscrits à Medicare de 45 millions de personnes aujourd’hui à 77 millions en douze ans), tout en offrant au secteur privé d’augmenter plus encore son ratio de rentabilité.

Le risque, pour M. Obama, est d’apparaître bientôt comme bien plus dépensier qu’il ne le souhaite. Les républicains l’annoncent déjà, qui pronostiquent aussi une prochaine et "inéluctable" augmentation des impôts.

Le Parti républicain promet, en cas de signature de la loi, de multiplier les procédures contre un texte dénoncé comme anticonstitutionnel et d’en faire l’un des sujets clés de sa campagne électorale pour le renouvellement de la Chambre et du tiers du Sénat, le 2 novembre.

Une fois la loi votée, une course à la conquête de l’opinion va s’engager. Si, contrairement au plan de relance économique, une grande partie des Américains perçoivent rapidement les avantages que cette réforme leur apporte, les démocrates peuvent espérer se requinquer d’ici le scrutin de mi-mandat.

Sylvain Cypel Le Monde.fr

22 marzo 2010

LA BANDA SUONA FACCETTA NERA

 
Il corteo degli insulti: Bonino è la morte, Di Pietro è il matto e Santoro è fascista. Nella hit le toghe al primo posto
Il partito dell’amore si materializza nello slogan dei corpulenti ragazzi del Fuan. Il messaggio è chiaro: "Mettitela nel c.., la sentenza mettitela nel c…". Sentenze, pandette, fascicoli, giudici e giustizia. Nella hit parade degli slogan ritmati nel corteo dei militanti amorosi le "toghe" occupano il primo posto. Segue a ruota Antonio Di Pietro. Odiatissimo. I militanti della "Giovane Italia" hanno deciso di raffigurare con i tarocchi i loro nemici. Tonino è la carta del matto. Gli è andata bene, perché Emma Bonino è la morte.   Ma se poi lo sguardo si sposta qualche metro più indietro ecco apparire uno striscione: "Più Borsellino meno Di Pietro". E non si capisce se è un macabro auspicio per Di Pietro o un apprezzamento per il giudice siciliano ucciso in via D’Amelio. Michele Santoro non poteva mancare in piazza. Lui non c’è, ma un cartello lo richiama: "Di Pietro mafioso. Santoro fascista". Amore ce n’è poco. Quale sia il sentimento   che anima quel militante che sventola un vessillo della "X Mas", l’organizzazione dei torturatori fascisti, rimane un mistero. 
   Anziani signori piemontesi e giovani ragazze, bomber neri e tacchi a spillo, facce di ex democristiani e di sinceri fascisti. Giubbotti da finto aviatore e jeans firmati. Cappellini bianchi con i nomi dei candidati nei consigli regionali e le divise della banda musicale che intona "Faccetta nera", quella di "bella abissina". I bengalesi che occupano i marciapiedi dell’Appia da dove parte uno dei due cortei, ascoltano e non capiscono. Meglio la discomusic che un bus turistico, di quelli a due piani con l’ultimo aperto, spara a palla. Non ci sono i turisti giapponesi col naso all’insù a rimirare Roma antica, ma belle ragazze fasciate dalle toghe. Sono quelle dei magistrati nei Tribunali, ma non sono tutte nere, alcune sono   rosso fuoco. "Per dimostrare che c’è una giustizia vera e una rossa, quella che ci perseguita, quella che vuole toglierci la libertà di voto", dice   la ragazza che ne indossa una. Il cronista è salito sul "bus dell’amore". Tutti giovani romani che si muovono al ritmo di sambe e ritmi da discoteca. Il più anziano di loro chiede inutilmente che il dj metta "Meno male che Silvio c’è". Inutile. La piccola folla di ragazzi e ragazze si anima solo all’altezza del civico 400 e passa dell’Appia. Succede l’incredibile, dai balconi di un palazzo la gente si dà da fare per esporre qualcosa di rosso. Una bella ragazza incastra la tenda rosso vermiglio del suo salotto al balcone per farla sventolare, un ragazzo   espone i cuscini del divano. Partono grida "buffoni, invidiosi, ci odiate". Più avanti va peggio, dal balcone di un altro palazzo sette ragazzi sventolano un bandierone rosso di "Rifondazione". Le toghe sul bus sono state tiepide con i "comunisti" di prima e allora intervengono quelli del "Fuan". E partono saluti romani e dita media ben esposte verso quel vessillo nemico. Partito dell’amore. E della confusione. Il socialista Stefano Caldoro arriva e stringe mani, quelle di baldi giovanotti con il simbolo della "Fiamma" sul giubbotto. Gli striscioni dei napoletani che invocano il "nuovo" in Campania si incrociano con quelle dell’Udeur di Clemente Ma-stella proprio mentre la colonna sonora propone Renato Zero: "Lui chi è? Come mai l’hai portato con te?:::". Le bandiere dei cattolicissimi di "Militia Cristi" si mescolano a quelle del "Movimento per l’Italia   " della Santanché. Chissà se a quelle gentili e anziane signore che sognano le crociate qualcuno ha detto che la signora sottosegretario vuole   trasformare i soppalchi di bar e ristoranti in moderni bordelli. Tutti uniti "dall’amore". Per il popolo Viola cui è dedicato un simpatico cartello, "Famoli viola". Per Marco Travaglio in coppia con la candidata del centrosinistra nel Lazio: "Bonino Travaglio mettetevi il bavaglio". Pochi slogan, il corteo ha lunghi momenti di afasia, eppure gli organizzatori sono stati efficienti e hanno distribuito fogli con le parole d’ordine. "Stasera mi buccio, mi buccio con te": la voce di Rocky Roberts sovrasta tutti. 
   Si arriva a San Giovanni e sui volti dei militanti si legge un po’ di delusione. Insomma, la piazza non è poi così piena.   Dal palco Ignazio La Russa, stratega e ministro della Difesa, cerca di entusiasmare la folla. "Eppure dovevamo essere in pochi, così aveva detto la sinistra. Guardate le immagini sul maxischermo, stanno arrivando da via Labicana, c’è un Tricolore lungo un chilometro". E inizia una disputa sulla lunghezza del bandierone: centinaia di metri, no, 540…". Gli speaker dal palco   danno i numeri. "Meno male che Silvio c’è". L’inno finalmente conquista la scena. Il palco comincia a riempirsi, ci sono i ministri e i notabili. Nicola Cosentino ha fatto tardi e corre inseguito da un poliziotto in borghese. Non è la Dia, ma la sua scorta. La calabrese Jole Santelli (tubino nero e tacchi che più a spillo non si può) è all’altezza della metro Manzoni mentre a San Giovanni già cominciano a presentare il meglio del Pdl. Michele Iorio, l’uomo degli sperperi in Molise, e Denis Verdini, autore di una scandalosa "lettera agli abruzzesi", la Santanché e la Polverini che ballano sulle note di "Un’avventura" di Lucio Battisti. L’eterno governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, spalla a spalla con Giuseppe Scopelliti, il sindaco di Reggio, l’uomo che vuole rinnovare la Calabria ma che si è accorto tardi che le liste che lo appoggiano sono   inzeppate di personaggi in odor di ‘ndrangheta. È la piazza di Berlusconi.
Oggi un po’ meno affollata, un po’ più triste.
di Enrico Fierro IFQ
 
19 marzo 2010

La cosca politica milanese

Il ministro della difesa Ignazio La Russa
 
Un’inchiesta rivela: alle Europee la ‘Ndrangheta milanese ha puntato sul ministro. “Con lui siamo più forti degli altri"
“Tu devi votare Ignazio e Fidanza. Non facciamo cagate, quello sarà il nostro futuro!”. È il 31 maggio 2009. Alle elezioni mancano pochi giorni. A Milano si vota, oltre che per le Europee, per le Provinciali. Michele Iannuzzi parla chiaro. È consigliere comunale del Pdl a Trezzano sul Naviglio, paesone alle porte di Milano, ma la sua attività principale, si scoprirà, è quella di procacciatore d’affari per la Kreiamo Spa: una società ritenuta il braccio finanziario della ’Ndrangheta. Per questo è stato arrestato, il 22 febbraio scorso. Nella primavera del 2009, però, Iannuzzi è ancora un uomo libero e molto indaffarato a tessere trame politiche per far eleggere al Parlamento europeo un tris di candidati delle liste Pdl: Ignazio La Russa, ministro della Difesa; Carlo Fidanza, consigliere comunale a Milano; e Licia Ronzulli, infermiera all’ospedale Galeazzi, imposta in lista da Silvio Berlusconi (era lei a smistare gli ospiti   e le ospiti alle feste di Villa Certosa). La vicenda emerge dall’inchiesta “Parco sud” condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano che in due anni d’indagine ha scoperto una lobby politica in odore di mafia. Il tutto ricostruito minuziosamente nelle informative della Direzione investigativa antimafia. Nella primavera del 2009, il telefono di Iannuzzi è molto caldo. Il politico-faccendiere parla con gli uomini della Kreiamo e in particolare con l’immobiliarista Alfredo Iorio, oggi anch’egli in carcere per corruzione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso. I due hanno un progetto: condividono “l’aspirazione di eleggere un proprio consigliere provinciale”. Per arrivare all’obiettivo   , sostengono il candidato del Pdl Guido Podestà, che poi diventerà presidente della Provincia. E sono in contatto diretto con un uomo di Podestà, Stefano Maullu, l’assessore regionale alla Protezione civile che si sente il Bertolaso del nord. “Loro”, dice Iannuzzi a Iorio, “ci vogliono dare la delega per aprire i comitati per il presidente della Provincia”. Ne parlano anche con Andrea Pasini, un consigliere comunale Pdl in stretti rapporti con il giovane boss latitante Domenico Papalia, a cui inviava sms; e con Marco Osnato, consigliere al comune di Milano, ma soprattutto cognato di La Russa. Il gruppo dunque si dà da fare per mettere in lista un proprio candidato. La cosa si può fare. Anzi si deve fare: “Perché”, spiega Iannuzzi a Iorio, “possiamo fare quel salto di qualità in determinate cose”. Tanto più che, anche “se sei uno dei primi non eletti, ma gli fai vedere che quel collegio ha migliorato comunque, dopo, come fanno di solito,   ti accontentano”. Il candidato sostenuto dalla ’Ndrangheta dovrebbe essere Andrea Iorio, fratello di Alfredo. Ma rifiuta. Tentano di imporre un altro nome, ma non ci riescono. Il parere negativo   , scrive la Dia di Milano, viene annunciato ad Alfredo Io-rio da Fabio Altitonante, oggi assessore provinciale e allora consigliere al comune di Milano, molto vicino a Maullu e al gruppo legato alla ’Ndrangheta: “Decisione presa a livello di coordinamento nazionale”, si giustifica Altitonante. Una decisione che non piace a quelli della Kreiamo e ai loro soci occulti, che preparano comunque una strategia alternativa: se non avranno un loro uomo da votare, mostreranno tutto il loro peso sostenendo alcuni candidati già in lista. Iannuzzi ne parla direttamente con Maullu: “Senti Stefano, io ho perso una battaglia. Poi tu che mi vuoi spiegare come è andata: non me ne fotte un cazzo”. Ma intanto ecco la nuova carta giocata dal gruppo Iorio: “Sto organizzando, porteremo cinquecento persone, perché qua c’è un altro acquirente molto più importante: verranno Ignazio e Romano La Russa”. E Iannuzzi si mette al lavoro: “Chiamo dieci   capi bastone perché alla gente bisogna dargli un’opportunità”. Intercettazione dopo intercettazione, il progetto si svela completamente. Il gruppo cerca di guadagnare crediti politici impegnandosi per La Russa, ma anche per la candidata più spinta da Berlusconi. Michele Iannuzzi spedisce infatti un suo uomo all’incontro elettorale con Licia Ronzulli. “Tu fatti vedere attorno alle 12 e vedi di portarti tre o quattro pistola”.

   Il 6 giugno 2009, a seggi aperti, “Alfredo Iorio pare essersi confermato alla nuova linea dettata da Iannuzzi in relazione alle Europee”, scrivono gli investigatori della Dia. Eccolo, l’immobiliarista della Kreiamo, chiedere al telefono “conferma su come si scrive Ronzulli”. Dopodiché fa sapere a Iannuzzi: “Io sto facendo   votare La Russa, Ronzulli, Fidanza”. Poi Iorio si rivolge a un certo Pasquale: “In Piemonte cosa hai fatto votare?”. Chiara la risposta: “La Russa, Fidanza e Ronzulli”. Quindi Iorio si rivolge a   Iannuzzi: “Diglielo a Osnato”. Decisa la risposta del consigliere Pdl: “Quando vado a trovarlo, prepariamo un elenco di tutti i vari comuni dove noi abbiamo portato dei voti, così li vanno a verificare. Poi con la lista della spesa andiamo da lui”.

   L’avvicinamento politico a Ignazio La Russa da parte del comitato affaristico-mafioso messo in piedi da Alfredo Iorio era iniziato già nell’aprile del 2009, quando il ministro della Difesa aveva partecipato a una manifestazione politica a Trezzano sul Naviglio. È presente anche l’assessore regionale Pier Gianni Prosperini, che ha pagato una parte della campagna elettorale del ministro (oggi è in carcere per corruzione ed è indagato anche   per traffico d’armi con l’Eritrea). Ma in prima fila ci sono loro, quelli della lobby dei calabresi: Alfredo Iorio e Andrea Madaffari, vicepresidente della Kreiamo, in contatto diretto con il presunto boss della ’Ndrangheta Salvatore Barbaro (anche Madaffari sarà arrestato, il 3 novembre). Al termine del comizio, Io-rio parla al telefono con Pasini. Annota la Dia di Milano: “Pasini riferisce che il ministro è rimasto soddisfatto in quanto “ha visto della bella gente”. Poi Pasini prospetta a Iorio una cena alla quale invitare lo stesso La Russa. È soddisfatto: “Alfrè, parliamoci chiaro, chi cazzo è che è attaccato a un ministro così… Per cui noi siamo più forti degli altri, mille volte!”.  
di Davide Milosa IFQ
    Denaro della ’Ndrangheta e legami politici. Questi i due tavoli su cui l’immobiliarista Alfredo Iorio, presidente della Kreiamo Spa, gioca i suoi affari milanesi. Incassata la fiducia della cosca Papalia-Barbaro – radici a Platì, in Calabria, ma insediamento a Buccinasco, nell’hinterland milanese – nell’estate 2008 inizia a intrecciare rapporti istituzionali. Il suo progetto è chiaro: “Costituire un forte gruppo politico di riferimento in area locale per poter poi contrattare con i vertici regionali”. L’idea è ambiziosa, ma Iorio è ottimista. Intercettato, dice: “Noi abbiamo Stefano Maullu, abbiamo Colucci, abbiamo Giammario”. Un bel tris, al quale bisogna aggiungere anche Giulio Gallera, capogruppo del   Pdl al comune di Milano. Quattro nomi di peso, tutti prossimi candidati alle Regionali nel listino di Roberto Formigoni. Assessore regionale alla Protezione civile, Stefano Maullu sembra il politico più vicino al gruppo Kreiamo. Con Iorio il rapporto è molto stretto, tanto che il giovane imprenditore si rivolge all’assessore in maniera quasi prepotente: “Te con me non devi pensare che hai uno dei tuoi papocchi. Perché qua se tu vuoi parlare con me, dammi un’opportunità immobiliare”. E ancora: “Prima mi dai un fondo spese, poi ti servono la festa, la rielezione, allora iniziamo a ragionare”. Lui, Maullu, accetta il rapporto. Considera Io-rio “un tipo sveglio”. E si presenta alla cena elettorale pagata dagli amici. Ma alla Taverna della   Contea di Rozzano, oltre al candidato sindaco Pdl di Cesano Boscone, c’è la famiglia Madaffari al completo. Andrea Madaffari, socio di Iorio, vicepresidente della Kreiamo e deputato “a tenere i rapporti con i Barbaro-Papalia”. E poi le sorelle e i suoi zii. Il padre, Domenicantonio, “è una persona di rispetto”, spiega Iorio: Domenicantonio Madaffari nel 1978 fu coinvolto e arrestato per il sequestro del giovane Augusto Rancilio. A quella cena, Maullu arriva in compagnia di Fabio Altitonante, altro politico molto vicino al clan della Kreiamo, oggi assessore provinciale al territorio. Il capogruppo Pdl al comune di Milano Giulio Gallera “è la persona più vicina alla nostra mentalità”, dicono gli amici calabresi. Ha un solo difetto: “Giulio   di famiglia sta bene ed è meno bisognoso”. Maullu invece “ha fame e ha bisogno di imprenditori attraverso i quali pagarsi la campagna”. Nella sua agenda, Iorio ha anche nome e numeri di Alessandro Colucci, attuale vicecoordinatore   provinciale del Pdl. Lo stesso Colucci che nel 2005 fu filmato a cena con il boss della ’Ndrangheta Salvatore Morabito al ristorante Gianat. Sulla sua amicizia Alfredo Iorio sembra non avere dubbi: “Colucci ci tiene a me e ieri è andato da lui uno   dei miei per dirgli: ‘Tu sei importante, ma ricordati che io sono importante quanto te qua nella zona’”.

   Il poker politico si conclude con Angelo Giammario, eletto consigliere regionale nel 2005. “Volevo parlare con Giammario”, dice Iorio a Michele Iannuzzi: per trattare i ricchi appalti dell’Aler, l’azienda regionale per la gestione delle case popolari. Affari sui quali Iannuzzi e Giammario si sono già confrontati. “Lui”, dice Iannuzzi di Giammario “continua a menarmela su questi lavori che ha con Osnato”. Si tratta di “quattro lavori, il più piccolo è di un milione di euro”. Per capirci: Marco Osnato, oltre a essere consigliere comunale a Milano e cognato di La Russa, è anche nel cda dell’Aler.
di Davide Milosa IFQ  

  Giulio Gallera

18 marzo 2010

Etica e Sviluppo Sostenibile

La parola Etica correlata alla questione dello Sviluppo Sostenibile diventa, a mio avviso, il principio di riferimento su cui muovere tutto il processo ideologico che deve stare alla base di questa grande ed epocale rivoluzione, ancora tutta da implementare.
La questione globale di riferimento diventa poi il trinomio: Economia Etica e Sviluppo Sostenibile, la cui interconnessione è ormai comunemente riconosciuta, prefigurano tre ambiti vastissimi. Come è naturale, gli specialisti di ognuno di questi tre ambiti vedono l’interconnessione secondo la loro ottica particolare.
Tra tutte le ottiche il principio di bene comune, e in questo caso di bene comune universale, mi sembra sia quello che meglio si adatti a fare da collante fra i tre elementi: economia, etica e sviluppo sostenibile. Questo principio esige che la società globale si organizzi in modo tale che ogni uomo possa realizzare al meglio le sue potenzialità. E la realizzazione personale dipende dall’impegno di tutti a cercare, appunto, il bene comune. Infatti, lo sviluppo del quale parliamo – quello sostenibile, considerato come componente dello sviluppo umano integrale e che si appoggia sui tre pilastri, economico, sociale e ambientale – deve riguardare tutti, per il presente e per il futuro. In questa universalità c’è una duplice radice: etica ed economico-funzionale. Quella etica si fonda sul principio della eminente dignità di ogni persona umana, per cui è opportuno indirizzare i principi politici verso la costruzione di un mondo in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata. La seconda radice, quella economico-funzionale, affonda nella constatazione che, se lo sviluppo non è universale, se non raggiunge tutti i popoli, non è efficace poiché si priva del contributo fattivo di molti e perché le zone di sottosviluppo sono, a lungo andare, causa di squilibri, turbando la dinamica positiva dello sviluppo stesso. 
Per conseguire uno sviluppo così concepito, cioè umano e integrale, non si deve mai perdere di vista il parametro interiore dell’uomo, quel parametro che è nella natura specifica dell’essere umano, parametro accantonato da una cultura materialistica; quella natura corporale e spirituale che, nella sua dualità compone tutto l’uomo. In questo senso è interessante la definizione data da Giovanni Paolo II che pone la questione di "un’autentica ecologia umana", sottolineando come ci si preoccupi troppo poco di salvaguardarne le condizioni morali. 
È per questo che diventa interessante osservare quanto si muove intorno allo sviluppo sostenibile, le decisioni e le azioni che la comunità internazionale prende e mette in pratica per realizzarlo.
Infatti, fin dal 1992, quando si tenne la Conferenza delle Nazioni Unite su "Ambiente e Sviluppo", conosciuta come Conferenza di Rio, il tema dello sviluppo sostenibile è ampiamente dibattuto in seno alla comunità internazionale. Va detto che l’avvio della riflessione in questo campo fu promettente, poiché il primo principio della Dichiarazione di Rio recita: "Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni per lo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura".
Del resto, se promuovere la dignità della persona umana è promuoverne i diritti – e nella questione in oggetto, il diritto allo sviluppo e ad un ambiente sano, ciò significa anche richiamarne i doveri, cioè, la responsabilità verso se stesso, verso gli altri, verso i beni della natura che è comunque il luogo di salvaguardia della vita umana.
Ora, per essere sostenibile, lo sviluppo deve trovare l’equilibrio fra i tre obiettivi già menzionati: economico, sociale e ambientale e questo al fine di assicurare il benessere di oggi senza compromettere quello delle generazioni future (vedi Rapporto Brundtland del 1987). Ora, la sostenibilità ecologica è possibile solo in un contesto di sviluppo sociale e di crescita economica, quindi, l’eliminazione, lo "sradicamento" della povertà, per usare la terminologia degli organismi internazionali, è una componente cruciale dello sviluppo sostenibile.
Ma, se è vero che la povertà e la miseria costituiscono minacce alla sostenibilità in tutti i loro aspetti, è anche vero il contrario. Infatti, se oggi i problemi ambientali più rilevanti sono problemi globali, non vi è dubbio, però, che ad esserne colpite sono più le popolazioni povere che quelle benestanti. Tanto per fare qualche esempio: sono di solito i poveri a vivere negli ambienti peggiori, nelle periferie delle città o nelle "bidonvilles"; sono ancora i poveri che subiscono i danni maggiori dagli incidenti ambientali perché di solito vivono nei pressi dei luoghi più esposti a tali incidenti. Inoltre, molte popolazioni dei paesi poveri traggono le risorse essenziali per la vita dall’attività agricola, l’ambiente, quindi, per loro, non è un lusso, ma l’insieme dei mezzi essenziali per la sussistenza: la fame, la malnutrizione, la migrazione forzata derivano anche dal degrado ambientale, quale la distruzione di risorse ittiche e forestali e via dicendo. 
Per questo uno dei segni positivi dei nostri tempi è la rilevanza preminente che la lotta alla povertà ha assunto anche per la comunità internazionale. In particolare, il carattere etico di questa lotta costituisce un punto d’incontro fra la comunità internazionale. Nella Dichiarazione del Vertice sullo sviluppo sociale – tenutosi a Copenhagen, nel 1995, tre anni dopo la Conferenza di Rio, – i Capi di Stato e di Governo, al numero 2, si sono impegnati "ad operare per eliminare la povertà nel mondo mediante interventi nazionali condotti con determinazione e attraverso la cooperazione internazionale, poiché consideriamo che si tratti, per l’umanità, di un imperativo etico, sociale, politico ed economico". Ma la situazione mondiale, specie dei più poveri fra i poveri, è drammatica: basti pensare, in termini di risorse economiche, che nel 2000 erano 1,2 miliardi gli esseri umani a vivere al di sotto della soglia della povertà, cioè con meno di un dollaro al giorno, mentre un altro miliardo e seicento milioni vivevano con meno di due dollari. E, come si sa, il reddito non è che uno dei modi di misurare la povertà, poiché, se si considera questo fenomeno in modo più ampio, e più aderente alla realtà, come "privazione di qualcosa", mancanza di aspettative di vita, di anni di scolarizzazione, scarsità di cure sanitarie anche di base o impossibilità di accesso all’acqua potabile, per non parlare, più in generale, di impossibilità di partecipazione, la situazione appare anche più grave. 
La comunità internazionale è perfettamente consapevole, tanto è vero che il primo dei cosiddetti Obiettivi del Millennio – indicati in un documento sottoscritto dai responsabili di ONU, OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale – è proprio quello di ridurre della metà, fra il 1990 e il 2015, il numero degli abitanti del pianeta che vivono in povertà assoluta. E da allora, a partire dal Millennium Summit di New York del settembre 2000, non c’è stata Conferenza dell’ONU o delle sue Agenzie specializzate, Vertici di Capi di Stato e di Governo a livello mondiale o regionale, dei paesi più industrializzati o dei paesi in via di sviluppo, che non abbia ribadito la priorità della lotta alla povertà assoluta e del raggiungimento di questo obiettivo. 
In tutto questo contesto uno degli altri fenomeni nuovi, almeno nelle sue proporzioni è la globalizzazione che, a priori, non è né buona né cattiva, nonostante ci siano qua e la stupidi movimenti a favore o a sfavore; utilizzando persino le caratteristiche del cammino della storia per fare “politica” (anche questo è un segno di povertà).
Vanno invece analizzate alcune caratteristiche più vistose della globalizzazione, e tra queste l’aumento della competitività, che produce un danno sociale che sembra, almeno per ora, inevitabile: l’aumento delle disuguaglianze. Infatti la disparità tra ricchi e poveri si è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate e la sensazione di precarietà sembra dilagare, specie fra le giovani generazioni.
In definitiva, ci si trova di fronte ad una situazione paradossale in cui, pur non essendo le risorse, globalmente considerate, insufficienti, grazie anche, è doveroso riconoscerlo, alla mondializzazione, la povertà, cosiddetta relativa, di ben oltre tre miliardi di persone si è fatta più stridente. Dunque, a parte il caso di paesi poverissimi, il problema consiste in una distribuzione inefficace, quando non ingiusta, delle risorse, dovuta ad una governance inadeguata, per varie cause, a livello nazionale e internazionale. 
Per questo si impone una "globalizzazione della solidarietà" (cfr Documento Vaticano Centesimus annus, 36). 
Questa linea Etica non può non partire dalla questione del debito internazionale dei paesi poveri. Ma se il realismo governativo vuole che si riconosca l’inesigibilità dei debiti di alcuni paesi poverissimi – e in parte ciò è già avvenuto – è importante che i meccanismi studiati e già avviati per darvi soluzione, sia dagli Stati creditori che dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali, vengano applicati almeno entro i tempi stabiliti. È importante, altresì, vegliare che le somme corrispondenti ai debiti liberati vengano effettivamente impiegate dai Governi degli Stati debitori in programmi sociali, in primo luogo sanitari ed educativi. Un dei modi più duraturo per dare corpo alla solidarietà a livello globale è quello di riportare l’equità nel commercio internazionale abbattendo le barriere protezionistiche. Sono necessari ulteriori sforzi per assicurare a tutti i partner l’opportunità di trarre beneficio dall’apertura dei mercati e dalla libera circolazione dei beni, dei servizi e dei capitali. Ed in effetti, nel mondo di oggi, commercio, sviluppo e lotta alla povertà sono strettamente legati. 
Inoltre, è oggi universalmente riconosciuto che la chiave dello sviluppo in generale, e quella dello sviluppo sostenibile in particolare, risiede nella scienza e nella tecnologia e in questo ambito il problema principale sono i rilevanti ostacoli al trasferimento del "know-how" connesso al progresso tecnologico dai paesi ricchi, che ne dispongono, ai paesi poveri. Se si pensa che la maggior parte di questi ultimi si trova in aree tropicali in cui la vita media è sui 50 anni e se si tiene presente che nel mondo oltre 861 milioni di adulti, di cui i 2/3 sono donne, non hanno accesso all’alfabetizzazione e più di 113 milioni di bambini non vanno a scuola, si capisce che una priorità assoluta la devono avere le iniziative che riguardano l’educazione e la sanità.
Ora se i risvolti negativi della globalizzazione sono in buona parte imputabili ad una governance inadeguata, anche perché incapace di adattarsi con lo stesso ritmo ai mutamenti velocissimi della società odierna, è pur vero che le lacune della governance, a livello nazionale, dei paesi poveri sono ben note e lo sono in primo luogo ai cittadini di quegli stessi Stati. Prime misure da prendere, per cercare di colmarle, potrebbero essere queste: superare le numerose situazioni di conflitto, per lo più etniche; diminuire le spese in armamenti; combattere la corruzione ed impedire la fuga dei capitali all’estero; favorire, come si è detto, programmi educativi e sanitari andando verso la creazione di sistemi, anche elementari, di sicurezza sociale. Specie nell’ottica dello sviluppo sostenibile, è però anche necessario, in ossequio al principio di sussidiarietà, favorire la partecipazione delle popolazioni locali al loro stesso sviluppo. Nei Paesi più poveri, passi in avanti su questa strada si vanno compiendo, anche se faticosamente. Infatti, tanto per fare un esempio, l’iniziativa del Fondo Monetario e della Banca Mondiale per l’alleggerimento del debito dei Paesi Poveri Altamente Indebitati, conosciuta come iniziativa HIPC e che ha dei meccanismi molto complessi, prevede, fra l’altro, la presentazione di piani d’azione denominati Piani Strategici di Riduzione della Povertà (PRSP). Si tratta di piani a lungo termine che devono essere elaborati dai governi locali con ampia consultazione della società civile. Inutile nascondersi le difficoltà che la consultazione stessa incontra, specie in presenza, in molti casi, di governi non propriamente democratici e in paesi dove a volte mancano i registri dell’anagrafe, i diritti di proprietà sono quanto meno incerti e i catasti non si sa in cosa consistano. Ciononostante, è positivo constatare come il principio di partecipazione sia diventato un principio condiviso. 
A livello di governance globale, non sono mai state tanto evidenti le difficoltà che il sistema multilaterale, nato dopo la Seconda Guerra Mondiale, trova nel fare fronte alla complessità del mondo globalizzato e alle molteplici situazioni "calde" dei nostri giorni. Basti pensare, alle dure contestazioni che si levano ad ogni riunione del G7/G8, alle critiche di cui sono oggetto le Istituzioni Finanziarie Internazionali oppure la composizione e il meccanismo di funzionamento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tali critiche sono spesso il riflesso di un positivo consolidamento del senso di cittadinanza mondiale, concretizzato dal numero e dall’influenza sempre in crescita delle Organizzazioni Non Governative. È forse giunto il momento che queste ultime giochino un ruolo più formale nella vita pubblica internazionale. 
Nel campo dello sviluppo sostenibile, poi, di fronte al degrado ambientale del pianeta e alla frammentazione delle istituzioni internazionali nate in relazione ai diversi accordi in materia, una governance globale è da più parti invocata. Bisogna riconoscere, infatti, che, malgrado l’esistenza di un apposito organismo delle Nazioni Unite, l’UNEP (United Nations Environment Programme), per il mandato ad esso affidato e per la scarsità di mezzi di cui dispone, attualmente esiste una debolezza piuttosto evidente del cosiddetto "pilastro ambientale" a livello internazionale.
Sarebbe necessaria, ad esempio, una supervisione sull’attuazione degli accordi multilaterali. Ma una delle questioni che si impongono in modo sempre più pressante, in questo ambito, è quella relativa al problema dell’acqua, elemento fondamentale per l’esistenza umana. Problema gravissimo, se si pensa che, proseguendo l’attuale modello di sviluppo, circa la metà della popolazione mondiale soffrirà di mancanza di acqua nei prossimi 25 anni.
Queste preoccupazioni sono emerse in tutta la loro gravità nel corso del Terzo Forum Mondiale dell’acqua che si è svolto a Kyoto (16-23 marzo 2003).
In tutto questo contesto emerge prepotentemente che il vero snodo della questione è legato alla parametrazione del senso di efficienza economica che i Paesi del mondo fanno della propria economia; una parametrazione ancora legata ad un sistema capitalistico (che vorrei definire di prima generazione) che, fino ad oggi, ha incluso nelle equazioni economiche valutazioni economiche parziali, non tenendo conto della valutazione economica dei beni naturali.
Il bene naturale va considerato allo stesso modo di una eredità patrimoniale che riceve qualunque persona. Orbene senza inventario e bilancio patrimoniale nessuno può comprendere quanto abbia ricevuto in eredità.
Il sistema capitalistico di “prima generazione” si comporta ancora così, non attribuendo alcun valore (se vogliamo anche monetario, ma questo è abbastanza arido) a uomini ed ecosistemi.
Il principio etico dello Sviluppo Sostenibile deve ricomprendere nella sua equazione tutte quelle parti che, forse inconsapevolmente, abbiamo fino ad oggi trascurate. Allo stesso modo come il sistema odierno considera efficiente una economia che dia ricchezza materiale all’uomo, trascurando quella parte più rilevante che è la sua dignità di persona.

di Guido Bissanti www.ecosostenibile.org

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