Archivio per novembre, 2009

30 novembre 2009

Benedetto XVI : il controriformatore che torna all’epoca costantiniana

Ratzinger: Il Papa inquisitore

I primi anni del pontificato di Joseph Ratzinger costituiscono una perfetta rivisitazione della tela di Penelope. Nel periodo che va dall’ottobre 1962 al dicembre 1965 il Concilio Vaticano II intese porre fine all’epoca costantiniana  della Chiesa (oltre un millennio e mezzo della propria storia!), sciogliere l’abbraccio tra il trono e l’altare, aprirsi al dialogo col mondo moderno, sostituire l’anatema verso l’errore con la carità verso l’errante. Ri-conciliarsi, insomma, con tutto ciò che il “Sillabo” aveva definitivamente condannato: democrazia e scienza in primo luogo, fino al primato della coscienza per ogni fedele, e addirittura alla libera ricerca della verità storica su Gesù.

Un analogo lasso di tempo è bastato al “Papa inquisitore” per disfare accuratamente quanto intrapreso dal “Papa buono”. La volontà di amicizia col mondo del pluralismo liberale e della ricerca empirica, ha lasciato il posto alla volontà di anatema e a un programmato “scontro di civiltà” (…)

 

Un serie di fallimenti e autogol

Impresa anacronistica e dissennata, a prima vista. Autolesionista per la Chiesa, addirittura. In termini mondani, la cui misura è il successo, i primi anni di papato costituiscono infatti per l’ex cardinale dell’ex Sant’Uffizio uno sconcertante inanellarsi di fallimenti e autogol. Se non fosse per la deferenza al Romano Pontefice, cui anche i non credenti si sentono vincolati- fin troppo e troppo spesso – la sagoma di Don Chisciotte e del suo agitarsi contro i mulini a vento sarebbe stata rispolverata a go go, per definire l’overdose di filippiche rovesciata quotidianamente del soglio di Pietro contro una società secolare in preda “allo smarrimento e alla confusione” (a un “deragliamento laicizzante della società nel suo complesso”, converrebbe a modo suo Habermas).

Inarrestabile sembra infatti almeno la manifestazione più luccicante della secolarizzazione, la trionfante slavina dell’edonismo consumistico e sessuale, se sulla spianata di Tor Vergata, alla periferia di Roma,Anno (sancto) domini 2000, dopo aver entusiasticamente osannato la severa paternale del loro Wojtila contro il sesso fuori del matrimonio, un milione di Papa-boys (and girls, evidentemente) lasciava alle pale degli operatori ecologici (vulgo netturbini) del mattino seguente un allegro mare di caucciù, in decine di migliaia di pezzi della inequivocabile conformazione cilindrica.

Torniamo al punto. In questo mondo globalizzato di mercificazione , compreso il prospero proliferare del bazar del sacro, l’ex prefetto del Sant’Uffizio è riuscito  nell’impresa cattolica (alla lettera: universale) di scontentare tutto lo scontentabile, di deludere tutti i possibili interlocutori, di frustrare i potenziali alleati, moltiplicando e coltivando le occasioni di isolamento, dissipando prestigio e credibilità internazionale.

Solo alcuni cenni. (…)

Il 2 febbraio 2009 Angela Merkel – il capo del partito confessionale al governo, non un’atea militante in preda a foia iconoclasta – è costretta a criticare il Papa tedesco con una durezza assolutamente irritale: “Io auspico una chiarificazione piena della questione da parte del Papa e del Vaticano…non sono solita prendere posizione su questioni interne della Chiesa, ma questa è un’eccezione, perché siamo davanti a una questione fondamentale”. Il Papa ha infatti appena riabbracciato come fratelli nella fede gli adepti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondato dal fu monsignore Lefebvre, tra i quali Nelson Williamson, ordinato vescovo dallo stesso Lefebvre il 30 giugno 1988 e segnalatosi per le farneticanti dichiarazioni con cui negava lo sterminio degli ebrei nelle camere a gas e sosteneva l’autenticità dei “Protocolli dei Savi di Sion”.

Il cancelliere ha bacchettato esplicitamente il Vicario di Cristo perché “i tentativi di chiarimento venuti finora dal Vaticano non sono sufficienti…a questo punto dipende dal Papa chiarire che non ci può essere una negazione dell’Olocausto”. E ha concluso elogiando con un perentorio “me ne rallegro” le proteste di fedeli e vescovi tedeschi contro la decisione del Vaticano. In un’intervista alla radio pubblica Südwestrundfunk il cardinale Karl Lehman, ex presidente della Conferenza episcopale tedesca, aveva affermato che solo scuse “ad alto livello”, avrebbero potuto chiudere l’incidente, dopo aver definito “una catastrofe per i sopravvissuti dell’Olocausto” la decisione di Benedetto XVI di riammette Wiliamson del seno della Chiesa. (…)

Le agenzie riferiscono, inorridite, la vicenda di una bambina brasiliana incinta di due gemelli a seguito dello stupro perpetrato dal patrigno, che peraltro ne abusava da tre anni (come della sorella disabile). La bambina (altezza un metro e 33, peso 36 chilogrammi denutrita)  viene sottoposta ad aborto terapeutico (l’unico ammesso in Brasile), in quanto non avrebbe potuto sopportare la gravidanza gemellare: altissimo il rischio di morte per lei e per i due figli. Il vescovo di Olinda e Recife, mons. Josè Cardoso Sobrinho, a tambur battente scomunica con cattolica sollecitudine la bambina e l’intera équipe medica che ne ha evitato la morte. Nessuna scomunica per il patrigno stupratore, invece.

Il vescovo Sobrinho spiega a El Pais che lo stupratore ha bensì “commesso un peccato gravissimo…ma più grave di questo sapere qual è? L’aborto” e dunque gli anni di stupro/incesto del patrigno e il crimine di bambina e medici non sono paragonabili, il secondo costituisce “un omicidio contro due vite innocenti” (il primo è solo un “peccato gravissimo”) tanto più imperdonabile e meritevole di scomunica in quanto l’aborto rappresenta “un olocausto silenzioso, che uccide ogni anno un milione di innocenti in Brasile e 50 milioni nel mondo. Un olocausto maggiore di quello dei sei milioni di ebrei”. “La scomunica è automatica”, aggiunge, “io non ho fatto che dichiararla”. E se la bambina fosse morta nel dare alla luce i gemelli? Chiede il giornalista. E José Cardoso Sobrinho, serafico: “Una donna medico italiano ha portato avanti la sua gravidanza pur sapendo i rischi che correva: È morta ma si è fatta santa!”.

Conferma a applaude uno dei “ministri” più vicini a Ratzinger, il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i vescovi, ricordando come, “per il codice di Diritto canonico che pratica o collabora direttamente all’aborto cade ipso facto nella scomunica”. Carità cristiana, insomma.

Mons. Fisichella , sull’Osservatore Romano, cerca di correre ai riapri. Riconosce che la bambina “doveva essere in primo luogo difesa, abbracciata, accarezzata con dolcezza per farle sentire che eravamo tutti con lei”,  “prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la sua vita innocente e riportarla a un livello di umanità di cui noi uomini di Chiesa dovremmo essere esperti annunciatori e maestri. Così non è stato e, purtroppo, Ne risente la credibilità del nostro insegnamento che appare agli occhi di tanti come insensibile, incomprensibile e privo di misericordia”. Aggiunge, anzi, che “a causa della giovanissima età e delle condizioni di salute precarie la sua vita era in serio pericolo per la gravidanza in atto. Come agire in questi casi? Decisione ardua per il medico e per la stessa legge morale”. Ci si aspetterebbe, a rigor di logica, la condanna per l’avventata scomunica. E invece, “il Codice di diritto canonico usa l’espressione latae sententiae per indicare che la scomunica si attua appunto nel momento stesso in cui il fatto avviene” perché “la stessa collaborazione formale (ad un aborto) costituisce una colpa grave che, quando è realizzata, porta automaticamente al di fuori della comunità cristiana”. Ma allora aveva ragione l’ottimo vescovo Sobrnho, e il “ministro” di Ratzinger, cardinal Re, che lo ha prontamente difeso! La loro unica colpa è di aver proclamato alta e chiara, senza ipocrisie e infingimenti, quella che resta la Verità cattolica sull’argomento. E che monsignor Fisichella sta solo inzuccherando, di fronte all’ovvio orrore del mondo. Compresi non pochi cattolici. (…)

La restaurazione costantiniana

Un filo rosso evidente lega questi episodi. L’ex cardinale dell’ex Sant’Uffizio vuole imporre al mondo la Verità della sua Chiesa, Cattolica Apostolica Romana, nell’intero orizzonte etico-politico. I suoi primi quattro anni di pontificato possono perciò riassumersi sotto le insegne di una Restaurazione costantiniana che rovescia nell’espressione e nei fatti la stagione e la vocazione del Concilio Vaticano II. (…)

Ratzinger ha scommesso sul fallimento del post illuminismo (liberale, socialista, democratico) che garantiva in nome della scienza e di una umanità libera l’appagamento dell’aldiqua, la sicurezza e lo sviluppo per tutti e per ciascuno.

Il Papa della Riconquista vede la grande chance per la Verità cattolica nell’impasse di una finitezza senza futuro, che concede a ogni “sapiens sapiens” solo l’hic et nunc del consumo immediato ed effimero, ma sottrae qualsiasi spessore di senso, qualsiasi radicamento di storia, qualsiasi identità collettiva di solidarietà. Si allungano le aspettative di vita, la medicina consente di prolungare il bios dei corpi organo per organo, ma si dilatano, anziché contrarsi, le paure legate alla nostra materialità: non solo malattia, la sofferenza, e una morte che anche procrastinata sembrerà prematura, ma l’incubo dell’inadeguatezza, in una hybris asintotica di chirurgia estetica che non darà mai appagamento. (…)

Nell’orizzonte niente affatto peregrino di quest’analisi può così diventare perfino seducente la formula a prima vista irricevibile che chiede ai non credenti di comportarsi, soprattutto nella vita pubblica, “veluti si Deus daretur”. Ratzinger ha capito tutte le debolezze del suo nemico. In apparenza la secolarizzazione ha trionfato. In realtà, se tracolla la speranza della giustizia nell’aldiqua viene meno il futuro stesso, e ritorna ovvio e prepotente il primato della Salvezza (quale che sia). Finché c’è lotta c’è speranza solo la lotta/speranza fornisce identità e senso, con l’estinguersi di ogni speranza/lotta si apre il vaso di Pandora delle identità surrogatorie alla speranza perduta. Sacre o profane che siano, ma quelle sacre possiedono il non trascurabile valore aggiunto dell’eternità. (…)

Il progetto lucido e a suo modo realistico del Papa ha trovato fin dall’inizio la sua formula: porre fine alla dittatura del relativismo. Una crociata che deve perciò liberare il Santo sepolcro della scienza e democrazia, riportandole dentro l’orizzonte del progetto di Dio. Cioè del suo Vicario nell’aldiqua. (…)

Il Papa teologo ha imparato la lezione dei filosofi post-heideggeriani: nessuna negazione dei valori della modernità, ma la loro decostruzione fino a far dire l’opposto di quanto hanno sempre significato. Una logica degna della neo-lingua di Orwell e già prefigurata da Lewis Carrol in Attraverso lo specchio, capitolo sesto: “Quando io mi servo di una parola (rispose con tono sprezzante Humpty Dumpty) quella parola significa quello che piace a me, né più, né meno. Il problema è, insistè Alice, se lei può dare alle parole significati così differenti. Il problema, taglio corto Humpty Dumpty: Chi è il padrone?”

Alice non disse nulla. E io non istituirò un parallelo tra la disinvoltura semantica di raztinger e quella di Berlusconi, perché sarebbe fin troppo facile addebitarlo a una ossessione tutta italiana. È però incontrovertibile che in entrambi i casi venerati vocaboli carichi di valore positivo (e di sacrifici e lotte per approssimarli), si pensi a “libertà”, vengano piegati a santificare una realtà opposta, di servitù, esclusivamente in grazia di un monopolio di potere. Il potere – catodico o dogmatico – è il messaggio. (…)

Strumento principe di questa crociata contro il relativismo, una inedita santa alleanza tra le religioni accompagnata dall’entente cordiale con gli Stati Uniti disposti a praticare una “laicità positiva”, o peggio. Chiave di volta di questo duplice schieramento, l’assunzione comune della legge naturale, in quanto razionale e iscritta ab ovo nel cuore degli uomini, dunque eterna, eguale e vera per tutti, di cui i diritti dell’uomo promulgati dall’Onu costituirebbero solo la trascrizione nel diritto positivo internazionale (e alla cui luce, dunque, andrebbero interpretati). In questo modo Ratzinger pretende di battere in breccia qualsiasi accusa di ipoteca confessionale o clericale. Non si tratterebbe infatti di valori particolari della morale cattolica ma caratteristici di ogni autentica morale umana.

Sembra la riuscita quadratura del cerchio. Danno invece luogo ad antinomie, per fortuna. (…)

La ragione sotto il gioco della rivelazione

Perché, “legge naturale”, d’accordo, ma poi ciascuno la decifra a suo modo. Neppure un secolo di guerre di religione aveva compromesso la comune morale sessuale, ad esempio. Più o meno rigorosi o lassisti, ma l’adulterio restava peccato mortale, per tutti. Oggi che il progresso della medicina ha dilatato a dismisura l’etica legata alle stagioni del corpo – nascita, sesso, morte – cosa sia morale è divenuto altamente problematico, e anzi indecidibile in termini di sentire comune. La “legge naturale” sarà anche iscritta nel cuore di tutti i “sapiens sapiens”, ma ciascuno ne ascolta i battiti a modo proprio, incompatibile con quello altrui, si tratti di ricerca sulle staminali, abort, contraccezione, eutanasia.

Insomma, le due ali della strategia di Ratzinger hanno il piombo, proprio perché dietro l’accattivante ecumenismo umanistico ripropongono il vecchio soggiogamento della ragione sotto la giurisdizione della rivelazione, de le Papa di Roma che ne custodisce le chiavi ermeneutiche autorizzate. Il dovere di ottemperare ai “diritti dell’uomo” è solo l’ultimo travestimento del Sillabo, l’obbedienza della legge civile alla legge di Dio. Ad essere rigorosi, si chiama teocrazia. De Maistre in versione software, senza l’hardware dello Stato pontificio. (…)

Sa chiaro, la volontà di una restaurazione teocratica, attraverso l’escamotage della “legge morale naturale”, era già missione evangelica per Wojtila, di cui del resto Ratzinger è stato l’ideologo e il più stretto compagno d’arme. Con una differenza: che nell’immaginario collettivo, il reazionario Defensor fidei (nel senso della più occhiuta ortodossia) che pure Giovanni Paolo II era, scoloriva rispetto al peregrinante pastore che attraversa i continenti per annunciare la buona novella (e che contribuisce con forza epocale al crollo dei comunismi). E l’immagine conta: con Karol Wojtila, primo autentico Papa catodico, l’immagine mediatica è divenuta sostanza del carisma pontificio, simbolo, nel più forte senso teologico.

Si può perciò dire che Ratzinger è la verità di Wojtila, l’essere senza l’apparire, il compimento e la radicalizzazione della volontà di revanche contro il grande Satana (per usare l’espressione di una anatema corrente) della modernità illuminista, strategia che con il Papa polacco era già diventata stella polare di evangelizzazione. L’apparire però conta, abbiamo visto. Wojtila viene sentito e vissuto come un atleta di Cristo, un combattente, un padre severo nel dogma  ma più ancora un Ercole di “iustitia et pax”, che si prodiga senza risparmio da un capo all’altro del mondo. Contro questo sfondo di virile austerità assumono pesantissimo, ancorché morbido, rilievo le svenevoli attenzioni dell’arcigno teologo tedesco per estenuanti frivolezze estetiche, dagli elaborati e sontuosi berretti, alle babbucce rosse a un segretario che sembra uscito da Berverly Hills, predilezioni poco adatte a suscitare entusiasmi di popolarità evangelica.

Karl Rahner, un teologo che Ratzinger conosce benissimo e che fu tra i massimi protagonisti del Concilio Vaticano II, tentando una “interpretazione teologica fondamentale” di quell’evento definì il Concilio l’inizio di una terza epoca nella storia della cristianità, dopo quella ebraica delle origini, e dopo la seconda, “ellenizzante” e infine eurocentrica, che da Paolo (e comunque da Nicea) si era prolungata fino a Pacelli. Col  Concilio doveva iniziare invece l’epoca della Chiesa mondiale, nel duplice senso di non più eurocentrica, ma anche di aperta al mondo, in ascolto amichevole della modernità. Così sembrò a una intera generazione di credenti, e qualcuno vide retrospettivamente, nell’esplodere di spiritualità rinnovate e di “comunità di base” che percorse il “popolo di Dio” alla chiusura del Concilio, una sorta di anticipazione cattolica del sessantotto.

L’anti-illuminismo è invece rimasto il solo ecumenismo di cui sia capace il Papa che viene dal Sant’Uffizio. Un “ecumenismo” dell’odio per l’autosnomos dell’uomo, che sostituisce e rovescia quello del Concilio Vaticano II, ma sotto pretesa di inverarlo, secondo la più trita furbizia hegeliana.

Riuscirà questo disegno? Fino a che punto e con quali costi per l’unità della Chiesa di Roma? Abbiamo visto  punti di forza e di debolezza della strategia ratzingeriana di Riconquista. La sua forza principale risiede nella debolezza delle democrazie, nel tradimento che esse quotidianamente comiono rispetto alle promesse di “libertà, eguaglianza, fratellanza”, e di “diritto al perseguimento della felicità” con cui si sono presentate agli uomini del disincanto. Fino a che questo tradimento continuerà, fino a che non vinceranno partiti di democrazia conseguente, capaci di approssimare instancabilmente e asintoticamente quelle promesse, il Papa avrà dalla sua il monopolio della speranza incielata in Salvezza.

Al tempo stesso, comunque, questa Salvezza declinata nei termini di una nuova eufonia di trono e altare, sullo spartito di una bioetica offensiva per le libertà individuali e umiliante per la laicità pubblica, se ancora non ha prodotto tra i non credenti il rigetto radicale che sarebbe necessario, sta trasformando in voragine, dentro la Chiesa, lo scollamento tra gerarchie e fedeli,. Voragine per ora silenziosa, perché alle voci di dissenso è stata messa la mordacchia, ma voragine percepibile, che prende anche le vie dell’esodo verso altre religioni o altre religiosità, o quelle di un esilio interno, che evita lo scontro teologico e si rifugia nella pratica di un cristianesimo autentico, rispettoso del Vangelo e degli “ultimi”. Tutto questo è la “Chiesa del silenzio” del Terzo millennio. Il giorno che  prenderà la parola, se mai la prenderà, e/o che l’irrinunciabile utopia democratica riprenderà la sua lotta, la Reconquista di Ratzinger si dissolverà, come l’alba i sogni e i vampiri.
 

di Paolo Flores d’Arcais

Brano tratto da © Micromega  

27 novembre 2009

L’occupazione giovanile nel mondo tra discriminazioni e recessione.

Nel Paese di Barack Obama, la grande depressione dei neri

Il 24enne Delonta Briggs trascorre gran parte del tempo confinato nell’appartamento della madre, che si trova nella zona sud-ovest di Washington, con la tv che trasmette ininterrottamente soap operas. Delonta Briggs è un giovane nero, quindi fa parte del gruppo più duramente  colpito dalla disoccupazione.

Negli Usa la disoccupazione tra gli afroamericani di sesso maschile e di età compresa tra i 16 e i 24 anni ha toccato livello da Grande Depressione (il 34,5 nel mese di ottobre, tre volte il dato della popolazione generale). Così la vita lavorativa di Del onta è costellata di lavoretti precari. Un anno fa ha perso il lavoro in un’impresa di traslochi e da allora non trova occupazione.

In questo periodo di crisi la più significativa emorragia di posti di lavoro si è avuta nei settori dell’edilizia, dell’industria manifatturiera e della vendita al dettaglio. E nei momenti di difficoltà economia i lavoratori che hanno l’età di Briggs sono gli ultimi a essere assunti e primi a essere licenziati proprio in quanto i datori di lavoro, assillati dai costi, abbandonano i programmi di apprendistato e tirocinio che per generazioni hanno consentito ai giovani di entrare nel mondo del lavoro. Per i giovani neri la situazione è ancora peggiore. Secondo il Center for Labor Market Stuidies della Northeastern University, gli adolescenti bianchi provenienti da famiglie a basso reddito hanno addirittura maggiori probabilità di trovare lavoro degli adolescenti neri provenienti da famiglie ad alto reddito. Persino tra i neri che hanno frequentato il college il tasso di disoccupazione è doppio rispetto ai loro coetanei.

Tra le giovani nere il tasso di disoccupazione è del 26,5% rispetto al 15,4% di tutte le giovani donne di età compresa tra i 16 e i 24 anni. L’amministrazione Obama si trova su una fune sospesa sul vuoto nel tentativo funambolico di conciliare il desiderio di investire miliardi di dollari per creare posti di lavoro con la necessità di non aggravare il debito pubblico che ha toccato i  1.400 miliardi di dollari.

“L’esplosione dell’economia sommersa, le attività criminali, la crescente povertà, il fenomeno dei senzatetto e delle adolescenti in stato di gravidanza sono le cose che più temo se la disoccupazione si manterrà a questi livelli per molti anni”, dice Algernon Austin, sociologo e direttore del programma “razza ed etnie” presso l’Economic Policy Institute che studia le problematiche dei lavoratori dipendenti a medio e basso reddito.

“Pensavo che al termine del tirocinio avrei lavorato. Ho avuto solo tre lavoretti tramite il sindacato e uno solo è durato più di una settimana”, dice Briggs, seduto nella minuscola salda da pranzo dell’appartamento materno. “Vogliono costringerti a trovare altri modi di fare qualche dollaro…È per la mancanza di lavoro che tanta gente si mette nei guai e fa cose che non dovrebbero fare”. “Datemi l’opportunità di dimostrare che sono in grado di lavorare. Datemi solo l’opportunità”, aggiunge Briggs che è in libertà condizionale per possesso di droga. “Non voglio abbattermi. Ma il mio problema è che non ho pazienza”.

Il terremoto economico ha colpito tutti i gruppi etnici e razziali, i ceti economici, i gruppo di età, gli operai e gli impiegati. Ma a subire il prezzo più pesante sono stati i  giovani tra i 16 e i 24 anni, tra i quali il tasso di disoccupazione è del 19,1%, circa 9 punti in più del tasso generale.

In ottobre il loro tasso di occupazione era del 44,9%, il più basso degli ultimi 61 anni stando al Bureau of Labor Statistics. Secondo il Center for Labor Market Studies, il tasso di occupazione dei giovani 20ennei e 30enni è il più basso dalla Grande Depressione.

Quella attuale potrebbe essere  la prima generazione non in grado di mantenere il livello di vita dei genitori. Molte sono le probabilità che gli adolescenti disoccupati diventino ventenni disoccupati.

Lisa B. Kahn, professoressa di economica all’università di Yale è giunta alla conclusione che i giovani che entrano nel mondo del lavoro in un periodo di recessione iniziano con uno stipendio più basso e non recuperano il terreno perduto per almeno un decennio: “Il primo lavoro serve per accumulare la capacità ed esperienza. Chi si laurea in un periodo di recessione economica non ha queste possibilità”.

Studi sul modo in cui i datori di lavoro valutano le domande dei bianchi e dei neri inducono a ritenere che anche la discriminazione svolge un ruolo significativo. “I neri hanno, a parità di qualificazioni professionali, meno probabilità dei bianchi di essere richiamati o di ricevere una offerta di lavoro”, dice Devah Pager, professoressa di sociologia alla Princeton University.

 

di V.Dion Haynes

© Washington Post

Distribuzione Adnkronos

Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Vola a 5 milioni la disoccupazione giovanile, in crescita anche in Italia
Nell’UE a 27 (**) il tasso di disoccupazione dei giovani nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni aumenta in tutti i suoi Stati più velocemente del tasso totale di disoccupazione e nel primo trimestre 2009 ha toccato la soglia dei 5 milioni, 456mila nella sola Italia. È quanto emerge dai dati diffusi oggi da Eurostat, l’ufficio statistica della UE, ricavati da un rapporto focalizzato sull’impatto che la crisi economica internazionale ha avuto sulla disoccupazione nell’Unione Europea (Sharp increase in unemployment in the EU – Issue number 53/2009 Author: Remko HIJMAN) e nel quale si sottolinea, tra l’altro, che nel maggio 2009 il tasso complessivo di disoccupazione ha fatto registrare per i 27 stati il punto massimo dal giugno 2005.

“Le taux de chômage des jeunes était compris entre 6,0% aux Pays-Bas et 33,6% en Espagne, alors que le taux de chômage total variait entre 2,9% aux Pays-Bas et 16,5% en Espagne”, si legge in una delle note di sintesi dell’ufficio stampa Eurostat: “i differenziali più marcati si osservano in Italia (con un tasso di disoccupazione dei giovani del 24,9% e un tasso di disoccupazione totale del 7,4%), in Spagna (33,6% contro il 16,5%) e in Svezia (24,2% contro il 7,7%), mentre gli scarti minori si riscontrano in Germania (10,5% contro il 7,4%), nei Paesi Bassi (6,0% contro il 2,9%) e in Danimarca (8,9% contro il 4,7%)”.

In Italia si è passati da 390mila giovani disoccupati nel I trimestre 2008 (23,7% femmine e 18,1% maschi; tasso disoccupazione media tra i giovani: 20,4%) a 456mila registrati dal rapporto per il I trimestre 2009 (29,0% femmine e 22,0% maschi; tasso medio 24,9%). Uno dei dati peggiori tra tutti i 27 membri della UE quello italiano, visto in termini percentuali; il quadro comparativo tra i maggiori stati dell’Unione Europea si inverte invece guardando al numero dei giovani disoccupati: Gran Bretagna 851.000 (20,3% sul tasso totale disoccupazione), Spagna 789.000 (33,6%), Francia 693.000 (22,3%) e Germania 552.000 (10,5%).

In generale nei 27 stati il trend negativo ha penalizzato soprattutto le giovani, tra le quali il tasso di disoccupazione – nel confronto con il I trimestre del 2008 – è cresciuto maggiormente rispetto a quello maschile.

** UE27: Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Danimarca, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Ungheria, Malta, Paesi Bassi, Austria, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Slovacchia, Finlandia, Svezia, Regno Unito.

effepi70.wordpress.com

Five million young people unemployed in the EU27

After three years of decline, the EU unemployment rate started to rise in the first quarter of 2008 in the wake of the economic crisis. Since then the unemployment rate, especially for young people, has increased sharply in the EU.

In the first quarter of 2009, the seasonally adjusted unemployment rate in the EU27 for those aged 15-24 was 18.3%, significantly higher than the total unemployment rate of 8.2%. In the EU27, 5.0 million young people were unemployed. In the euro area (EA16), the youth unemployment rate was 18.4% and the total unemployment rate was 8.8%. In the euro area, 3.1 million young people were unemployed.

 

Youth unemployment rate rising faster than total unemployment rate

Between the first quarter of 2008 and the first quarter of 2009, the youth unemployment rate in the EU27 rose by 3.7 percentage points, while the total unemployment rate increased by 1.5 percentage points. The youth unemployment rate increased in all Member States except Bulgaria, where it fell from 13.9% in the first quarter of 2008 to 13.5% in the first quarter of 2009. The largest rises in the youth unemployment rate were registered in Latvia (from 11.0% to 28.2%), Estonia (from 7.6% to 24.1%) and Lithuania (from 9.5% to 23.6%), and the smallest rises were found in Germany (from 10.2% to 10.5%) and Poland (from 17.8% to 18.2%).

These data1, published by Eurostat, the Statistical Office of the European Communities, come from a publication2 issued today on the impact of the economic crisis on EU unemployment.

 

Youth unemployment rate higher than total rate in all Member States

All Member States recorded a higher youth unemployment rate than total unemployment rate in the first quarter of 2009. Youth unemployment rates ranged from 6.0% in the Netherlands to 33.6% in Spain, while total unemployment rates varied from 2.9% in the Netherlands to 16.5% in Spain. The largest differences were found in Italy (24.9% for the youth unemployment rate and 7.4% for the total unemployment rate), Spain (33.6% and 16.5%) and Sweden (24.2% and 7.7%), while the smallest differences were registered in Germany (10.5% and 7.4%), the Netherlands (6.0% and 2.9%) and Denmark (8.9% and 4.7%).

Young men affected more by rising unemployment than young women

The unemployment rates for young men and women were virtually equal in the EU27 in the first quarter of 2008 (14.7% for young women compared with 14.6% for young men). But in the first quarter of 2009, the unemployment rate had risen to 19.1% for young men compared with 17.4% for young women. Hence, in the EU27 as a whole, and in most Member States, the rise in unemployment has affected young men more than young women. In the first quarter of 2009, the unemployment rate for young men was higher than that for young women in 16 out of 27 Member States. In the first quarter of 2008, this was the case in 11 Member States.

dati Eurostat

27 novembre 2009

Tabucchi: Fatevi sentire in Europa

Rumori francesi, italici echi. Come si fa a far parlare la stampa italiana di un caso italiano con protagonisti italiani? Se ne scrive Oltralpe, naturalmente e nient’affatto lapalissianamente. Il tama tam è partito dalla terra di Montesquieu, dove in questi giorni ci si occupa di una maxi richiesta di risarcimento danni indirizzata ad Antonio Tabucchi. Mittente: Renato Schifani, offeso da un pezzo firmato dallo scritto re e apparso sull’Unità. L’appello – lanciato dall’editore Gallimard su Le Monde e sottoscritto da intellettuali premi Nobel e giornalisti di tutto il mondo – s’intitola “Nous soutenons Antonio Tabucchi”. Beffardo destino o lungimirante profezia dell’autore di “Sostieni Pereira”.

Professor Tabucchi, perché questo appello dalla Francia?

Lo chiedo io a voi. Perché non l’ha fatto prima la stampa italiana? È un problema non mio.

Si sarà fatto almeno un’idea.

Ripeto: la questione non riguarda me, riguarda la  stampa e gli editori italiani. È stato fatto da un editore francese in Francia. Evidentemente c’era un vuoto in Italia.

È un vuoto che riguarda solo questo caso o è generale?

La Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio d’Europa hanno adottato una direttiva con ci invitano l’eventuale querelante a portare in tribunale non soltanto il nome e la persona che lo ha criticato, ma anche il giornale sul quale il testo in questione è apparso. Il giornale è persona giuridica. In America non è possibile citare un giornalista o uno scrittore escludendo la testata su cui è uscito l’articolo oggetto del contendere. Motivo: se un giornalista che ha criticato un politico molto importante – o un miliardario o l’amico di un miliardario- venisse portato in giudizio come se fosse un privato cittadino, sarebbe massacrato dalla potenza della persona criticata. Quindi la direttiva europea fatta a somiglianza della legge americana, è pensata per difendere la libertà di parola, la libertà di espressione dalla quale discende la libertà di stampa. Perché la libertà di stampa è una conseguenza della libertà di parola.

Sono libertà sorelle.

Vero. Ma se si isola una persona e la si porta davanti a un giudice, il potente scoraggia fortemente ogni suo eventuale futuro critico. È un sistema intimidatorio: i giovani non si permetteranno mai di fare una cosa simile, con un precedente così pesante. Corrisponde allo schema moista, quando Mao diceva: colpirne uno per educarne cento.

L’Italia è maoista?

Non so se maoista, fascista, mafiosa o piduista. Dicevo semplicemente: in un Paese civile si cita in giudizio anche il giornale.

Non è accaduto nel suo pezzo su Schifani apparso sull’Unità.

Per questo la Francia – che è ancora un Paese civile – ha pensato di farlo sapere. Perché tutto questo era ignoto in Italia. L’appello francese nasce per far conoscere il caso agli italiani. Altrimenti il senatore Schifani aveva buon gioco: escludendo l’iniziativa dell’Unità, ha ottenuto l’effetto migliore. Quello del silenzio stampa. Nessuno in Italia aveva dato notizia che uno scrittore ave4va ricevuto una richiesta di risarcimento danni di un milione e trecentomila euro per un articolo di giornale.

La morale è che abbiamo bisogno di una tutela sovranazionale?

È solo una constatazione. L’appello francese è servito a far sì che in Italia si sapesse.

È un successo anche per altre vicende italiane. La stampa internazionale ci guarda con un certo stupore per il modo che abbiamo di dare, o non dare, le notizie. Di fare, o non fare, le domande.

Come stampa italiana dovreste farvi voi delle domande. E poi farne alcune anche all’Europa. L’Europa fa finta che questa anomalia italiana non esista: sostiene che la libertà di stampa nei Paesi membri è garantita. Vi sembra normale?

Forse dipende dal fatto che non esiste praticamente più un editore puro. E dal legame tra politica, imprenditoria e stampa.

Se – voi giornalisti, dico – credete che sia anormale è vostro dovere andare a Bruxelles – non è nemmeno tanto lontana – e chiedere conto di questa situazione. Spetta a voi muovervi. Non potete pretendere che i cittadini-lettori prendano un treno e vadano a protestare. Quel treno lo devono prendere i direttori dei giornali che si sentono lesi nella possibilità di svolgere liberamente il loro lavoro.

Torniamo a Schifani. Il nostro giornale ha pubblicizzato la storia di un palazzo costruito da un imprenditore mafioso nel quale hanno trascorsola latitanza boss di prima grandezza. Schifani, prima che quell’imprenditore fosse arrestato lo aveva difeso contro due signore, riconosciute poi come vittime della prepotenza dell’imprenditore. Nessuno ha chiesto conto, in nessun modo e in nessuna sede, di questo fatto. Non è un reato, ma è un dato rilevante: politicamente e sotto il profilo dell’opportunità per la seconda Carica dello Stato.

La stampa indipendente non l’ha ripresa. Quindi la notizia è falsa.

Non è stata smentita nemmeno da Schifani.

Insisto: è falsa. E aggiungo: se non è falsa la vostra notizia, sono falsi gli organi di informazione. Questa sarebbe una bomba in qualunque altro Paese. In Italia no.

Allora?

Allora chiedo: che senso hanno le manifestazioni che sono state fatte sul pericolo che corre la libertà di stampa? A cosa servono? Ma perché i giornalisti indipendenti convocano una manifestazione sulla libertà di stampa che corre il pericolo di essere soffocata, se si soffoca con le sue stesse mani?

Che fare quindi?

Se le cose stanno così se voi non fate niente, lasciamo andare l’Italia dove deve andare. Perché l’Italia, se nemmeno c’è più una stampa a far la guardia al potere, è fritta. Si ricostruirà sulle macerie, come dopo la Seconda guerra mondiale.

Nemmeno un consiglio su quale possibile resistenza sperando di scongiurare le macerie?

Gli italiani, non solo giornalisti, che ritengono violata o diminuita la loro libertà di essere informati, possono assumere un giurista internazionale che difenda la loro causa di fronte all’Europa. Potete essere rappresentati da un avvocato che documenti come, per esempio, una certa percentuale della stampa e della televisione italiana appartenga a un’unica persona – supponiamo che sia il 70 o 80 per cento – e con questa documentazione vi presentate come se foste davanti a un tribunale. Dopodiché l’Ue deve anche assumersi le proprie responsabilità. Ma se non lo fate l’Europa lascia correre. Il laissez-faire forse ha anche convenienze. Oggi c’è un referente, non vedo perché non interpellarlo. C’è un circolo vizioso in questo Paese che deve essere rotto.

Diamo per presupposto che i margini di libertà dell’informazione sono stati progressivamente ridotti. C’è un problema di democrazia: il consenso dei cittadini si forma attraverso i media.

Certo che c’è, ma il Parlamento italiano non lo risolver. L’unica possibilità è un’istanza superiore. L’Europa ha precise regole.

Scusi, ma l’Europa non ci potrebbe dire “sbavagliatevi” da soli?

No: c’è una Carta europea. Perché non si accoglie la Turchia? La Ue ha anche un compito di sorveglianza. Non è soltanto la moneta unica.

Lei vive in Portogallo. Ci tornerebbe in Italia?

Vivo in Portogallo per ragioni personali. Ma comunque sì, anche se non mi piacciono affatto tutte le leggi ‘ad personam’ che si sono susseguite in questi anni. Preferisco non doverle subite. Anzi, a proposito di leggi. Faccio io ora una domanda. Sono lontano, ma leggo i giornali italiani. Ciampi è stato di nuovo eletto presidente della Repubblica?

No il presidente è Napolitano.

Mi stupisco, ho avuto una specie di ‘déjà vue’. Su Repubblica di qualche giorno fa ho letto un pezzo su Ciampi.

Ciampi: no leggi ‘ad personam’. Ma Ciampi ha avuto il suo settennato per fare quello che desiderava. Ha firmato le leggi che desiderava. Il lodo Schifani era una legge ‘ad personam’ e lui l’ha firmata. E poi, ai tempi, su Repubblica si ripeteva che non bisognava tirare Ciampi per la giacca. E che succede ora? Sempre su Repubblica Ciampi tira per la giacca Napoletano. Ma queste cose dovrebbe dirle Napolitano.

È un consiglio al presidente?

No, un’osservazione. Mi provoca confusione. Sui giornali italiani si dibatte di Ciampi che dà consigli su leggi che lui avrebbe potuto non firmare. Ma che diavolo capita in Italia?

di Silvia Truzzi Il Fatto Quotidiano

26 novembre 2009

Mezzogiorno al buio tra recessione e criminalità organizzata

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Crescita cumulativa del Pil 2002/2007 in percentuale

Ricchezza nel Mezzogiorno d’Italia oggi e nel 2030

I dati della ricchezza pro-capite e della crescita sono forniti dallo Svimez per ogni regione. Il Prodotto Interno Lordo pro-capite e’ una misura usata dagli economisti tradizionali per misurare la ricchezza. I dati si riferiscono al PIL del 2008 e sono espressi in euro.

Alle statistiche del 2008 ho poi aggiunto i tassi di crescita del PIL fornite dallo Svimez e ho poi ipotizzato che il PIL di ciascuna delle regioni continui a crescere (o meglio, decrescere) agli stessi ritmi del 2008.

Se ne ricava un quadro negativo per tutto il Mezzogiorno e un quadro addirittura tragico per la Campania. Quest’utima gia’ oggi e’ la regione piu’ povera d’Italia e se le tendenze di impoverimento presenti oggi continueranno fino al 2030, essa perdera’ la meta’ della propria ricchezza.

Se oggi la Campania, in termini di ricchezza pro capite, e’ paragonabile al Portogallo nel 2030 sara’ paragonabile all’Iran. Se oggi un abitante della Campania campa in media con millequattrocento euro al mese, nel 2030 dovra’ accontentarsi di sette euro al mese (senza contare l’inflazione).

Intanto, in una recente intervista, il Presidente del Consiglio cita il PIano Marshall e la Tennessee Valley Authority come fonti di ispirazione del suo nuovo progetto per il Sud . Purtroppo questi progetti paiono ispirati da uno spirito centralista e autoritario che non ha compreso l’essenza del problema.

janejacobs.wordpress.com

Il grafico qui sopra riporta la ricchezza pro capite nel Mezzogiorno d’Italia oggi e le previsioni per il 2030

Draghi, allarme Mezzogiorno: "Tanta criminalità e pil deludente"
Il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, lancia l’allarme sulla situazione del Mezzogiorno: in un convegno sul Sud in corso a Palazzo Koch spiega che nel nostro Meridione "la criminalità infiltra le pubbliche amministrazioni"; che "da lungo tempo" ci sono "risultati economici deludenti", col "divario di Pil pro capite rispetto al Centronord che è rimasto sostanzialmente immutato per trent’anni. Per questo occorre cambiare prospettiva: "Investire in applicazione, piuttosto che in sussidi".
E al convegno partecipa anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che all’uscita, dopo aver ascoltato l’intervento di Draghi, dichiara: "Tutte le parti del paese, anche il Nord, hanno bisogno che il Mezzogiorno si sviluppi se vogliamo un recupero e il rilancio dell’economia italiana nel suo complesso. E’ una crescita che va sostenuta nell’avvenire".
Il divario economico. Nel suo discorso il governatore non nasconde l’arretratezza del Sud: "Ci vive un terzo degli italiani, produce un quarto del prodotto nazionale lordo; rimane il territorio arretrato più esteso e più popoloso dell’area euro". "Il processo di cambiamento è troppo lento – continua – mentre le altre regioni europee in ritardo di sviluppo tendono a convergere verso la media dell’area, il Mezzogiorno non recupera terreno". E infatti, "nel 2008 la contrazione del Pil meridionale è stata più severa di quella del Centro Nord: -1,4% contro -0,9%".
Il divario nei servizi. "Scarti allarmanti di qualità" tra Centronord e Mezzogiorno nei servizi essenziali per i cittadini e le imprese: Draghi cita, a questo proposito, istruzione, giustizia civile, sanità, asili, assistenza sociale, trasporto locale, gestione dei rifuti, distribuzione idrica. 

I problemi con le banche. Su questo fronte, non c’è un divario consistente: "Non ci sono marcate divergenze nell’andamento del credito bancario tra il Centro Nord e il Mezzogiorno. Con al crisi i prestiti alle famiglie hanno rallentato fortemente in entrambe le aree territoriali, continuando tuttavia a crescere di più al Sud. I prestiti alle imprese e il costo del credito hanno avuto, pur partendo da livelli diversi, dinamiche simili nelle due aree".
Allarme criminalità. Anche su questo, Draghi non nasconde la gravità della situazione: "Grava su ampie parti del nostro Sud il peso della criminalità organizzata. Essa infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia fra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile". Questo perché "alla radice dei problemi stanno la carenza di fiducia tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzione al rispetto delle norme, l’insufficiente controllo degli elettori verso gli eletti, il debole spirito di cooperazione: è carente il ‘capitale sociale’".
La ricetta del governatore. Eccola: "Occorre investire in applicazione, piuttosto che in sussidi. Tradurre questa impostazione in atti concreti di governo non è facile". Ma "i sussidi alle imprese sono stati generalmente ‘inefficaci’, non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attività produttive".
repubblica.it
 
 
 
 
 
 
Camorra, 19 arresti nel clan Sarno: coinvolto anche un politico locale
Nel corso della notte i Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli hanno dato esecuzione ad una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla magistratura partenopea a carico di 19 persone ritenute elementi di spicco del clan camorristico dei «Sarno» operante nel quartiere Ponticelli del capoluogo campano ed in vaste aree della provincia. Ne dà notizia un comunicato dei carabinieri. 
Nel corso di indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, i militari dell`Arma – riferisce il comunicato – hanno accertato estorsioni perpetrate «a tappeto» ai danni di imprenditori, commercianti ed ambulanti dell`hinterland est di Napoli nonché le attività illecite poste in essere dalla moglie di un capo clan che con la complicità di un politico locale aveva fatto desistere i promotori di una nascente associazione antiracket dall`aprire uno sportello nel Comune di Cercola.
Nell’ambito dell’operazione è stato fermato anche il consigliere comunale Achille De Simone, eletto nelle file del Pdci, con un buon successo personale in termini di voti. 69 anni, dipendente della Regione Campania, risiede a Cercola, nel Napoletano, dove è stato consigliere comunale dal ’78 al 2001 e assessore comunale in diversi periodi sempre nel comune del Napoletano.
De Simone è accusato di violenza privata per aver impedito la nascita di uno sportello antiracket nel comune di Cercola.
Tra i destinatari dei provvedimenti anche Patrizia Ippolito, moglie di Vincenzo Sarno, boss e ora collaboratore di giustizia, che durante questo periodo – secondo l’accusa nei suoi confronti – ha gestito le attività estorsive. È a casa sua che sarebbe stato convocato uno dei commercianti che aveva deciso di avviare un’associazione antiracket. L’uomo sarebbe stato minacciato, e avrebbe avuto il via libera, secondo quanto è emerso, ad avviare l’attività ma solo se avesse poi riferito al clan tutti i dettagli di quanto deciso dall’associazione che poi non fu più costituita.
Lastampa.it
 
25 novembre 2009

Giornata Mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne

Maltrattamenti in famiglia: ora F. rischia di non avere giustizia.

“Ho 41 anni e da poco sono uscita da una situazione di maltrattamento famigliare durato molto tempo. Alcuni mesi fa ho denunciato quello che è stato per dieci anni il mio compagno. Subire violenza può capitare a tutte le donne, ma è difficile venirne fuori”. La testimonianza di F. parla di una situazione molto diffusa: i maltrattamenti nell’ambito domestico. Oggi, Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, è importante ricordare che le violenze famigliare rappresentano il 75% dei casi. Ma è ancora più tristemente interessante sapere che, se il Ddl sul processo breve resterà com’è, F rischia di non ottenere giustizia. Quando F. ha trovato il coraggio di denunciare il compagno, infatti, lo ha fatto per maltrattamenti- Un reato che il processo breve include tra quelli da estinguere velocemente. Sono esclusi dal provvedimento la violenza sessuale e lo stalking (le molestie a sfondo sessuale), ma non il maltrattamento famigliare che, però, cela spesso uno stupro.

Nella situazione di F. ci sono migliaia di donne. Solo nel 2008 i Centri della Dire (Donne in rete contro la violenza) hanno accolto 11.800 donne che hanno denunciato maltrattamenti fisici e psicologici. Ma, secondo i dati Istat, sono ben 3 milioni le donne italiane ad aver subito una violenza all’interno della propria relazione. Quella di F. è purtroppo una storia paradigmatica. “Quando l’ho conosciuto – dice riferendosi al compagno -   ho smesso di lavorare per dedicarmi a due figli. Lavoravo per uno studio professionale  privato che mi chiedeva un grandissimo impegno. Lui però un po’ alla volta cominciò a cambiare. Aveva scatti di nervi, prendeva a calci i mobili di casa, dava i pugni nel muro. Se mi avvicinavo per calmarlo mi spingeva via. Poi, dai mobili è passato a me. In principio insulti, denigrazioni ed umiliazioni. Poi pugni, schiaffi, calci, tirate di capelli”. E a tutto questo, seguiva puntualmente la richiesta di rapporti sessuali ‘per fare la pace’, come diceva l’uomo. E ha impiegato molto tempo per reagire. E come spiga Nadia Somma dell’associazione Demetra-Donne in aiuto, forse la sua denuncia a questo punto è vana: “Il Ddl sul processo breve esclude la violenza sessuale ma non  il caso di un marito che rompe un arto alla moglie: nell’ottica del legislatore, questo non è un reato che crea allarme sociale. Purtroppo è un errore madornale, frutto di miopia. La maggioranza delle donne che vengono stuprate tra le mura domestiche denunciano maltrattamenti e non lo stupro”. Difficile capire il perché. “Le cause di questa scelta sono di ordine squisitamente psicologico, la vergogna è l’elemento determinante. È un errore pensare che una donna che subisce violenza sessuale in casa ragioni in termini pragmatici o giuridici. Ragiona in termini emotivi. Pur di non tornare sull’accaduto durante un dibattimento farebbe di tutto. Il suo obiettivo è interrompere la relazione e avere giustizia, Perciò è assurdo non capire che anche i maltrattamenti famigliari devono essere esclusi dalla prescrizione veloce. Dietro i maltrattamenti c’è sempre la violenza sessuale”. In ogni caso, stupro o meno, è inquietante che lo stalking sia considerato un reato più grave delle botte di un marito alla moglie. “È un segnale grave. Implicitamente sembra dire che un marito ha una potestà speciale sulla moglie rispetto a un estraneo. In un Paese in cui  delitto d’onore è stato abolito nel 1981 e moltissimi uomini sono ancora impregnati di un senso di onnipotenza sulle donne, bisogna far di tutto affinché l’atteggiamento cambi”.

Ma non è così e centinaia di processi con la nuova legge sulla giustizia, sarebbero a rischio prescrizione. “Con un impatto – aggiunge Nadia Somma – molto negativo sia sulle donne che subiscono violenza che sugli uomini consapevoli che, molto probabilmente, non verranno puniti”. La penalista Elena Coccia, esperta di diritto di famiglia, conferma che la maggioranza delle denunce e dei processi che riguardano le violenze in famiglia sono relativi a maltrattamenti. “Cito il caso – dice – di un professionista affermato che per anni ha chiuso in casa la moglie quando andava a lavorare perché era geloso. Alla fine la moglie lo ha denunciato e il processo, attualmente in corso rischia di essere cancellato”.

O come nel caso di F. che per anni si è tenuta tutto dentro. “Non lo dicevo neppure ai miei genitori. Alla fine, però, dopo l’ennesima aggressione l’ho denunciato per maltrattamenti. Non ho desideri di vendetta nei suoi confronti, ma di giustizia sì”. Speriamo che non le sia negata.

di Elisa Battistini  Il Fatto Quotidiano 

 

 
Comunicato di Amnesty International per il 25 novembre
In occasione del 25 novembre, Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne, Amnesty International dà un rinnovato impulso alla campagna "Mai più violenza sulle donne", promuovendo nuove azioni per garantire a tutte le donne il diritto a vivere una vita dignitosa e libera dalla violenza.
 
L’azione di Amnesty International si concentra quest’anno sul legame tra povertà e violenza, per spezzare questo circolo vizioso in cui moltissime donne nel mondo sono costrette a vivere. Le donne e le ragazze che vivono in povertà spesso vedono violati i loro diritti umani, costrette a sposarsi in età precoce, discriminate a causa di etnia, religione, stato civile o disabilità, senza autonomia economica. Le loro vite sono segnate dalla violenza sessuale, dallo scarso accesso a un’istruzione adeguata e dalla mancata protezione dai rischi collegati alla gravidanza e al parto. La povertà, per queste donne, non è solo mancanza di reddito ma anche impossibilità di vivere una vita dignitosa, di partecipare ai processi decisionali e di fare sentire la loro voce.
 
L’organizzazione per i diritti umani ha lanciato a livello mondiale tre appelli per chiedere la fine dell’impunità e della violenza sulle donne, in situazioni in cui il perpetrarsi degli abusi è alimentato dall’indigenza e dall’insicurezza. Le donne del Darfur nei campi profughi in Ciad rischiano quotidianamente violenze e abusi sessuali, sia quando escono per andare alla ricerca di acqua, cibo e legna da ardere, sia all’interno dei campi. In Tagikistan, il fenomeno dell’abbandono prematuro del sistema educativo da parte delle bambine e delle ragazze è molto diffuso; il mancato accesso a un’istruzione adeguata le rende estremamente vulnerabili allo sfruttamento, ai matrimoni forzati, precoci e poligami e alle violenze domestiche. Le donne sopravvissute agli stupri e ad altre forme di violenza durante il conflitto degli anni Novanta in Bosnia ed Erzegovina attendono ancora giustizia e riparazione. Migliaia di donne sopravvissute allo stupro hanno perso i loro parenti; molte non sono in grado di trovare o mantenere un posto di lavoro a causa della loro fragilità psicologica e altre vivono senza una fonte fissa di reddito e in povertà.

Il 25 novembre, Amnesty International promuoverà varie iniziative in tutta Italia. A Roma, alle ore 17, si terrà il seminario "Donne, guerra e violenza", presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza, a partire dal volume "Stupri di guerra" (Franco Angeli, 2009), a cura di Marcello Flores, con la prefazione di Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. Inoltre l’associazione ha aderito alla manifestazione contro la violenza sulle donne che si terrà a Roma il 28 novembre.
 
Il Gruppo Amnesty di Macerata lancia la prima edizione del concorso nazionale di scrittura, fotografia, poesia e narrazione "Il privilegio di esistere", riservato a giovani dai 15 ai 30 anni. 
 
In occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne inoltre si terranno iniziative a Catania, Agrigento, Pirri (CA), Pomigliano d’Arco (NA), Torino e in altre città italiane (
maggiori informazioni sono disponibili online).

 
 
 
 
Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Abbiamo ritenuto doveroso offrire uno spunto di riflessione su ciò che la Regione Emilia-Romagna fa per combattere questa terribile esperienza che colpisce molte donne. Il Servizio Politiche per la sicurezza e la Polizia locale della Regione ha presentato una ricerca su questo tema che deve riguardare non solo l’universo femminile ma l’intera comunità, cercando di cogliere meglio il manifestarsi del fenomeno nella Regione Emilia–Romagna. Vi presentiamo quindi un abstract della ricerca che verrà pubblicata nei Quaderni di Città Sicure, al fine di proporvi uno strumento aggiuntivo per poter riflettere insieme e combattere il fenomeno”.

Laura Salsi e Gabriella Ercolini

 

La violenza di genere
Ragionare sul tema della violenza alle donne è questione molto complessa, per varie ragioni. In primo luogo, la conoscenza del fenomeno è limitata, perché non sono certo le fonti ufficiali, cioè le denunce alla polizia, a darci informazioni attendibili sulla realtà di questi comportamenti. In secondo luogo, il dibattito pubblico sul tema è spesso dominato dall’idea, decisamente, se non scorretta, parziale, che la violenza sulle donne sia legata alla minaccia esterna da parte di sconosciuti.
Negli ultimi anni, tuttavia, anche in Italia abbiamo la possibilità di attingere ad informazioni più attendibili e per la prima volta si cominciano a sperimentare strategie di prevenzione più articolate.
Nella Regione Emilia–Romagna esiste comunque, da vario tempo, una attenzione a questo tema, che si è espressa principalmente in una politica attiva di sostegno ai centri antiviolenza e che ha consentito di creare una rete consolidata ed efficiente di interventi a sostegno delle donne che subiscono forme diverse di violenza.
Abbiamo fatto, in questa regione, anche molti passi avanti nella conoscenza del fenomeno, soprattutto grazie alla ricerca che l’ISTAT ha condotto nel 2006, interamente dedicata al fenomeno della violenza contro le donne.
Sono state intervistate, con una tecnica molto accurata e seguendo gli standard internazionali di ricerca su questi temi, 25.000 donne con un’età compresa tra i 16 e i 70 anni, chiamate a rispondere su una serie di quesiti con l’obiettivo di conoscere la diffusione, le caratteristiche e il livello di denuncia di alcune forme della violenza di genere in Italia. Per la prima volta sono state ricostruite e definite forme di violenza nascoste, come la violenza psicologica. Dal punto di vista della ricerca, la disponibilità di questi dati è una occasione straordinaria per conoscere meglio il problema e, di conseguenza, per impostare politiche più idonee ai reali bisogni delle donne.
Proprio perché condotta in modo così accurato, questa ricerca fa emergere il fenomeno in maniera assai più eclatante – e complessa – di quanto non avvenga con altre rilevazioni In Italia, circa una donna su tre nella fascia d’età considerata ha subito nel corso della violenza una violenza fisica o sessuale. Molte donne subiscono ripetutamente queste violenze (spesso entrambe le tipologie). La ricerca dimostra anche come il fenomeno sia ancora largamente sommerso, perché, oltre ad denunciare raramente (nonostante la percentuale di denunce di violenza sessuale sia passata dal 5% del 1996 al 17% del 2005) le donne non parlano volentieri di quanto è loro accaduto, neppure con persone amiche. L’indagine conferma un elemento già noto nella letteratura internazionale sul tema e documentato in numerose altre indagini dello stesso tipo in altri paesi: gli autori delle violenze sono spesso persone conosciute dalle donne o addirittura familiari, molto raramente sono sconosciuti. La violenza fisica e psicologica è commessa abitualmente dai partner o ex partner, le molestie sessuali in misura assai maggiore da sconosciuti, e la violenza sessuale, invece, molto spesso da conoscenti e amici.
Emerge con chiarezza che nella nostra regione le donne dichiarano – e percepiscono come violenza – un numero maggiore di comportamenti maschili, e che la nostra regione è una di quelle, insieme a Trentino Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia dove il tasso medio di denuncia dal 1996 al 2006 è il più elevato rispetto alla media nazionale. Le donne che dichiarano di essere state vittime di violenza fisica in Emilia Romagna sono una su quattro (23,1%) ; due terzi lo sono state più volte (62,4%).
La violenza è più probabile quando c’è un conflitto tra l’uomo e la donna, che coincide spesso con la fine della loro relazione. Gli autori principali e allo stesso tempo più recidivi sono infatti gli ex fidanzati, ex mariti o ex conviventi. La ricerca conferma anche come il luogo dove solitamente si consumano le violenze sia la casa.
Ecco allora che emerge come la violenza di genere sia un “continuum” che attraversa prima di tutto le relazioni di genere, soprattutto quando queste relazioni diventano conflittuali e la relazione affettiva si interrompe, per estendersi alle relazioni amicali, alle conoscenze, fino alla violenza (in questo caso molestia verbale o fisica o stupro vero e proprio) nello spazio pubblico ad opera di estranei, che è, pur nella sua drammatica gravità, un evento assai meno frequente della violenza in casa o in altro luogo familiare tra persone che hanno qualche forma di relazione.
Abbiamo alcune ipotesi per spiegare questa maggiore diffusione del fenomeno nella nostra regione ( e, in generale, in tutte le regioni del Nord Italia, più il Lazio) e le abbiamo verificate incrociando i risultati con alcune variabili regionali: i tassi di separazione, il livello di istruzione, il tasso di occupazione femminile, la percentuale di donne che vivono sole, il numero di donne che ha uno stile di vita dinamico e che si prende cura di sé (ricostruito attraverso la percentuale di donne che dichiarano di fare sport nel tempo libero). Esiste una forte relazione, in Emilia – Romagna e anche in altre regioni, tra queste variabili e la dichiarazione di vittimizzazione.
Possiamo quindi ragionevolmente ipotizzare che più le donne sono consapevoli, istruite, hanno uno stile di vita improntato all’autonomia personale e vivono più spesso in situazioni di conflitto con ex partner, più corrono il rischio di affrontare una esperienza di violenza.
C’è poi un importante aspetto culturale, logica conseguenza di questa maggiore autonomia e consapevolezza: le donne dell’Emilia–Romagna sono culturalmente pronte a definire come violenza comportamenti – di tipo fisico e psicologico – che in altri contesti culturali verrebbero invece probabilmente definiti come altro, e accettati come una dinamica “normale” della vita di coppia. E, come è noto, la sensibilità alla violenza, la capacità di riconoscerla e definirla come tale è un segno di civilizzazione dei costumi, oltre che, come si diceva, nel caso specifico è anche segno di una maggiore autonomia e libertà di comportamenti.
In un quadro di questo genere, diventa evidente come una risposta meramente sanzionatoria attraverso lo strumento penale, o centrata tutta sulla protezione della “vittima” nello spazio pubblico da aggressioni di estranei sia largamente insufficiente e inadeguata. Il cuore del problema sta nel conflitto di genere, conflitto che si acuisce in condizioni di maggiore indipendenza e autonomia delle donne, di cui le varie forme di violenza sono una manifestazione estrema, ma ampiamente diffusa nell’esperienza di vita di molte donne. Crediamo sia da questo dato che si dovrebbe partire per impostare politiche di prevenzione centrate sulla responsabilizzazione degli autori e sul sostegno alle donne non nell’ottica della tutela, ma della estensione delle loro libertà a vivere serenamente sia nello spazio pubblico che in quello privato.
Per questo motivo, da alcuni anni la Regione Emilia–Romagna ha affiancato alla consolidata attività di sostegno ai centri antiviolenza alcuni progetti più sperimentali, legati alla prevenzione precoce – campagne di educazione al rispetto della differenza dalla scuola materna alla scuola dell’obbligo, interventi sull’ adolescenza, secondo una logica che è quella di prevenire nei giovanissimi la diffusione di questi comportamenti, educare gli uomini al rispetto della differenza sessuale, continuare a intervenire nel momento dell’emergenza (ricordiamo qui anche la diffusione di programmi formativi delle polizie municipali per l’accoglienza alle donne che subiscono violenza).
La soluzione è ampliare gli spazi di libertà e di autonomia delle donne, educare i maschi a rispettarle, sostenere le coppie nelle fasi di separazione e così via. Per questo le nostre politiche vanno ripensate in una dimensione molto più ampia, che sia in grado di affrontare questi diversi aspetti. In attesa che anche il sistema penale, nell’ambito delle sue competenze, si attrezzi meglio ad intervenire sugli autori e programmare, per esempio, interventi di recupero, anche in ambiente carcerario, degli uomini violenti, che a tutt’oggi, sono nel nostro paese esperienze ancora molto ridotte.

di Rosella Selmini noidonne.org

Responsabile servizio Politiche per la sicurezza e Polizia locale – Regione Emilia Romagna

 
Per saperne di più:
 
Sulla colonna a destra "A mano tesa" un aiuto diretto di Enti e Associazioni
 
     NESSUNO MERITA LA VIOLENZA, RIBELLATI.
24 novembre 2009

Rio de Janeiro: viaggio nella città che alza muri nelle favelas e aspetta i giochi olimpici del 2016

Viaggio nel ventre della città del diavolo dove ogni giorno ci sono venti omicidi

Favela Vila Aliança, zona ovest di Rio de Janeiro. Yashmina Barbosa, una bambina di tre anni, gioca nel parco vicino a sua nonna, Rosangela da Silva. La baia di Guanabara è nascosta da un mare di antenne. Il paradiso di sabbia di Copacabana è lontano. La bambina gioca ignara nei pressi el carcere Bangù, la cosiddetta “fabbrica dei mostri”. Abbonda l’immondizia sparsa, Rosangela osserva la repentina comparsa del 14° Battaglione della Polizia militare. Poi, all’improvviso, vede la sua nipotina cadere a terra. Accade tutto troppo in fretta. Un proiettile 7,62 entra nella schiena della piccola a 850 metri al secondo. Quando arriva all’ospedale Albert Schweitzer, è morta.

Yashmina è una in più. Un nome/numero che presto entrerà nella statistica/oblio. I quotidiani di Rio hanno dedicato al suo caso (del 29 aprile scorso) alcuni paragrafi. Un’altra vittima di quei proiettili vaganti che colpiscono chiunque, senza fermarsi a valutare il suo grado di innocenza. Secondo l’Istituto per la sicurezza pubblica (Isp), negli ultimi tre anni si sono contate 739 pallottole  di questo calibro a Rio de Janeiro. Pallottole che hanno stroncato la vita di 56 persone, che, come la piccola Yashmina, si trovavano o passavano nel momento sbagliato nel posto sbagliato. L’anno scorso sono state assassinate nello Stato di Rio de Janeiro 7.089 persone. Vale a dire, quasi venti omicidi al giorno. Più di mille, uccisi dalla Polizia militare. Lo avevano già  detto chiaramente i Placet Hemp in una loro popolare canzone: “Sarajevo è uno scherzo, questa è Rio de Janeiro”.

I dati ufficiali tuttavia nascondo alcuni angoli bui. Uno di questi è quello delle persone scomparse: 25.025 tra il 1993 e il 2007, secondo la Polizia civile. “E quest’anno sono aumentati” afferma Marcelo Campos, della Rete dei movimenti contro la violenza. Chi le uccide o seppellisce o nasconde?

Abitare in questa Cidade Meravilhosa cheia de encantos mil (città meravigliosa, piena di mille incanti), come la cantante Carmen Mirando nei suoi concerti, significa affrontare uno dei più complessi puzzle di violenza del mondo. Significa capire perché il tratto di una strada dominata dal Comando Vermelho, la principale banda di narcotrafficanti, viene chiamata “la Striscia di Gaza”. Perché il giornalista Zuenir Ventura ha scritto di questa città spaccata, dove la Polizia militare controlla le favelas come “dalla torretta di un campo di concentramento”. Qualsiasi giorno/notte qui può diventare un inferno. E non solo nelle zone delle baracche; anche nei quartieri della classe media, la guerra può scoppiare davanti alla tua finestra. Da una parte, i gruppi di trafficanti che lottano fra di loro e combattono contro le forze di sicurezza. Dall’altra, la Polizia militare, corrotta e violenta , che combatte il crimine con tecniche di guerra senza curarsi della morte dei civili. Completa il cocktail la milizia, gruppi paramilitari che suppliscono al grande vuoto in materia di sicurezza.

L’inferno di questa città di sei milioni di abitanti (quasi dodici nell’aria metropolitana), sorge nella zona nord di Rio, un complesso di complessi di baracche (Maré, Alemāo), dove l’abitante della zona sud non andrebbe per nessun motivo. Le sottocittà di Rio raramente si toccano. Convivono scisse.

Giuseppe, un lavoratore autonomo del quartiere di Santa Teresa, non immaginava che il furto della sua auto nel 2007 sarebbe diventato il peggiore incubo della sua vita. Il commissario lo chiamò per comunicargli che la macchina era stata ritrovata. Giunto in commissariato, a Giuseppe per poco non viene un infarto, Nella sua macchina ci sono tre ragazzi senza testa. La tappezzeria è insanguinata. Quasi tre anni dopo, questo italiano vuole solo dimenticare. La sua conclusione è questa: “La mia macchina è servita da bonde do caixāo (carro funebre), un avvertimento per la banda rivale”.

Alcune delle chiavi per capire lo spavento di Giuseppe e il proiettile vagante di Yashmina si trovano nella mappa della violenza che ha elaborato l’équipe di Fernando Gabeira, il candidato ecologista alle elezioni del 2008. La mappa si trova su Google Maps. Con un solo clic, le freccette colorate ricoprono la cartina di Rio. In ogni favela presa dai paramilitare (88), c’è una freccetta azzurra. In quelle dominate dal narcotraffico (71) c’è un colore per ogni banda. Nella strada/vita, qualsiasi combinazione di colori è mortale. Così, i tre decapitati di Giuseppe si spiegano con uno scontro tra il giallo (Morro Miniera, Corosa) e il rosso (Fallet).

Fino a molto poco tempo fa, il governo di Rio non pubblicava le statistiche sulla violenza. Per questo , il designer André Dahmer lanciò nel febbraio del 2007 un contatore virtuale di morti, Rio Body Count, ispirato all’Iraq Body Count, che contava i soldati morti in combattimento: O Globo pubblica la notizia di un morto solo se vive nella zona sud. L’impatto di Rio Body Count fu profondo. Andrè lo disattivò perché aveva raggiunto il suo obiettivo. Il governo, da allora, pubblica le cifre dei morti.

I più di 113 mila abitanti del Completo da Maré “vivono sequestrati dalla povertà e dalla violenza” secondo Raquel Willadino, dell’Osservatorio delle favelas. L’indice di sviluppo umano (Idh) di Maré è di 0,722. A Ipanema, che vide nascere quella carota che “viene e che passa ondeggiando dolcemente, sulla strada per il mare”, vantano statistiche nordiche: un Idh di 0,962. A Maré, la speranza di vita è di 66,8 anni. A Ipanema, di 80.

Riuscire a parlare con i narcotrafficanti non è facile. Due anni fa, tre adolescenti armati mi ricevettero in una favela della zona nord di Rio. Volti coperti, occhi vitrei in una stanza claustrofobia. Uno, che aveva una busta di droga, si giustificava: “Che possiamo fare, se non c’è lavoro?”.

Non aveva più di quindici anni. Sul suo braccio, un serpente tatuato. Era entrato nel traffico a undici anni. Il suo primo omicidio, a dodici. “Ho perso il conto di quanti ne ho ammazzati” affermava un altro con sarcasmo. Tutti ridevano quasi all’unisono. Un terzo – magro, fibroso, più silenzioso – esibiva abiti cari, di marca, mentre rivelava quanto costa corrompere la polizia: “venticinquemila reales (circa settemila euro) alla settimana”.

I trafficanti non sono più quelli di una volta. Persone come William da Silva, il professore, l’intellettuale simpatizzante di sinistra che negli anni Sessanta fondò il Comando Vermeilho con una forte componente sociale. Non ci sono più personaggi come Marcinho Vp, che garantì nel 1996 la sicurezza di Michael Jackson durante le riprese del videoclip They Don’t Care about Us nella favela Santa Marta. Marcinho diventò Robin Hood e apparve nel documentario Storia di una guerra particolare di Joāo Moreira Salles.

Moreira Salles, un intellettuale della classe alta, racconta: “Se fosse nato in altre circostanze, sarebbe diventato un leader popolare. Forse un leader rivoluzionario…”. Afferma che Marcinho abbandonò il traffico e se ne andò in Messico per conoscere il subcomandante Marcos. Morì assassinato, nel 2003, nel carcere di Bangù.

Marcinho fu un’eccezione. Uno studio dell’Osservatorio delle favelas, realizzato tra gli adolescenti del traffico della Maré, rivela che il 70 per cento non ha alcun interesse politico. Sono finiti i tempi in cui si poteva parlare delle guerriglie di ispirazione marxista; ora sono state sostituite dalle violente mafie della droga. Questo è quello che sono oggi.

Talys Motta – quarant’anni, venditore di libri – è l’uomo eccezione: conosce le due Rio parallele. Sa come e quando entrare nelle favelas. Frequenta feste snob della zona sud. Ma conosce i codici della zona nord. Spiega come entrano i bambini nel traffico, prima come Olheiros (vedette) o Fogueteiros (lanciano razzi segnaletici quando arriva la polizia). Poi vengono promossi vapores (venditori). “Molti restano per strada” dice.

Lo studio dell’Osservatorio durò due anni, durante i quali 45 dei ragazzi osservati furono assassinati. Le cifre sono impressionanti: si calcola che circa centomila persone lavorino per i narcotrafficanti a Rio.

Alberto Pinheiro – 44 anni, abiti neri, braccia robuste – è un poliziotto militare da 25 anni. Parla con energia. È il comandante dela Battaglione operazioni speciali (Bope), “un gruppo do 400 poliziotti specializzati nella lotta al crimine in aree urbane”.

Tropa de Élite (Gli squadroni della morte), vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2008, ha reso famoso questo corpo. E ha suscitato una grande polemica in Brasile. Il Bope è l’eroe del film. Una parte della classe media ha cominciato a difendere la repressione messa in atto dalla polizia. Pinheiro assicura che il film “fa vedere che la vita criminale non ha glamour e che aborriamo la corruzione”. La parola della discordia è Caveirāo (teschione). Sono stati battezzati così a Rio i veicoli a prova di proiettile usati dal Bope, sui quali è dipinto un teschio. Il rapporto di Amnesty International Loro arrivano sparando denuncia gli eccessi commessi a bordo dei caveirāo: insulti attraverso gli altoparlanti, giovani assassinati appesi ai ganci del veicolo…Tim Cargill, di Amnesty International, afferma da Londra che “il caveirāo con la sua presenza criminalizza tutta la popolazione”. Le cifre gli danno ragione.

Nel ’93, la polizia di Rio de Janeiro ha ucciso, secondo la Segreteria di pubblica sicurezza dello Stato, 1.195 civili, il doppio di tutte le polizie di Stati Uniti ed Europa messe insieme. La cifra, da allora, supera la mille vittime all’anno. Non si indaga su quelle morti, Nel 2006, il presidente Lula affermò che i trafficanti “non si combattono con petali di rosa”. E autorizzò l’invio di militari nelle favelas di Rio provocando decine di morti. Antonio guida il rabecāo, un furgoncino dei pompieri militari di Rio. Ha squillato il telefono poco fa, come a tutte le ore. La Polizia militare lo ha informato su dove raccogliere il morto. “Abbiamo quaranta minuti per togliere i cadaveri dalla strada” dice. Ha trent’anni. Da sei, raccoglie morti quasi ogni giorno. Non sa ancora che oggi lo aspetta un corpo totalmente bruciato con un odore insopportabile. Due giorni fa fu anche peggio: una donna incinta con due pallottole alla schiena.

Vila Sapé, ore 15. Renata – pelle nera. Sguardo incisivo, decisa – cammina vicino alla porta che separa la favela (freccetta azzurra) dalla Avenida de Bandeirantes. Spiega come funziona la milizia: “Si fanno pagare per la sicurezza. Anche per la salute. La televisione via cavo pirata (gatonet)costa venti reales. Di notte è proibito uscire di casa”. Questa donna, che ha perso suo marito in una sparatoria, spiega come due anni fa la Polizia militare abbia dipinto i muri di bianco e abbia conquistato il territorio dei trafficanti. Molti miliziani sono eletti nelle elezioni legislative. Eduardo Paes, attuale sindaco, ha vinto le elezioni difendendo il potere paramilitare. Il poliziotto Alexandre de Sousa giustifica la milizia “con i bassi salari della polizia”. La media è intorno ai 1.100 reales, meno di quattrocento euro al mese. Dal 2002 fino a marzo del 2008, sono stati espulsi 1.245 poliziotti militari corrotti. Implicati nel traffico di droga. Nella vendita di armi ai trafficanti. Nella costituzione di gruppi di paramilitari a fini di lucro.

L’equazione è quasi completa. La zona nord di Rio in mano ai trafficanti. La zona ovest, conquistata dalle milizie. Nelle favelas alte della zona sud, alcuni punti di traffico. In tutta la città, la popolazione povera alla mercè degli abusi delgi uni o degli altri. Il video che il governo di Rio consegnò al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) nascondeva la favelas. Inclusa la storica Mangueira, attaccata allo stadio di Maracaná. Il video non mostrava i muri che stanno costruendo in tredici favelas di Rio, “per proteggere la natura” (versione ufficiale). Nella difesa della candidatura olimpica a Copenaghen, il governatore Sergio Cabral ha promesso 2,5 milioni di euro per garantire Giochi più sicuri.

di Bernardo Gutiérrez

 

 

Cidade de Deus e do Diabo

ImagemEntrámos num «campo de batalha» entre polícias, paramilitares e narcotraficantes, nas favelas. A «cidade maravilhosa» prepara-se para receber os Jogos Olímpicos, em 2016. Mas a pecha da insegurança ainda lá está.

Na favela Vila Aliança, no Rio de Janeiro, Yashmina Barbosa, de 3 anos, salta no parque, em redor da avó, Rosângela da Silva. O paraíso de Copacabana fica longe. Indiferente, a menina brinca perto da prisão de Bangu, «a fábrica de monstros». Nalgumas paredes, alguém escreveu frases evangélicas: «Deus muda quem quer ser mudado.» Abunda o lixo. De repente, chega o 4º Batalhão da Polícia Militar (PM). Tudo acontece com demasiada rapidez. Um projéctil de 7,62 milímetros entra pelas costas da pequena. Quando chega ao hospital, está morta.

Yashmina é mais um número da estatística, do esquecimento. O seu caso ocorrido a 29 de Abril ocupou alguns parágrafos nos jornais do Rio. Outra vítima das chamadas «balas perdidas». Nos últimos três anos (até finais de Maio), foram contabilizados 739 disparos destes, na cidade, segundo o Instituto de Segurança Pública. E ceifaram a vida a 56 pessoas que, como Yashmina, estavam no sítio errado.

Nada de novo. Apenas a ponta do iceberg de uma estatística brutal. No Estado do Rio, os assassínios sucedem-se ao ritmo de quase 20 por dia: 7.089, em 2008, segundo dados oficiais. Habitar nesta «Cidade Maravilhosa cheia de encantos mil», como Carmen Miranda entoava, obriga a enfrentar um dos mais complexos quebra-cabeças de violência do mundo.

Rua do Almirante Alexandrino, 2 horas. Vários carros da PM sobem até à favela Fallet. As metralhadoras, M16, destacam-se, fora das portas. Os tiroteios são tão intensos que é difícil falar, mesmo no interior dos apartamentos. Alguns habitantes esperam na rua. «O Comando Vermelho, a principal facção de traficantes, tenta invadir Fallet, dominada pelos seus inimigos, os Amigos dos Amigos», diz Ricardo Beliel, um deles. O amanhecer, aqui, chega muitos dias com silvos de chumbo.

A geografia carioca é bem explicada na Cidade de Deus, o livro de Paulo Lins que inspirou o filme homónimo: «Lá em cima», os morros, as colinas, os pobres. «Lá em baixo», a cidade, «o asfalto». O livro descreve uma urbe de extremos: o luxo da zona sul convive com os bairros deprimidos. As cidades do Rio raramente se tocam. Convivem separadas.

Giuseppe, um profissional independente, nunca imaginou que surpresa o roubo do seu carro, em 2007, lhe traria. O comissário comunicou-lhe que o veículo tinha aparecido. Ao chegar ao posto, Giuseppe quase teve um enfarte. Dentro do automóvel estavam três jovens sem cabeça. Os tapetes com sangue. Hoje, este italiano só quer esquecer. Tirou uma conclusão: «O meu automóvel serviu de carro funerário, um sinal para que a facção rival não invadisse o território dos assassinos.»

Algumas chaves do susto de Giuseppe e da bala perdida de Yashima encontram-se no mapa da violência, elaborado pela equipa de Fernando Gabeira, o candidato ecologista às eleições de 2008. O mapa está incorporado no Googlemaps (http: gabeira.com/gabeira43/?tag=violência). Com um simples clique, os pontinhos de cores salpicam a geografia do Rio. Em cada favela ocupada pelas milícias paramilitares (130) existe um pontinho azul. Nas dominadas pelo narcotráfico (mais de 800) há uma cor para cada facção. Pontinho vermelho para o Comando Vermelho, verde para o Terceiro Comando Puro, amarelo para Amigos dos Amigos. Assim sendo, os três decapitados de Giuseppe são explicados por um choque entre o amarelo e o vermelho.

Os traficantes mudaram

Meio-dia. Calor abrasador. As ruas do Complexo da Maré, um conjunto de 16 favelas, no Rio Norte, são uma mistura de poeira, casas de tijolo e crianças descalças. Mana da Silva (pseudónimo) fala a soluçar: «Outro dia, estivemos no chão durante horas, o tiroteio foi pesado.» Numa cozinha destruída e suja, correm alguns ratos. O filho, de 7 anos, mete os dedos nos buracos de balas, na parede. Brinca. «Na Maré não há paz», sussurra.

O Comando Vermelho disputa cada rua com o Terceiro Comando. As fronteiras – e os tiroteios – são móveis. A morte não surpreende ninguém. «Um dia, mataram nove pessoas, um ajuste de contas», comenta Maria. Mas ela não denunciaria os traficantes. Dão-lhe gás quando ele lhe falta. Ou «guloseimas para as crianças». Aqui, o Estado não existe. A lei é verde, vermelha ou amarela.

ImagemOs mais de 113 mil habitantes do Complexo da Maré «vivem sequestrados pela pobreza e pela violência», segundo Raquel Willadino, do Observatório das Favelas. O Índice de Desenvolvimento Humano (IDH) da Maré é de 0,722. Em Ipanema, que viu nascer aquela «garota» de «doce balanceio a caminho do mar», as estatísticas nórdicas presumem um IDH de 0,962. Na Maré, a esperança de vida é de 66,8 anos. Em Ipanema é de 80.

Chegar à fala com os traficantes não é fácil. Mas, por vezes, o contacto apropriado, as frases ou palavras adequadas, cristalizam-se num salvo-conduto. Há dois anos, três adolescentes armados receberam este jornalista numa favela do Rio Norte. Rosto coberto, olhos desconfiados, num quarto claustrofóbico. Um, que segurava uma bolsa com droga, justificava-se: «O que vamos fazer, se não há trabalho?» Não tinha mais de 15 anos. No seu braço, uma tatuagem de uma serpente. Entrou no tráfico com 11 anos. Cometeu o seu primeiro homicídio, aos doze. «Perdi a conta de quantos já matei», afirmava o outro com sarcasmo. Todos riram, quase em uníssono. Um terceiro – esguio, robusto, mais calado – exibia roupas caras, de marca, enquanto revelava quanto custa subornar a polícia: «25 mil reais (7 mil euros) por semana.»

Maria, a rainha da casa esburacada, tinha razão. Os traficantes não são como os de antigamente, «gente que nos respeitava». Pessoas como William da Silva, o Professor, o intelectual esquerdista que, nos anos 60, fundou o Comando Vermelho com uma forte componente social. Já não há personagens como Marcinho VP que, em 1996, garantiu a segurança de Michael Jackson, na gravação do videoclip They don’t care about e se veio a transformar no Robin dos Bosques dos pobres, protagonizando o documentário História de uma Guerra Particular, com o fim de «defender o meu povo da opressão». Marcinho chegou a afirmar que iria fundar o Movimento Social Revolucionário pela Favelânia. Mas morreu assassinado em 2003, na prisão de Bangu.

Hoje, um estudo do Observatório das Favelas, realizado entre os adolescentes do tráfico da Maré, revela que 70% não têm inclinação política. Já lá vão os tempos em que se podia falar de guerrilhas marxistas; agora são violentas máfias da droga. E alimentam-se da espiral de extrema pobreza da população. «Os seus sonhos são consumistas», afirma Raquel Willadino, uma das directoras do observatório.

Talys Motta, 40 anos, vendedor de livros, conhece os dois Rios paralelos. Frequenta festas enfadonhas, na zona Sul. Mas conhece os códigos do Rio do Norte. É ele quem nos explica que as crianças entram no tráfico como olheiros (vigilantes) ou fogueteiros (lançam foguetes de aviso, quando chega a policia). Evoluem para vapores (vendedores). «Muitos ficam pelo caminho», diz. Durante os dois anos que durou o estudo do Observatório, 45 jovens foram assassinados. «Começam no crime», remata Talys, «e não conseguem sair.» Os números impressionam: cerca de 100 mil pessoas trabalham para os narcotraficantes, no Rio.

Tropa de elite com caveira

ImagemAlberto Pinheiro, 44 anos, roupa negra, braços corpulentos, é polícia militar desde os dezanove. É o comandante do Batalhão de Operações Especiais (BOPE), «um grupo de 400 polícias especializados no combate ao crime em áreas urbanas». Tropa de Elite, vencedor do Urso de Ouro de Berlim, em 2008, popularizou este corpo. E criou uma grande polémica no Brasil. O BOPE é o herói do filme. Parte da classe média começou a defender a repressão policial. Pinheiro assegura que a fita «mostra que a vida criminal não tem glamour e que abominamos a corrupção». Além disso, nega qualquer abuso: «Quem disser que o BOPE entra na favela a disparar, não conhece a verdade.»

A palavra da discórdia é «caveirão». Assim foram baptizados, no Rio, os carros à prova de bala usados pelo BOPE, que têm uma caveira pintada. Um relatório da Amnistia Internacional (AI) denuncia os excessos cometidos a bordo do «caveirão»: insultos pelos altifalantes, jovens assassinados pendurados nos ganchos do veículo…

Tim Cargill, da AI em Londres, afirma que «o ‘caveirão’ criminaliza toda a população com a sua presença». «Um em cada sete homicídios é cometido por um polícia», afirma. Os números e a realidade dão-lhe razão. Em 1993, a polícia do Rio de Janeiro matou, de acordo com a Secretaria de Segurança do Estado, 1.195 civis, o dobro de todas as polícias dos Estados Unidos e Europa juntas. Desde então, os números ultrapassam os mil mortos por ano.

O sociólogo Inácio Cano, da Universidade Estadual do Rio de Janeiro, demonstrou, com um relatório, que cerca de 65% dos assassinados pela polícia tinham, pelo menos, um disparo nas costas. «Chamam-lhes autos de resistência, mas são execuções», indica. Tim Cargill dá uma pista importante: «Os autos de resistência protegem a polícia, não se investigam os mortos.»

Milícia, o poder paralelo

Inácio Cano não hesita em acusar a milícia de fomentar o «neofeudalismo». Para solucionar a terceira incógnita da violentíssima equação carioca, basta teclar no Googlemaps da violência. A zona Oeste está forrada de pontinhos azuis. Cada favela milícia, um ponto azul.

Vila Sapê, 15 horas. Renata – pele negra, olhar incisivo – caminha perto do portão que separa a favela (ponto azul) da Avenida dos Bandeirantes. Há homens a vigiar. E um graffiti-síntese: um polícia e a frase «24 horas vigiados».

«Cobram pela segurança. Também pela saúde. A televisão por cabo pirata custa 20 reais. À noite, é proibido sair de casa», conta Renata, que perdeu o marido num tiroteio. Há dois anos, a Polícia Militar pintou os muros de branco e conquistou o território aos traficantes. Mas ela ainda se lembra bem. Cano afirma que a milícia representa uma privatização perversa da segurança pública: «Instalou-se o mito de que proporcionam segurança. Temos mais de 300 denúncias de tráfico de droga, na zona da milícia.»

Mas ninguém como Marcelo Freixo, o deputado que dirigiu a comissão de investigação das milícias, para fazer um perfil dos paramilitares made in Rio de Janeiro: «São grupos criminosos. Agentes públicos, polícias, ex-polícias, bombeiros…», diz este homem, com a cabeça posta a prémio pelas milícias.

Eduardo Paes, actual presidente da Câmara, ganhou as eleições a defender o poder paramilitar. O polícia Alexandre de Sousa justifica a milícia «devido aos baixos salários». A média anda à volta dos 1.100 reais, menos de 40º0 euros mensais. «Por isso, existe a corrupção», explica. Entre 2002 e Março de 2005, foram expulsos 1.245 polícias militares corruptos. Implicados no tráfico de drogas. Na venda de armas a traficantes. Na fundação de grupos paramilitares para com isso beneficiarem.

A equação está quase completa. O Norte do Rio tomado pelos traficantes. A zona Oeste conquistada pelas milícias. Nas favelas elevadas da zona Sul, alguns pontos de tráfico. Em toda a cidade, a população pobre à mercê dos abusos de um e do outro lado. O vídeo que o Governo do Rio entregou ao Comité Olímpico Internacional ocultava as favelas. Até a histórica Mangueira, junto do Estádio Maracanã. O vídeo não mostrava os muros que estão a construir em 13 favelas do Rio, «para proteger a natureza» (versão oficial).

A «cidade maravilhosa» tem mais de 700 favelas (há 20 anos eram trezentas). O certo é que, em 2009, a sete anos dos Jogos, tudo continua igual. A classe média cheira pó nas festas da zona Sul, enquanto o rapper MV Bill entoa as suas rimas provocantes na favela da Cidade de Deus: «Compras cocaína da minha mão e depois insultas-me na televisão.»

Visāo Edição nº 871, 12 de Novembro

Edição nº 871, 12 de Novembro

Polizia e forze di sicurezza

Le comunità più povere si sono trovate strette tra le bande criminali che controllavano le loro aree di residenza e la polizia con i suoi metodi violenti e discriminatori. A causa di ciò, molti degli abitanti di queste comunità si sono trovati in condizioni di radicata crisi economica e sociale.

Le risposte dei governi statali e federale nei confronti della violenza criminale sono state diverse. Il governo federale ha introdotto il Programma nazionale di sicurezza pubblica e cittadinanza (Programa nacional de segurança pública com cidadania – PRONASCI), incentrato sulla prevenzione del crimine, l’inserimento sociale, il recupero dei carcerati e migliori salari per gli agenti di polizia. Tuttavia, nonostante diffuse notizie di violazioni dei diritti umani da parte della polizia, il presidente Lula e i dirigenti della sua amministrazione hanno sostenuto pubblicamente alcune operazioni militarizzate da parte della polizia, in particolare a Rio de Janeiro.

A livello statale, nonostante alcuni governi avessero promesso delle riforme, la maggior parte delle forze di polizia statali hanno continuato ad adottare metodi violenti, discriminatori e corrotti nella lotta al crimine nelle comunità più povere, senza che vi fosse vigilanza o controllo. Ciò è risultato maggiormente evidente nello Stato di Rio de Janeiro, dove le iniziali promesse di riforma sono state abbandonate e il governatore ha adottato una posizione sempre più drastica e aggressiva sulle questioni riguardanti la sicurezza. È stata intensificata la politica di operazioni militari di polizia su ampia scala, che è costata la vita a centinaia di persone. Secondo cifre ufficiali, nel corso dell’anno la polizia ha ucciso nello Stato almeno 1.260 persone, il numero più alto fino ad oggi. Tutti i casi sono stati classificati come «atti di resistenza», cui non è seguito praticamente alcun tipo di indagine.

*Decine di persone sono state uccise, e molte sono rimaste ferite durante operazioni di polizia nel Complexo do Alemão – un gruppo di 21 comunità socialmente emarginate nella zona nord di Rio de Janeiro dove abitano oltre 100.000 persone – e nella vicina Vila da Penha. Altre migliaia di persone hanno dovuto fronteggiare la chiusura delle scuole e dei centri sanitari, così come la sospensione della fornitura di acqua e di elettricità. Durante le operazioni si sono avute notizie di esecuzioni extragiudiziali, percosse, atti di vandalismo e furti da parte degli agenti di polizia. I membri della comunità hanno riferito che un veicolo militare blindato (caveirão) veniva usato come cella mobile dove la polizia infliggeva percosse e scosse elettriche.

Il giro di vite ha avuto il suo culmine con una "megaoperazione" alla fine di giugno, che ha coinvolto 1.350 tra civili, militari e membri delle forze scelte della polizia federale. Sono stati uccisi almeno 19 presunti malviventi, uno dei quali di 13 anni; una decina di passanti sono rimasti feriti. Sono state sequestrate tredici armi, insieme a un quantitativo di droga; e nessuno è stato arrestato. La Commissione per i diritti umani dell’Ordine degli avvocati di Rio de Janeiro e il Segretariato speciale per i diritti umani del governo federale hanno annunciato che indagini indipendenti su referti medico-legali indicavano chiare prove di esecuzioni sommarie. Il Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie, recatosi a Rio de Janeiro a novembre, ha criticato la mancata apertura di indagini ufficiali sulle uccisioni e ha concluso che l’operazione era stata manovrata a livello politico.

*A ottobre, un’operazione di polizia civile nella favela di Coréia a Senador Camará, nella zona occidentale di Rio ha causato 12 morti: un bambino di 4 anni, rimasto apparentemente vittima di un fuoco incrociato, un agente di polizia e 10 "sospetti", uno dei quali quattordicenne. Immagini d’archivio trasmesse dalla televisione brasiliana mostravano due uomini colpiti e uccisi da spari provenienti da un elicottero mentre cercavano di fuggire dalla zona.

Milizie di tipo paramilitare che comprendevano agenti di polizia fuori servizio e vigili del fuoco, hanno continuato a controllare ampie fasce delle favelas di Rio de Janeiro.

*Ad aprile, Jorge da Silva Siqueira Neto, presidente dell’associazione dei residenti di Kelson, comunità controllata dalle milizie nell’area di Penha, è stato costretto a lasciare il proprio quartiere dopo aver ricevuto minacce di morte. Ha accusato cinque agenti della polizia militare di essersi attribuiti «poteri dittatoriali» all’interno della comunità e ha sporto denuncia presso l’unità investigativa interna della polizia, il ministro di pubblica sicurezza e il procuratore. Tre degli agenti di polizia sono stati arrestati per un breve periodo e sono stati rilasciati all’inizio di settembre. Quattro giorni più tardi Jorge da Silva Siqueira Neto è stato ucciso da colpi di arma da fuoco. È stata aperta un’inchiesta, ma a fine anno non si erano avuti avanzamenti nelle indagini.

Le autorità dello Stato di São Paulo hanno nuovamente riferito di una diminuzione delle cifre ufficiali di uccisioni da parte della polizia, sebbene questi dati siano stati contestati. Si sono tuttavia registrate nuove violazioni dei diritti umani da parte di agenti di polizia.

*Secondo quanto riferito, nella città di Bauru il quindicenne Carlos Rodrigues Júnior è stato torturato e ucciso nella propria abitazione da agenti della polizia militare. Secondo i referti medico legali, gli sono state inflitte 30 scosse elettriche mentre veniva interrogato sul furto di una motocicletta. A fine anno sei poliziotti erano stati temporaneamente arrestati.

Squadroni della morte

Nei primi 10 mesi dell’anno, si sono registrate 92 morti in molteplici omicidi legati a squadroni della morte a São Paulo, la maggioranza dei quali nella zona settentrionale della città. Erano in corso indagini nei confronti di agenti di polizia per la morte di oltre 30 persone nelle città di Ribeirão Pires e Osasco. Si sono avute informazioni di squadroni della morte anche in altre città, in particolare a Rio de Janeiro (specialmente nella Baixada Fluminense), Espírito Santo, Bahia, Pernambuco, Rio Grande do Norte e Ceará.

*Ad agosto, Aurina Rodrigues Santana, suo marito Rodson da Silva Rodrigues e il loro figlio Paulo Rodrigo Rodrigues Santana Braga sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco da un gruppo di uomini incappucciati mentre dormivano nella propria abitazione nel distretto di Calabetão, nello Stato di Salvador di Bahia. L’aggressione si è verificata dopo che la famiglia aveva denunciato che il figlio e sua sorella tredicenne erano stati torturati da quattro agenti della polizia militare.

Uno sviluppo positivo ha riguardato lo smantellamento ad aprile da parte della polizia federale di uno squadrone della morte ritenuto responsabile, nello Stato di Pernambuco, della morte di più di 1.000 persone nell’arco di cinque anni. Un altro squadrone della morte è stato smantellato a novembre con l’arresto di 34 persone, fra cui poliziotti, avvocati e piccoli commercianti.

Carceri, tortura e altri maltrattamenti

Il grave sovraffollamento, le precarie condizioni sanitarie, la violenza delle bande e le rivolte hanno continuato a minare il sistema penitenziario. Maltrattamenti e tortura erano prassi abituale.

*In agosto 25 detenuti sono morti carbonizzati nel carcere di Ponte Nova nello Stato di Minas Gerais, dopo disordini causati da lotte fra fazioni.

*Nello Stato di Espírito Santo, dove sono state segnalate torture e maltrattamenti, il governo ha vietato al Consiglio statale per i diritti umani (Conselho estadual dos direitos humanos – CEDH), un organismo ufficiale con il potere di controllare il sistema carcerario, l’accesso alle celle delle prigioni.

*Durante l’anno oltre 20 persone sono morte nel carcere Aníbal Bruno, nello Stato di Pernambuco. Dal penitenziario, costantemente sotto organico e con una popolazione carceraria tre volte superiore a quella per cui era stato progettato, da molto tempo si ricevevano segnalazioni di tortura e maltrattamenti.

Le condizioni all’interno del sistema carcerario minorile hanno continuato a destare preoccupazione in tutto il Brasile. Si sono avute nuovamente notizie di sovraffollamento, percosse e maltrattamenti. La direttrice della Fondazione Casa di São Paulo (precedentemente conosciuta come FEBEM), è stata rimossa dal suo incarico con una decisione in cui si criticava la struttura penitenziaria di Tietê per le sistemazioni inadeguate e le cattive condizioni igieniche. Il suo licenziamento è stato successivamente annullato dalla Corte Suprema dello Stato (Tribunal de Justiça).

 

Rapporto Annuale Americhe "Brasile" Amnesty International

23 novembre 2009

La mafia, la P2, lo Stato, Forza Italia e i servizi deviati.

 

In questo modo Cosa Nostra è diventata Stato

Nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio sono stati disintegrati i due principali simboli della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, attraverso l’utilizzo di esplosivi bellici che hanno provocato un massacro barbaro e destabilizzato gli equilibri politici.

Cosa Nostra dopo l’inaffidabilità “contrattuale” evidenziata dai tradizionali referenti politici con il mancato aggiustamento del maxiprocesso in Cassazione ha mutato strategia politica. La tenacia e le capacità del pool dei magistrati di Palermo e dei lavoro svolto da Falcone per togliere al giudice Carnevale e ai suoi amici il monopolio delle sentenze sul crimine organizzato, hanno sancito il fallimento del rapporto tra la corrente andreottiana, in particolare, e Cosa Nostra. L’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima segna la rottura definitiva del patto scellerato delle convergenze parallele tra pezzi della politica e la mafia. La strage di Capaci preclude il Quirinale a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso con sentenza caduta in prescrizione). Le mafie. Cosa Nostra e ‘ndrangheta in particolare, stanno consolidando sempre più una potenza economica-finanziaria soprattutto a seguito del controllo dei più imponenti traffici internazionali di droga. Non si vogliono più limitare ad avere singoli referenti politici che non sono più in grado di arginare magistratura e forze dell’ordine sempre più determinate nel contrasto al crimine organizzato.

È il momento del salto di qualità. La mafia decide di farsi Stato e lo fa con due strumenti tipici dei conflitti: bombe e dialogo, stragi e trattativa. La strage di Capaci produce dirompenti effetti politici, mina le fondamenta della prima repubblica già colpita dagli albori di tangentopoli.

La mafia cambia strategia politica e inizia i primi contatti strutturali con esponenti della politica e delle istituzioni.

Il comando del fronte antimafia viene, di fatto, preso da Paolo Borsellino, il quale indaga ed intravede il cuore del potere mafioso: i collegamenti con la politica, l’imprenditoria e le istituzioni (magistratura compresa). Non è un caso che dopo la strage di Capaci, in un emozionante dibattito organizzato da micromega, sostiene che, nella magistratura, forse, vanno trovati taluni responsabili della morte del suo caro amico e collega Giovanni Falcone. Credo che Borsellino abbia anche potuto intuire della trattativa e del ruolo che stavano avendo quelle settimane settori deviati delle istituzioni.

La strage di via D’Amelio è una strage politica, si può ipotizzare che ambienti non organici a Cosa Nostra siano stati determinanti nel movente, nella dinamica e nell’occultamento delle prove della strage.

A questo punto la mafia ha inferto il colpo più duro che si potesse dare alla magistratura impegnata in prima linea, rassicurando i collusi e gettando nel panico tutti coloro i quali erano stati interlocutori politici di Cosa Nostra.

La trattativa entra nel vivo e operano, con spregiudicatezza al limite dell’eversione, pezzi deviati delle istituzioni: all’interno dei servizi (il ruolo di Contrada Sisde) ed esponenti in primo piano del Ros (trattativa infame, mancata perquisizione al covo di Riina e il favoreggiamento alla latitanza di Provengano).

Cosa Nostra tratta attraverso il papello e continua con la strategia del terrore per mettere in ginocchio il Paese. Le condizioni per la pax mafiosa sono dure ed ecco le bombe di Roma, Firenze, Milano. Il Paese è ad un bivio.

Chi conduce la trattativa? Uomini in divisa con autonome velleità da nuovi piduisti, oppure braccia operative di ambienti politici che intendono aprire una nuova stagione nei rapporti con Cosa Nostra e favorirne la metamorfosi attraverso la mimetizzazione nello Stato e la ‘confusione’ nel bilancio dell’economia reale?

La trattativa va in porto. Cosa Nostra, dal 1993, interrompe il conflitto armato con le Istituzioni e comincia il suo fluido percorso di penetrazione nello Stato e nell’economia.

La sua forza si consolida con il controllo della spesa pubblica e dei finanziamenti pubblici, con il condizionamento del mercato del lavoro ed il controllo del voto.

La nascita di Forza Italia si colloca nel periodo in cui termina la strategia militare ed inizia la penetrazione in tutte le articolazioni istituzionali e si consolida la sua presenza nei meandri dei circuiti economico-finanziari.

Il processo al sen. Dell’Utri, ideologo di Forza Italia, con la sua condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è uno spaccato illuminante del baratro in cui siamo piombati.

Il percorso  della criminalità organizzata che diviene Stato viene anche favorito da pezzi deviati delle istituzioni che dovrebbero rappresentarle. DA settori opachi della magistratura i quali hanno operato con analogie sorprendenti tra quegli anni – penso anche alla lucida analisi del dr.Alfonso Sabella sulle pagine de Il Fatto Quotidiano a proposito delle prime indagini sulle stragi della procura di Caltanissetta e al ruolo e alla contestuale strategia e successiva carriera dl dr.Giovanni Tenebra – e le volte che indagini molto delicate sono penetrate nel cuore del sistema mafioso: come le indagini Why not e Poseidone e le indagini della procura di Salerno sulla cosiddetta nuova P2.

Dalle deviazioni di pezzi della polizia giudiziaria: dalle trattative di servizi piduisti (come nel caso Cirillo) a Bruno Contrada, sino al ruolo inquietante che sembra caratterizzare esponenti del Ros.

Denso di significati il racconto del giudice Sabella circa il ruolo – determinante nell’affossamento di inchieste e nella distruzione di servitori dello Stato – del Consiglio superiore della magistratura, con una continuità impressionante dal 1992 ad oggi simbolicamente rappresentata dalla presenza di Nicola Mancino.

Vi è stato un ruolo criminale e scellerato di taluni esponenti delle forze dell’ordine mentre altre donne e uomini della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza morivano e rischia(va)no la vita nel contrasto al crimine organizzato?

Ogni qualvolta si è indagato in questa direzione ambienti occulti e criminali hanno operato per evitare che si raggiungesse la verità. Alcuni spunti. La trattativa che sarebbe stata condotta da uomini del Ros con Cosa Nostra mentre ancora si sentiva l’acre odore della cenere di magistrati e poliziotti assassinati. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca su via D’Amelio. Le dichiarazioni del colonnello dei carabinieri Riccio nei processi in corso a Palermo sulla trattativa (dove si è fatto anche il nome, a proposito dei rapporti tra magistrati e mafia, del dr.Dolcino Favi, procuratore generale che avocò l’inchiesta Why not proprio mentre ricostruivo i rapporti tra criminalità organizzata, massoneria deviata, pezzi della magistratura, della politica, dei servizi e delle istituzioni).

La mancata perquisizione del covo di Riina ed il favoreggiamento alla latitanza di Provengano. Il ruolo che sarebbe stato condotto da magistrati, politici e carabinieri per favorire la dissociazione dei boss con l’obiettivo di stroncare il pentitismo e rafforzarne la penetrazione di Cosa Nostra nel tessuto politico-istituzionale. I misteri che ruotano intorno alla morte del maresciallo Lombardo. Le informative del Ros che ritrovai nell’inchiesta Poseidone – acquisite dalla procura di Roma – che dovetti rivedere in profondità in quanto marcatamente superficiali (vi erano i nomi di politici molto importanti, ambienti massonici e dei servizi, criminalità organizzata).

L’indagine che un magistrato della procura di Catanzaro – poi indagato e perquisito dalla procura di Salerno per reati gravi – delegava al Ros (pur non essendoci alcun profilo di criminalità organizzata) che mirava a coinvolgermi in vicende per le quali ero totalmente estraneo. La creazione ad arte di tracce di reato, ossia il metodo della calunnia e del depistaggio. La delega che il dr.Favi dava al Ros nelle indagini della procura  generale di Catanzaro che avocando l’inchiesta Why not ha prodotto una sua sostanziale disintegrazione. In questi giorni la procura di Crotone indaga un ufficiale dei carabinieri che doveva essere un mio collaboratore mentre pare abbia fatto altro, di penalmente rilevante. Le inchieste della procura di Salerno, proprio lì la chiave di volta per mettere insieme, in un filo criminale, vecchi e nuovi piduisti. Per questo tanti magistrati dovevano saltare, assassinati professionalmente.

I legami con la politica: dal generale Mori consulente di Formigoni, ai figli del generale Subranni (tra Angelino Alfano e servizi).

Il piduismo sta operando, tra servizi deviati e massonerie, tra mafia e politica. Va alzata la vigilanza democratica confidando in quei magistrati che ancora non hanno piegato la schiena.

di Luigi de Magistris Il Fatto Quotidiano

L’europarlamentare Luigi De Magistris

 

E se Graviano comincia a parlare?

Parla Filippo Graviano, boss stragista del ’93 indicato dai pentiti come uno dei protagonisti della trattativa tra Cosa Nostra e il nuovo partito in via di costituzione, Forza Italia. Dice di avere fatto in carcere una “scelta di legalità”, anche se continua a negare ogni coinvolgimento nelle stragi. E arriva il giorno di Gaspare Spatuzza: sarà sentito in  aula a Torino, il 4 dicembre prossimo, dai giudici di appello che stanno processando Marcello dell’Utri, condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Dalle carte trasmese a Palermo dalla procura di Firenze emerge più chiaramente il contesto delle accuse che lambiscono Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri, che avrebbero costituito, secondo le nuove rivelazioni di Spatuzza, le coperture politiche chieste ed ottenute dai frateli Graviano all’inizio del 1994, quando progettarono l’attentato al pullman dei carabinieri parcheggiato nei pressi dello stadio Olimpico, Un attentato, lascia intendere oggi Spatuzza riferendo le parole di Giuseppe Graviano, che avrebbe ottenuto un autorevole avallo da quelle forze che si stavano apprestando ad entrare in politica. Si tratta di due ladoni con oltre 500 pagine depositate ieri nel processo dell’Utri sui quali si è concentrata l’attenzione investigativa della direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ieri, sempre nell’ambito della trattativa mafia-Stato ha interrogato nuovamente Massimo Ciancimino, che, nei giorni scorsi, aveva annunciato il possesso di alcuni nastri registrati con le conversazioni del padre con gli ufficiali del Ros nel corso dei colloqui nella sua casa di piazza di Spagna, a Roma. Ma è su Filippo Graviano, e sulla sua insolita “apertura alla legalità” che si è concentrata l’attenzione dei magistrati antimafia. Il boss dice di aver compiuto in carcere questa scelta, si è iscritto alla Bocconi di Milano e ha già dato dieci esami, nel suo futuro di ergastolano c’è l’obiettivo di rafforzare la sua cultura, ma nelle stragi, “mi dispiace deludervi, ma non ho avuto alcun ruolo”. In carcere, nel 2004 aveva detto a Gaspare Spatuzza, allora suo fedelissimo, oggi pentito, che “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. E Graviano davanti ai magistrati di Firenze che lo hanno interrogato nei giorni scorsi non si è tirato indietro, aprendo un minuscolo varco impensabile, fino ad  ora, per un capomafia del suo calibro e annunciando una decisione inedita che lascia aperti tutti gli interrogativi su una sua futura collaborazione.

In che cosa si concretizzi la scelta di legalità, ancora non si sa, visto che il capomafia subito dopo ha negato di avere commesso qualsiasi reato. E messo a confronto con Spatuzza, non lo ha trattato da infame perché pentito, ma ha addirittura tracciato un parallelo tra le loro due decisioni: “tu hai compiuto una scelta religiosa – ha detto Graviano, alludendo alle lettere inviate da Spatuzza ad un vescovo – io arricchisco la mia cultura”. Diverso, infine, l’atteggiamento del fratello Giuseppe, che, messo a confronto anch’egli con Spatuzza, non lo ha neppure preso in considerazione. Nell’udienza di ieri, infine, il pg Nino Gatto ha chiesto alla corte di sentire Salvatore Grigoli, che in un verbale depositato agli atti del processo ha detto che le stragi di mafia del ’92 e del ’93 erano state fatte “per costringere lo Stato a scendere a patti”. E sul senatore imputato ha detto: “Mangano (Nino, ndr) mi disse che i Graviano avevano un canale diretto con dell’Utri. IN effetti ricordo che all’epoca vi fu la vicenda del movimento politico che volevamo costituire, denominato “Sicilia Libera”. La questione di “Sicilia Libera”, a un certo punto, non fu più portata avanti perché noi tutti fummo orientati verso il nascente movimento Forza Italia”.

E conclude: “Dopo le elezioni tutti confidavamo in Berlusconi e si diceva che solo lui ci poteva salvare”.

 

di Giuseppe Lo Bianco Il Fatto Quotidiano

Il senatore di Forza Italia Marcello dell’Utri

23 novembre 2009

Cina: attivisti per i diritti umani minacciati

Amnesty International ha reso noto che alcuni attivisti per i diritti umani sono finiti nel mirino delle autorità durante e dopo la visita ufficiale in Cina del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Nel corso della visita, le forze di sicurezza di Pechino hanno costretto agli arresti domiciliari o tenuto sotto rigida sorveglianza decine di avvocati e attivisti, impedendo loro di avere qualsiasi contatto con i giornalisti stranieri.

La mattina del 19 novembre l’avvocato Jiang Tianyong è stato fermato dalla polizia all’uscita della propria abitazione, nel quartiere di Haidian di Pechino, mentre era in procinto di accompagnare la figlia a scuola. Jiang, che era rientrato appena 48 ore prima da un viaggio negli Usa, è stato trattenuto per 13 ore dalla polizia. Quando ha protestato contro l’illegalità di questa situazione, gli agenti gli hanno riferito che era trattenuto per "aver attaccato la polizia". È stato rilasciato nel corso della giornata, con l’avvertimento che "la faccenda non finisce qui". La mattina dopo, sei agenti di polizia hanno tentato di impedirgli di uscire di casa, per poi desistere.

Altri avvocati che si occupano di diritti umani, tra cui Li Xiongbing, Li Heping e Mo Shaoping hanno subito intimidazioni: agenti di polizia si sono fatti vedere all’esterno delle loro abitazioni, rimanendovi anche per lungo tempo.

Prima della visita del presidente Obama, molti attivisti per i diritti umani avevano denunciato le intimidazioni della polizia e la pesante presenza di agenti di sicurezza di fronte alle loro abitazioni. Nel corso della visita, alcuni di essi sono stati portati fuori dalla capitale o sono stati trattenuti nelle "celle nere", centri di detenzione non ufficiali.

Gli avvocati e gli attivisti cinesi vanno incontro a violazioni dei diritti umani tra cui maltrattamenti e torture, intimidazioni e arresti arbitrari unicamente a causa del loro impegno pacifico in favore dei diritti umani.

20 novembre 2009

Malitalia, la mafia che non spara

Davanti al piccolo ingresso, tra i fichi in lontananza e il profumo d’Africa, il cimitero sembra qualcosa d’altro. Il luogo di un riposo più lieve di un’eterna sosta, un filare di viti sotto il quale riprendere forza, riflettere scossi dal vento, attendere in quiete il succedersi delle stagioni.

Leonardo Sciascia se ne andò vent’anni fa. Il 20 novembre, dopo aver discusso con i nipoti di Stevenson e Allan Poe, lasciando spazio e vittoria alla malattia, osservando la pioggia obliqua scendere per l’ultima volta prima di chiudere gli occhi.

Sulla lapide, a Racalmuto (foto sopra), la frase di un aristocratico francese: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. A futura memoria, a patto che, come ricordava Sciascia stesso, la memoria (e non era scontato) possedesse davvero un orizzonte. Con Malitalia (Rubbettino, 15 euro, libro più dvd) Laura Aprati ed Enrico Fierro non si concedono il lusso di dubitare e scendono con occhi, voce e curiosità, alle radici evolutive di una mafia che Sciascia, nonostante intuito e lungimiranza gli fossero amici non meno della scrittura, non aveva fatto in tempo a prevedere. Una criminalità dove come spiega con tono lontano dall’enfasi, un potenziale eroe sciasciano, un letterato con pistola e distintivo, il capo della squadra mobile di Trapani Giuseppe Linares: “Ogni raro spargimento di sangue, negli ultimi anni, è stato mirato”. Sparare non serve più. La storia sembra più semplice, ma in realtà si complica, con l’abbandono della ormai rassicurante e ingannevole iconografia coppola e lupara.

A ciascuno il suo e ai nuovi padroni, un controllo del territorio cui per esercitarsi non serve il piombo. In doppio petto, come un iguana pronto alla mimesi e all’evoluzione (anche tecnologica ) davanti al nemico, il mafioso del nuovo millennio manda i figli all’università e penetra nella falda della società in modo invisibile. Giorno dopo giorno, stando ben attenti a terrorizzare senza abbaiare alla luna. Andando dritti alla radice del dominio, vivendo alternativamente da uomini d’onore e topi pronti a nascondersi in tane sotto terra, bunker che puntellano l’Aspromonte, nascosti dall’impenetrabile vegetazione, come nell’Albania a sinistra della Cina di Enver Hoxha.

Per poter trionfare tra istituzioni sonnolente: “O vicine a una conclamata negligenza non distante dal dolo” come sottolinea Alberto Cisterna, magistrato della Direzione distrettuale antimafia, i nuovi mafiosi viaggiano, stringono alleanze, cercano sponde politiche, brandendo il potere economico come una clava e l’estorsione, “Il principale serbatoio di Camorra, Mafie e‘Ndrangheta” come afferma al di là di ogni ragionevole supposizione Rodolfo Ruperti, dirigente della mobile di Caserta, al pari di un ricatto costante che rade al suolo esistenze in gabbia, società malformate senza spazi di redenzione, comunità in ostaggio permanente. Il pizzo crea investimenti e il circolo poco virtuoso, nella terra shakespeariana dei Bidognetti e degli Schiavone, quasi non conosce interruzioni.

E’ un documentario prezioso, Malitalia. Gemma non verbosa, movimento nell’azione, odore della paura e dell’impunità tra i rovi inestricabili di un paese in decadenza e i nodi gordiani di una nazione che da Gobetti a oggi, si è inutilmente arrovellata su una coesione improbabile. Ci sono volti e urla, donne di boss pronte ad aggredire operatori e giornalisti, soldati straniati che cresciuti con la televisione non capiscono dialetti, nessi e circostanze di una tradizione arcaica che mantiene origini e patti di sangue dalla notte dei tempi, pentiti e collaboratori di giustizia emarginati, impavidi “no” che si pagano con l’esclusione e la vendetta.

C’è soprattutto il mestiere di giornalista capace di tornare alle motivazioni nobili, sfrondato da orpelli, vaniloqui e vanità, l’odore del pistard che fiuta il filone giusto e ci si butta senza calcoli, al riparo di macchine sporche, piene di cartoni di cibo rubato al mestiere, rese irrespirabili dai chilometri e dal fumo. Siani, Nozza, Fierro. Figli sparsi per il mondo come pezzi di carta, pacchetti con dromedari da decrittare come compagni di viaggio, centinaia di sigarette, barba incolta, impermeabili da noir, occhiali da sole, battuta fulminante, cinismo per proteggersi dalle emozioni e cuore grande, da far pulsare fuori dal taschino, all’occorrenza, perché dietro gli specchi, la vita è dura. In trent’anni a contatto col malaffare, dalla Campania di Cutolo al presente non meno fosco, Fierro ha raccontato l’Italia. Quella stanziale e quella agognata dai disperati in esilio verso le coste pugliesi. Il terremoto irpino e quello abruzzese, la politica, i ministri compromessi e la caduta di un sistema abile e svelto nel cancellare la palingenesi e riformarsi indossando fogge nuove di taglio antico. Dalla lezione superba di don Ciotti mutuata da Rosario Livatino: “Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili”, alle parole di Dacia Maraini e dei tanti cacciatori con la divisa, in costante battuta contro indifferenza e silenzio, “Malitalia” accompagna (con una musica adeguata a scandirne la progressiva discesa negli inferi), lo spettatore oltre i lustrini di un’epoca narcotizzata.

Tra i tassi di usura al dieci per cento mensile, “il monolite indissolubile” (sempre Linares) perpetua se stesso. Lega per sempre destini e disperazioni, offre protezione pelosa, minaccia. Non diversamente dall’immortale epopea mafiosa, da Ellis Island a Corleone, perché in fondo, al di là del linguaggio frammentato utilizzato per non farsi intercettare, Calabria, Sicilia e Campania, soffrono di un’affezione dalle ascendenzeprimordiali.Undoloreche non si lava, anche se i figli crescono e le mamme imbiancano.

Di un’ortodossia che legando uomini di malavita e borghesi, nuovi ricchi e apparati della macchina amministrativa, proclama una resa fittizia e intanto continua a fare affari. Sempre più ricchi, sempre più “raffinati”. Nascono nuovi sottoinsiemi e poteri rimodellati, figure venerate dai piccoli boss di provincia, come quella impalpabile del presunto neo capo di “Cosa Nostra”, il trapanese Matteo Messina Denaro, “l’ultimo”, come scritto da un ammirato writer sui muri della città siciliana, e politiche neokeynesiane in cui i soldi devono esserci e fluttuare al riparo da lacci e restrizioni, a prescindere dalla provenienza, senza alcuno scrupolo morale sull’inquinamento complessivo di un sistema drogato alla nascita.

Così, mentre si piange Fortugno e i ragazzi di Locri e dei 42 comuni della zona, impegnati a chiedere una prospettiva diversa, “non vengono fatti lavorare”, gli sforzi e il desiderio di riemergere della parte sana della comunità, somigliano a una “gurfata”. Sbuffi di vento incapaci di far crollare le connivenze. Chi nel potere politico prova a ribellarsi, sa dopo l’omicidio di Francesco il medico, che la regola d’ingaggio è cambiata.

Chi si mette in mezzo muore e forse, nella constatazione laconica, il ritorno al passato è più evidente di qualunque immagine.

 
di Malcom Pagani Il Fatto Quotidiano
20 novembre 2009

Le avete rubato i sogni

Poco più di un anno fa, quando facevo ancora il procuratore della Repubblica, è arrivata nel mio ufficio una ragazzina. Faceva il IV anno di Giurisprudenza e mi ha spiegato che voleva scrivere una tesi sulla lentezza dei processi penali in Italia (cause e possibili soluzioni); e che cercava informazioni sul campo, intervistando magistrati e avvocati. Io l’ho guardata un po’ meglio e ho capito che tutto era meno che una ragazzina. Poi ha tirato fuori un registratore e abbiamo parlato per non so quanto tempo; era così acuta e determinata, così pronta a identificare l’essenziale di ogni problema, che le ore sono volate. E’ andata via ringraziandomi garbatamente. Un anno dopo mi è arrivato un grazioso bigliettino (da ragazzina) su cui era scritto “è solo una tesi …” e una pen drive che la conteneva. Sì, era solo una tesi; molto ben scritta e drammaticamente accurata. Poi l’ho dimenticata: quello che lei aveva scritto lo conoscevo fin troppo bene; e ciò che mi divideva da lei era la meditata sfiducia nelle “possibili soluzioni”, tanto più “impossibili” quanto semplici ed efficaci.

Qualche giorno fa la ragazzina mi ha mandato una e-mail: “Si ricorda ancora di me?”, era l’oggetto. Mi ha raccontato che fa la cameriera in un paese straniero dove cerca di “imparare una lingua che a scuola non ho mai studiato” e dove frequenta un master in materie che “non hanno nulla a che fare con i miei sogni di bambina”. Io lo sapevo quali erano i suoi sogni: voleva fare il magistrato. Mi aveva detto, mentre discutevamo della sua tesi, che voleva servire il suo paese. Adesso, mi ha scritto, non sogna più; adesso ha capito che “non potevo sprecare la mia vita per salvare un paese che non vuole salvare se stesso. Che non avrei potuto passare la vita ad applicare leggi espressione di un Parlamento che non mi rappresenta: che dei delinquenti potessero promulgare leggi che facciano in modo che la giustizia funzioni sarebbe stata un’illusione alla quale nemmeno la grande sognatrice che ero poteva credere”. Così, ha scritto, ha deciso di “scendere”; e se ne è andata. Adesso studia e lavora in un altro paese, lontana dai suoi affetti e dai suoi luoghi. E’ – così si è definita – “una piccola fuoriuscita” che ogni giorno legge, con altri come lei, il Fatto, ingoiando una rabbia che l’essere scesa dalla giostra non ammorbidisce. “Poi – mi ha scritto – ci sono giorni come oggi, quando il professore ti prende in disparte e ti chiede: ‘What the hell is happening in Italy?’. Questi sono i giorni in cui non mi importa di essere una straniera che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo, tutto quello che so èche sono felice di essere scesa”. Adesso non credo che io e molti altri come me potremo dimenticarla; non lei e nemmeno i “piccoli fuoriusciti” suoi amici. E ora che ho finito di raccontare di Paola, vi chiedo: vi rendete conto di cosa avete fatto a una ragazzina?

di Bruno Tinti  Il Fatto Quotidiano

20 novembre 2009

La Santa Mafia di cui nemmeno i tedeschi vogliono sentir parlare

Petra Reski, Santa Mafia, Edizioni Nuovi Mondi, Modena 2009

Tra lei e la mafia -si fa per dire- è stato amore a prima vista. Petra Reski già prima di essere una giornalista era andata a Corleone, una giovane studentessa tedesca con in testa la saga del Padrino. Ma già allora la Sicilia la spiazzò e le si manifestò priva di quel connotato romantico con cui l’aveva coltivata nel suo immaginario; le si rivelò sbiadita e desolata nel suo composto squallore di terra saccheggiata dentro e fuori,  coperta da quella coltre di silenziosa tensione che sovrasta le cose e le persone nei luoghi senza libertà. Da allora è passato molto tempo e Petra, storica inviata per l’Italia del settimanale tedesco Die Zeit, ha imparato a conoscere e riconoscere la mafia siciliana, la ‘ndrangheta, la camorra.

Il suo Santa Mafia è una specie di taccuino degli appunti di un’inviata di guerra, più di 300 pagine a metà tra il reportage e il diario personale. Pubblicato in Italia da Nuovi Mondi, è stato un caso alla sua uscita in Germania, poiché l’autorità giudiziaria tedesca ha preteso la censura di alcune parti del racconto, come evidenziato dalle strisce nere che coprono simbolicamente alcune righe e non rimosse definitivamente per volontà dell’editore italiano. I passaggi che nessuno deve leggere sono quelli in cui si rivelano affari e connivenze tra mafiosi italiani e uomini d’affari tedeschi. I giudici ne hanno imposto l’omissione  su richiesta di alcuni dei personaggi citati nel libro, peraltro già ben segnalati nei documenti giudiziari e nelle informative di polizia. “Ogni volta che passo le dita sopra quegli omissis, mi aspetto che restino macchiate di nero”, confida l’autrice nell’introduzione all’edizione italiana.

Il procuratore nazionale antimafia, Vincenzo Macrì, calabrese, deve aver provato un senso di sollievo dopo aver letto quello che Bartels, viaggiatore amburghese di un paio di secoli fa, scriveva sui suoi compaesani di allora: “I calabresi sono esseri umani come noi”. In debito con i tedeschi per questa promozione nella scala evolutiva e nella convinzione che “i colti viaggiatori stranieri riuscivano a vedere ciò che gli storici italiani ignoravano”, il magistrato si fa carico della prefazione del libro della Reski, la quale “con altrettanta curiosità unita a un’acuta conoscenza di uomini e cose, rinnova l’itinerario dei suoi predecessori”, i viaggiatori stranieri del XIII e XIX secolo. Petra è sulle tracce delle mafie da più di vent’anni e sa che le cosche non sono più quel folklorico fenomeno di alcune arretrate regioni meridionali d’Europa, come viene tuttora immaginato nel resto d’Europa, e che esse invece muovono miliardi di euro, indossano la camicia bianca, studiano nelle migliori università, investono quantità impressionanti di denaro in tutto il continente e hanno la capacità di movimento e di accentramento propria delle holding finanziarie. Lei è stata più volte nei luoghi fisici della ‘ndrangheta, della mafia siciliana e della camorra, osservando, indagando, incontrando e intervistando la gente del posto, i personaggi del malaffare e i loro antagonisti nella lotta per la legalità. La giornalista è testimone, lungo gli anni della sua indagine, della metamorfosi delle cosche in multinazionali di successo, che non risparmiano nessun contesto geografico e sociale. Da tempo -già prima della strage del 2007 a Duisburg, nel nord della Germania, frutto di una faida tra famiglie calabresi- la giornalista aveva denunciato, spesso inascoltata dai connazionali, le infiltrazioni diffuse e gli affari colossali in territorio tedesco del crimine organizzato italiano, alla vorace ricerca di nuovi territori per gli investimenti e per il “lavaggio” del denaro sporco. Dopo Duisburg tutti hanno dovuto svegliarsi, anche i tedeschi, che si pensavano immuni. Infatti la ‘ndrangheta, in una delle sue involuzioni periodiche all’età della pietra, aveva smesso i vestiti buoni ed era tornata al naturale, sparando all’impazzata, minacciando e spaventando persino questa tranquilla cittadina e con essa la Germania tutta. Impossibile non riconoscerla. “Se andiamo avanti così, in pochi anni la ‘ndrangheta si mangia la Germania” aveva detto spesso prima di allora la Reski dalle pagine della sua testata e tutti l’avevano guardata con sarcastico sospetto. Come si guarda chi dice di avere avvistato un UFO atterrare sopra il tetto di casa. Da quella strage di ferragosto 2007 a Duisburg in poi,  Petra la “romantica”  -per anni inutile profetessa in patria, trattata con sufficienza per il presunto allarmismo da esaltata- ad un tratto è stata innalzata sul podio dell’esperta tedesca per eccellenza di criminalità organizzata. Questo non è bastato, però, a fermare la censura.

L’autrice si muove, lungo le pagine, in un percorso a tappe segnato da personaggi e luoghi, in una specie di slalom tra i feudi della mafia e i fortini sempre più assediati dell’anti-mafia, a disegnare un tracciato che parte da Corleone, Palermo, San Luca e porta fino a Duisburg, facendo perno su Roma, sul suo cuore politico, il parlamento e le sedi istituzionali di governo. Se Alemanno, un paio di settimane fa, portando il suo saluto istituzionale da Sindaco della capitale a CONTROMAFIE 09 -una specie di meeting dell’impegno civile, giudiziario e politico contro le cosche e l’illegalità, organizzato da Libera di don Ciotti- si disse sgomento nell’aver appreso al risveglio e dai giornali, appena qualche giorno prima, che i clan erano sbarcati a Roma con i loro affari, Petra lo sapeva già. E lo racconta dettagliatamente, ad esempio nel capitolo dedicato a Dell’Utri e a Berlusconi. Ad Alemanno, ennesimo esempio di beata innocenza dei nostri amministratori, sarebbe bastato dare un’occhiata agli atti d’inchiesta degli svariati processi contro la criminalità organizzata, come ha attentamente fatto Petra, per saperne di più e prima. Dunque, delle due l’una: o una buona maggioranza della nostra classe dirigente è appena sbarcata sulla penisola con provenienza dalla Luna, oppure ha ragione Giancarlo Caselli, attualmente procuratore capo a Torino, quando dice che da parte degli uomini del potere politico non c’è volontà di “far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”.

E se la collusione tra mafie e partiti è uno degli argomenti centrali dell’esplorazione umanamente coinvolta della Reski, il vero piatto forte -ancora largamente evitato o dimenticato dagli intellettuali italiani della coscienza civile contro il malaffare organizzato- è la contiguità tra istituzione religiosa e cosche; suggestivamente evocata dalla “santità” che il titolo attribuisce all’istituzione criminale, questa tacita alleanza tra le realtà mafiose locali e la Chiesa, dalla cui bocca ufficiale -come lo stesso don Ciotti ripete spesso- non sono venute ancora parole abbastanza chiare contro i boss, riguarda più i livelli di base, come parroci, curie locali, confraternite e fedeli, più che i piani alti delle gerarchie, le quali non hanno comunque mai messo mano ad un documento ufficiale di condanna del fenomeno mafioso. Spiegava Petra, in un’intervista rilasciatami a ottobre, che in un paese dove l’istituzione religiosa è così radicata, potente e pervasiva, una realtà come la mafia non potrebbe sussistere senza il suo appoggio, diretto o silenzioso.

Se suona credibile che “la mafia vuole essere invisibile, vuole essere parte della società”, allora quella di Petra con il suo libro è una pubblicità non richiesta dalle cosche che può violare il silenzio monacale che i boss, quasi sempre latitanti e spesso autoreclusi a vita nei loro scantinati e rifugi segreti, impongono a sé e al mondo circostante; quelle pagine vorrebbero fare breccia nell’impaurità omertà di tutti i cittadini vicini al fenomeno e incunearsi nella colpevole indifferenza dei geograficamente, ma non antropologicamente, lontani dalla cultura mafiosa. Poiché, scopre la Reski, la mafia “ha sempre puntato sul rifiuto degli italiani nei confronti dello stato” ed è, quindi, più forte e performante laddove è sostrato culturale di un intero popolo, nessuno escluso, neppure i romani e i lombardi. Perché essa è interiorizzata dentro di noi, irradiata dai nostri stili di vita. Il quotidiano è il campo di battaglia su cui combattere. L’unico da cui cominciare se si vuole provare a vincere.

di Giampaolo Paticchio www.gennarocarotenuto.it

 

19 novembre 2009

Le illusioni di voler coniugare il massimo possibile di flessibilità delle strutture produttive con il massimo possibile di sicurezza dei lavoratori nel mercato del lavoro (flexsecurity).

L’Italia è, al tempo stesso, il Paese che – in Europa – ha dato maggiore impulso alle politiche di precarizzazione del lavoro e minore sicurezza a chi perde lavoro. Sul piano normativo, è opportuno ricordare che il nostro ordinamento prevede, in caso di licenziamento, il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria o strutturale (a seconda che si tratti di difficoltà aziendali di natura congiunturale o strutturale) e il ricorso alla mobilità nei casi di difficoltà aziendali irreversibili. L’ammontare del sussidio è stabilito in fase di programmazione economica ed è quantificato nella Legge Finanziaria. Vi è poi la possibilità di accedere all’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti per i lavoratori in stato di disoccupazione involontaria, con almeno due anni di assicurazione, che abbiano prestato almeno 78 giornate di lavoro con regolare contribuzione. Nel suo ultimo rapporto, l’OCSE, prevedendo il rischio di una disoccupazione a due cifre in Italia nel 2010, certifica che, al momento, i lavoratori più colpiti dalla crisi sono i giovani e i precari: in un anno l’Italia ha perso 261.000 posti di lavoro temporanei o con contratti atipici (inclusi i collaboratori coordinati e continuativi e occasionali). Il tasso di disoccupazione della fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni è cresciuto di 5 punti percentuali in Italia nell’ultimo anno ed è ora pari al 26,3%. Vi è quindi, a maggior ragione nel contesto recessivo attuale, la necessità e l’urgenza almeno di garantire un reddito di sussistenza alle fasce più deboli della forza-lavoro, espulse dal processo produttivo.

A fronte delle riserve del Governo motivate dalla scarsità di risorse dalle quali attingere, si registra – nel corso degli ultimi mesi – un sostegno deciso da parte di autorevoli economisti e giuslavoristi di orientamento liberista (nonché dall’Unione europea) a politiche che – ispirate all’esperienza danese della flexsecurity – coniughino la flessibilità contrattuale con una presunta ‘sicurezza’ da offrire ai lavoratori nel caso in cui vengano licenziati, secondo un modello noto come flexsecurity[1]. Va detto che, sul fronte liberista, si tratta di una svolta piuttosto significativa rispetto agli orientamenti dominanti nei primi anni Duemila; svolta che può essere spiegata in due modi. Si può ritenere, in primo luogo, che si sia preso atto del fallimento delle politiche di flessibilità del lavoro avviate, in Italia, dalla metà degli anni novanta – con il “Pacchetto Treu” – e che hanno subito una significativa accelerazione con la legge 30/3003 (la cosiddetta Legge Biagi). In effetti, vi è ampia evidenza empirica del fatto che, laddove i lavoratori sono meno protetti, sono minori i salari e, di norma, è minore l’occupazione[2]. In secondo luogo, è possibile che il cambiamento di vedute non sia motivato dalla constatazione del fatto che quelle politiche non hanno generato gli effetti voluti, ma da considerazioni che attengono o all’impopolarità crescente delle politiche di precarizzazione del lavoro o direttamente all’attuale fase congiunturale. In altri termini, appare ragionevole ritenere che coloro che oggi spingono il Governo verso l’attuazione di politiche di flexsecurity – intellettuali comunque di orientamento neoliberista – si siano convinti che il principale problema delle imprese italiane nella crisi attuale è un problema di sbocchi e che, dunque, occorre in qualche modo provare a sostenere la domanda interna. In prima approssimazione, sembrerebbe trattarsi di una politica che avvantaggia sia le imprese, sia i lavoratori.

Si può ritenere, infatti, che l’erogazione di sussidi, accrescendo la domanda aggregata, per il tramite dei consumi, aumenti la produzione e, per questa via, accresca la disponibilità di beni a favore dei lavoratori, occupati e disoccupati. Va, tuttavia, segnalato il rischio che questo effetto non si verifichi, e che la logica che ne è a fondamento sia ribaltata, in contesti nei quali le imprese hanno la possibilità di decidere autonomamente quanto e cosa produrre, indipendentemente dall’andamento della domanda[3]. In una condizione di ‘sovranità del produttore’[4], le imprese hanno potere di fissazione dei prezzi, e i prezzi vengono determinati aggiungendo un margine di profitto considerato normale ai costi di produzione. L’entità del margine di profitto dipende dal grado di concentrazione industriale e, dunque, è tanto maggiore quanto meno i mercati hanno una configurazione concorrenziale[5]. In tali circostanze, l’erogazione di sussidi in moneta rischia di generare effetti perversi, per le seguenti ragioni. I sussidi, accrescendo il valore monetario della domanda globale, accrescono i profitti e, di conseguenza, i margini di profitto. L’aumento dei margini di profitto – a parità di costi di produzione – si traduce in più alti prezzi di vendita dei beni e servizi, con la conseguenza che non solo il reddito reale dei disoccupati subisce una decurtazione derivante dal potenziale aumento del tasso di inflazione, ma gli stessi lavoratori occupati possono veder ridursi i loro salari reali. L’Eurostat certifica, a riguardo, che – nel confronto fra Italia e Danimarca – pure a fronte della più alta spesa pubblica nel mercato del lavoro nel Paese scandinavo nel corso dell’ultimo decennio fra i Paese europei (il 2.6% del PIL a fronte dello 0.6 italiano nel 2007), non si sono registrate significative differenze nell’andamento della quota del reddito da lavoro dipendente sul PIL (il labour share), che ha fatto registrare un modesto aumento dello 0.01% in Danimarca[6]. A ciò va aggiunto che le pressioni inflazionistiche derivanti dall’erogazione monetaria di sussidi possono essere di entità diversa in ragione delle forme di mercato prevalenti nelle diverse aree geografiche e nei diversi settori produttivi. In particolare, e con riferimento al dualismo italiano, poiché le imprese meridionali operano in mercati più prossimi alla concorrenza rispetto alle imprese del Nord, vi è motivo di attendersi che un’estensione generalizzata degli ammortizzatori sociali accresca i prezzi dei prodotti del Nord più di quanto li accresca nel Mezzogiorno. Da ciò segue che i consumatori meridionali si troveranno ad acquistare beni dal Nord a prezzi più alti rispetto ai prezzi che le imprese meridionali potranno praticare, in ciò accentuando il dualismo territoriale[7]. Vi è di più. Se si ammette che l’erogazione di sussidi possa generare effetti inflazionistici, per l’aumento dei margini di profitto, il conflitto distributivo che può seguirne non attiene soltanto al danno generato ai percettori di redditi fissi, ma anche al sistema bancario, dal momento che i tassi di interesse in termini reali risulteranno anch’essi ridotti. Da ciò può seguirne un’ulteriore contrazione del credito, imputabile alla riduzione dei profitti bancari, e, dunque, un’ulteriore compressione della produzione, dell’occupazione e dei salari, configurando un circolo vizioso dal quale possono ottenere al più benefici di breve periodo le sole imprese, e in particolare le imprese di più grandi dimensioni che operano in mercati oligopolistici.

L’effetto ridistribuivo dei sussidi può essere controbilanciato o attenuato da un meccanismo collaterale. Gli economisti, quantomeno quelli poco attenti alla Storia della propria disciplina, hanno dedicato ben poca attenzione sugli effetti che le politiche fiscali espansive esercitano sulla produttività. E’ ben noto, da Adam Smith in poi, che la produttività del lavoro dipende in modo cruciale dalla divisione del lavoro all’interno dell’impresa, e che la divisione del lavoro è tanto più accentuata quanto maggiore è la domanda. La ratio di questa tesi sta nella convinzione secondo la quale l’aumento della domanda incentiva le imprese ad accrescere la produzione. Ciò può tradursi in un aumento dell’occupazione e/o in una maggiore specializzazione dei lavoratori occupati, la quale – a sua volta – si ottiene mediante una più accentuata frammentazione delle mansioni. Il nesso individuato da Smith presuppone che vi sia una tendenza spontanea, in economie di mercato deregolamentate, a mantenere elevata la domanda o a determinarne la costante crescita. Se ciò può riflettere il contesto storico nel quale l’economista scozzese elaborava queste tesi, rinviando l’aumento della domanda all’urbanizzazione e al miglioramento dei sistemi di trasporto (fenomeni tipici della prima rivoluzione industriale e della ‘nascita’ del capitalismo), è meno ragionevole ritenere che il capitalismo contemporaneo disponga di meccanismi endogeni tali da produrre spontaneamente incrementi di domanda. Ciò accade per due ragioni. In primo luogo, nessuna impresa ha convenienza ad accrescere i salari, essendo il salario, per la singola impresa, solo un costo di produzione. E tuttavia, per l’economia nel suo complesso, la compressione dei salari genera compressione dei consumi, della domanda aggregata e dell’occupazione. In secondo luogo, poiché gli investimenti – anch’essi componenti della domanda – dipendono in modo rilevante dalle aspettative imprenditoriali, non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri una crescita permanente degli investimenti. Nella congiuntura attuale, è semmai vero che – data l’elevata incertezza – i progetti di investimento tendono a essere posticipati o non realizzati e che i salari, anche per effetto delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, tendono a ridursi.

Seguendo una prospettiva keynesiana, per l’obiettivo di tenere alta la domanda e l’occupazione, è necessaria una politica fiscale espansiva, sotto forma di maggiore spesa pubblica e/o di minore tassazione, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi bassi. L’aumento della spesa pubblica, alla luce di quanto si è detto, può avere significativi effetti di accelerazione della produttività del lavoro. Poiché, infatti, le variazioni di quest’ultima sono in ultima istanza determinate dalle variazioni della domanda, l’aumento della spesa pubblica – nella misura in cui accresce la domanda aggregata – stimola le imprese ad accrescere la produzione oltre che attraverso maggiore occupazione, anche mediante la maggiore specializzazione del lavoro e, dunque, mediante una più accentuata divisione dello stesso.  Va tuttavia sottolineato che questo meccanismo può agire sotto la condizione che le imprese possano accrescere il grado di divisione tecnica del lavoro, e ciò è possibile, di norma, quando le dimensioni aziendali sono sufficientemente grandi. Non è questo il caso italiano e, dunque, vi è motivo di ritenere che l’aumento della produttività, conseguente all’aumento della spesa pubblica, non riesca a controbilanciare l’aumento dei margini di profitto e, dunque, che i programmi di flexsecurity siano destinati a ridistribuire reddito a danno del lavoro dipendente.

Stando così le cose, è legittimo chiedersi se non sia più efficace una politica che sia indirizzata alla fornitura diretta di beni e servizi ai lavoratori, con assetti proprietari pubblici, e dunque con tariffe minime o con accesso gratuito. Evidentemente un indirizzo di questo tipo implica anche maggiore occupazione nei settori che producono beni pubblici, dando luogo a una condizione nella quale è lo Stato a svolgere la funzione di employer of last resort. Ed è qui che si può rintracciare l’aspetto sottaciuto dei programmi di flexsecurity. Propagandate come misure di protezione delle fasce deboli, e in particolare dei precari che perdono il posto di lavoro, esse assomigliano piuttosto a tentativi surrettizi di mantenere alta la domanda, chiedendo allo Stato di farsene carico, in una condizione nella quale ciò rischia di tradursi in un impoverimento dei medesimi soggetti che quei programmi dichiarano di voler tutelare.

 

di Guglielmo Forges Davanzati economiaepolitica.it

 

[1] Va ricordato che in Danimarca sussistono contestualmente i più bassi costi di licenziamento e il più generoso sistema di assistenza ai disoccupati. Questi ultimi ricevono dallo Stato circa il 90% della media dello stipendio delle ultime 12 settimane. A tali benefici si ha diritto per un massimo di quattro anni e vengono forniti anche quando il lavoratore è prossimo al pensionamento. Il requisito per percepire i benefici consiste nell’aver prestato lavoro per cinquantadue settimane nei tre anni precedenti; inoltre, per accedervi, i disoccupati danesi devono frequentare programmi di formazione e devono accettare qualsiasi condizione lavorativa offerta dai centri per l’impiego. Il diritto all’indennità viene perso nel momento in cui si rifiuta una qualunque offerta di posto di lavoro. Si ritiene che questo modello di relazioni industriali sia la principale causa del fatto che la Danimarca registra un tasso di disoccupazione pari al 5,4%, il più basso d’Europa
[2] Per un approfondimento di questi aspetti si rinvia al mio contributo La precarietà come freno alla crescita su questa rivista.
[3] Lo schema teorico che è a fondamento delle argomentazioni che seguono è derivato dalle opere di  Kalecki, dove si delinea un modello macroeconomico nel quale i) le imprese decidono autonomamente l’ammontare degli investimenti, assunti esogeni, in relazione agli ‘animal spirits’ imprenditoriali, ii) si determina, conseguentemente, l’ammontare della domanda e iii) le imprese fissano il livello dei prezzi che consente loro di ottenere un margine di profitto ‘normale’. Da ciò segue che ogni iniezione ‘esterna’ di liquidità (ed è il caso qui trattato) si risolve in un aumento dei profitti monetari. Sul tema si rinvia a M. Kalecki, Selected essays on the dynamics of the capitalist system. Cambridge, Cambridge University Press, 1971.
[4] Intendendo con questa espressione l’esatto contrario del postulato neoclassico della ‘sovranità del consumatore’, quest’ultimo riferito alla convinzione secondo la quale sono le preferenze (esogene) dei consumatori a orientare le scelte delle imprese in ordine alla scala e alla composizione merceologica della produzione.
[5] Per una trattazione divulgativa del modo in cui si determina il mark-up (ovvero il ricarico del saggio di profitto sui costi di produzione), si rinvia a M.Lavoie, Introduction to Post-Keynesian Economics, New York, Palgrave, 2006, pp.44-53.
[6] Si veda http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication15147_en.pdf.
[7] Su questi aspetti, si rinvia al mio contributo su questa rivista L’unità nazionale e le gabbie salariali e alle considerazioni svolte, nella stessa sede, da Rosario Patalano e Riccardo Realfonzo (Salari meridionali in gabbia).

 

Per saperne di più:

http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=233

http://www.pietroichino.it/?p=3725

http://www.pietroichino.it/?p=1079

Pietro Ichino

19 novembre 2009

“Un abbraccio all’amico Nicola”

Sugli ottimi rapporti fra Salvatore Capacchione, fratello della giornalista del Mattino Rosaria, e il sottosegretario Cosentino (sopra con Berlusconi e sotto a destra), sotto accusa per concorso esterno in associazione camorristica, ecco l’articolo pubblicato in esclusiva sulla Voce di novembre.

Qual era, quella fatidica serata del 26 aprile 2009, nel locale di Casoria dove si festeggiava il compleanno di Noemi Letizia, il terzo “argomento” del quale era stato chiamato a discutere il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi? Pur dopo mesi di polveroni mediatici, l’assoluto silenzio – ne’ una lettera, un fax e nemmeno una mail di smentita – seguito alle rivelazioni di giugno della Voce (riprese poi dall’Unita’ e da Micromega), sui reali motivi di quella strana “discesa di Casoria”, suona ormai come una definitiva conferma. Berlusconi fu costretto ad andare “a trattare” con quella parte del suo elettorato campano che non ragiona con le chiacchiere. E che non bisogna assolutamente “fare arrabbiare”.
Tre, secondo alcune attendibili ricostruzioni, i piatti forti di quella sera. In primis, la conferma dell’appoggio incondizionato a Luigi Cesaro (sotto al centro), il candidato del Pdl alla Provincia di Napoli che si accingeva a vincere le elezioni del 7 giugno, benche’ cominciasse a trapelare la notizia delle indagini della Dda a suo carico scaturite dalle pesanti rivelazioni di un pentito del settore rifiuti del calibro di Gaetano Vassallo.
Secondo punto doveva essere quel “maledetto” inceneritore di Acerra: da poco entrato in funzione, avrebbe sottratto alle “imprese” finora sul campo (con gli effetti che abbiamo avuto tutti sotto gli occhi) business da centinaia di milioni di euro l’anno.
Sia detto per inciso: inaugurato in pompa magna il 25 marzo personalmente da Berlusconi, l’impianto da allora funziona con una sola linea su 3 e fino al 31 agosto aveva inghiottito in tutto appena 1.290 tonnellate di rifiuti, contro le 2.000 al giorno previste.
Terza, non meno scottante questione, le nomination per la corsa al vertice della Regione. Con una serie di scalmanati “fan” gia’ in pista per sostenere le sorti di Nicola Cosentino. Un candidato, anche lui come l’amico Cesaro, al centro delle rivelazioni di pentiti e indagato dall’antimafia partenopea, oltre che imparentato con un uomo dei clan. Tutti dettagli che non avevano impedito al premier di insediare Cosentino nella posizione chiave di sottosegretario all’Economia. Vuoi vedere che possano causargli qualche mal di pancia proprio ora, che sono in gioco le sorti della Campania?
Tra i piu’ fedeli ed antichi supporter del sottosegretario c’e’ lui, Salvatore Capacchione. E della circostanza si trovano tracce anche nell’ambito del processo in corso all’undicesima sezione penale del Tribunale di Napoli (vedi l’inchiesta "Sistema Fallimentare"). Piu’ volte Capacchione parla al telefono dell’amico Nicola con un avvocato di sua fiducia, Roberto Landolfi (co-imputato con Capacchione e definito dagli investigatori come personaggio «direttamente coinvolto nelle prassi corruttive per far conseguire al sodalizio indebiti vantaggi»). A proposito del business immobiliare nella zona di Ponticelli, al centro delle accuse nelle aule di dibattimento, Landolfi riferisce a Capacchione che «Nicola non vuole essere lasciato fuori dall’affare, chiede un ritorno in termini di posti di lavoro».
Qualche nuvola sembra profilarsi all’orizzonte quando Landolfi riceve una telefonata e ne racconta il contenuto a Capacchione. A chiamarlo era stato Pasquale Vitale, un burocrate di Via XX settembre, il quale gli aveva riferito che «Nicola e’ contrariato per un articolo scritto da tua sorella Rosaria».
Resta solido, comunque, il legame fra i tre. Ne fa fede un’altra telefonata in cui Salvatore chiede a Landolfi un appuntamento con Cosentino «per un abbraccio». «La prossima settimana – lo rassicura l’amico avvocato – ti prometto che andiamo tutti e tre a mangiarci una cosa insieme».

di Furio Lo Forte lavocedellevoci.it
18 novembre 2009

Un regalo del governo alle mafie

 

Il governo fa cassa con i beni confiscati alla mafia. Un emendamento alla Finanziaria prevede che possano essere venduti gli immobili di cui non sia effettuata la destinazione entro i novanta giorni imposti dalla legge. Ma complessità delle procedure e carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione rendono molto difficile rispettare questi termini. Dunque, la norma abolisce di fatto l’uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, rischia di restituirli alle organizzazioni criminali, già pronte a riacquistarli dallo Stato.

 

La settimana scorsa il Senato ha approvato un emendamento alla Finanziaria che consente la vendita dei beni confiscati alle mafie. Don Ciotti ha subito lanciato un appello a tutte le forze politiche perché la proposta, “che rischia di tradursi in un ulteriore regalo alle mafie, venga abolita nel passaggio alla Camera”.

IMPOVERIRE LE MAFIE ATTRAVERSO LA CONFISCA

Impoverire le mafie attraverso la confisca dei loro patrimoni è una strategia che aveva già capito bene più di venti anni fa, Pio La Torre, parlamentare ucciso a Palermo nel 1982. Non a caso, la legge che introduce la confisca dei beni mafiosi porta il suo nome, insieme a quello dell’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni. (1)
Successivamente, le norme introdotte nel 1996, con la legge 109 di iniziativa popolare, sostenuta dalla raccolta di oltre un milione di firme, e nel 2007 con la Finanziaria, prevedono la destinazione a finalità istituzionali o sociali dei beni confiscati.
L’utilizzo a fini sociali di tali patrimoni ha un valore rilevante e insostituibile: in primo luogo di riaffermazione dell’autorità dello Stato, che restituisce alle comunità locali i beni illecitamente sottratti dalle organizzazioni criminali. E in secondo luogo di promozione di iniziative sociali (educative, culturali, di lotta all’emarginazione, di sostegno alla legalità, eccetera) volte a ricostruire parte di quel tessuto sociale depauperato
dalla criminalità.

 

CHE COSA PREVEDONO LE NORME IN VIGORE

La legge attuale prevede che i beni e le aziende dei quali sia stata accertata la proprietà da parte di soggetti appartenenti a organizzazioni mafiose vengano confiscati, cioè sottratti definitivamente ai proprietari, e possano essere destinati a finalità di carattere sociale.
Ciò si realizza attraverso l’assegnazione dei beni immobili confiscati a comuni, province, regioni, associazioni di volontariato, cooperative sociali, e cos via per realizzare scuole, comunità di recupero, case per anziani, centri per rifugiati politici, e altro ancora. Frequenti sono anche i casi di terreni destinati a cooperative sociali di giovani, che hanno così modo di avviare una attività lavorativa, di produzione di prodotti agricoli, in territori dove la prossimità fra disoccupazione e criminalità è fattore di rischio per le giovani generazioni.
I beni mobili e le aziende confiscate vengono per lo più trasformati in denaro contante e il ricavato viene versato nel
Fondo unico per la giustizia.

Beni confiscati - beni immobili

CHE COSA È STATO FATTO FINO AD OGGI

Grazie all’attività del commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alla mafia, reintrodotto dal governo Prodi nel 2007 dopo che il governo Berlusconi l’aveva soppresso nel 2003, è possibile oggi avere un quadro sufficientemente chiaro delle dimensioni del fenomeno. I dati sono aggiornati al 30 giugno 2009.
Il valore economico dei beni confiscati è molto elevato. Complessivamente, si stima che siano stati destinati beni per un valore di 725 milioni di euro, di cui ben 225 negli ultimi diciotto mesi, grazie all’attività del commissario straordinario, e solo 500 nei dodici anni precedenti.
I beni immobili confiscati sono 8.933, di cui ben 46 per cento in Sicilia, 15 per cento in Campania e 15 per cento in Calabria. Di tutti i beni immobili confiscati, il 60 per cento ha già trovato una destinazione: la maggior parte è stata consegnata agli enti locali per finalità sociali, il restante è stato mantenuto allo Stato per fini istituzionali.
Le aziende confiscate alla criminalità sono 1.185, di cui 38 per cento in Sicilia, 19 per cento in Campania e 14 per cento in Lombardia. Operano principalmente nel settore delle costruzioni, della ristorazione e del turismo. Di tutte le aziende confiscate, solo il 33 per cento ha trovato una destinazione: attraverso la vendita o l’affitto e, più frequentemente, attraverso la liquidazione (una azienda su tre risulta infatti già in liquidazione prima della confisca definitiva).
I dati indicano la difficoltà a procedere alladestinazione dei beni confiscati, difficoltà particolarmente rilevanti fino al 2007, mentre in epoca successiva l’azione di coordinamento del commissario straordinario di governo ha notevolmente accelerato laconsegna agli enti locali degli immobili confiscati (vedi grafico).I problemi sono, ancora oggi, legati alla complessità delle procedure(per esempio, inagibilità, ipoteche o procedure giudiziarie in corso, occupazioni, contenziosi causati dalle impugnazioni delle ordinanze di sgombero) e alla carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione dei beni. Al superamento di tali ostacoli dovrebbero in primo luogo essere orientate
le azioni del governo. Ma l’emendamento va nella direzione opposta.

 

LA NORMA INSERITA IN FINANZIARIA

L’emendamento appena approvato dal Senato prevede che possano essere venduti i beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione entro i termini previsti dalla legge, cioè entro novanta giorni dalla proposta dell’Agenzia del demanio, che possono diventare centottanta in casi particolarmente complessi.
Viste le difficoltà a portare a termine le procedure di destinazione, la norma abolisce di fatto l’uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, la prevista vendita rischia di favorire la restituzione del patrimonio “alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’
influenza dei clan”.
In sintesi, l’emendamento ignora, anzi penalizza, gli sforzi messi in atto negli ultimi anni per accelerare l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati e apre la strada alla vendita alle organizzazioni criminali dei beni a loro sottratti.

di Nerina Dirindin Lavoce.info

(1) La legge 13 settembre 1982, cosiddetta Rognoni–La Torre, integrando la legge 31 maggio 1965 n. 575 “Disposizioni contro la mafia”, introduce accanto alle misure di prevenzione di carattere personale quelle di carattere patrimoniale del sequestro e della confisca dei beni.

Per saperne di più:

http://www.camera.it/_bicamerali/leg15/commbicantimafia/documentazionetematica/24/schedabase.asp

http://www.beniconfiscati.gov.it/dati-sui-beni-confiscati/dati-e-statistiche/andamento-destinazioni.aspx

http://www.iloveagrigento.it/beni-confiscati-alla-mafia-e-utilizzati-a-fini-sociali/

 

Beni confiscati - finalità sociali

Beni confiscati - fini sociali

18 novembre 2009

L’emergenza infinita (e mai finita) dei rifiuti in Campania

E sui rifiuti è sempre emergenza

Il sottoufficiale in mimetica e anfibi sorseggia il suo caffè mentre parla al telefonino: “Ti manderò tutti i documenti entro il 31 dicembre perché poi chiudiamo, passiamo le consegne”. Poi posa la tazzina vuota sul bancone del Gambrinus, storico bar che affaccia su piazza del plebiscito, e torna a Palazzo Salerno, sede del Commissariato Rifiuti. Per lui come per gli altri 2 mila militari impegnati a Napoli nella ‘missione munnezza’ è già iniziato il conto alla rovescia. La fine dello stato di emergenza resta fissato per legge al 31 dicembre 2009, anche se una nuova crisi è alle porte. I primi segnali ci sono stati due settimane fa: a San Giorgio a Cremano, a Quarto, e in tutti i comuni ‘sentinelle’ negli anni passati della catastrofe, la raccolta della spazzatura si è fermata per alcuni giorni. Da un lato la protesta degli addetti ai lavori, dall’altro problemi nello smaltimento in discarica.

Per le strade si sono rivisti ovunque cumuli di sacchetti colorati, anteprima del remake del film sulla spazzatura campana campione di ascolti due anni fa su tutte le tv del mondo. Eppure, il primo ad avere già pronti gli scatoloni per il trasloco è proprio Guido Bertolaso, fiaccato dalle tensioni e dalle inchieste giudiziarie, pronto a lasciare nonostante dopo 18 mesi il governo Berlusconi sia in deciso ritardo nella sua road-map. “Liberare le strade dai rifiuti, allestire le discariche, costruire i termovalorizzatori e avviare la raccolta differenziata” era il piano sulla carta a giugno 2008. Ma l’unica vera missione fino a oggi è stata quella di individuare buche dove infilare la monnezza napoletana. La differenziata resta insufficiente e l’inceneritore di Acerra è ancora fermo. L’unica cosa ad andare in fumo sono le risorse: l’intera gestione costa oltre 2 milioni di euro al giorno. Tutto a carico dei cittadini campani, che già ora pagano la tassa di smaltimento più cara d’Italia. Per un servizio che continua ad essere inadeguato.

Promessa delusa

“Questo pulsante è l’esempio pratico del cambiamento della situazione” (foto sopra), pontificò il premier il 26 marzo mentre con il pollice destro azionava l’inceneritore di Acerra (foto sotto). Ma dopo otto mesi sono stati incenerite solo 1.900 tonnellate di rifiuti, quante ne dovrebbero essere distrutte ogni giorno. Perché, così com’è, l’impianto è una bomba ecologica. Altro che ‘termovalorizzatore’. Così , da settimane il ‘mostro’ non brucia rifiuti e non produce energia: è spento. Ogni giorno, operai specializzati lavorano a ritmo serrato per mettere a punto turbine, filtri e miniere: “Finiremo presto anche perché poi dovremo iniziare subito i lavori a Santa Maria la Fossa”, dice uno di loro. Così, quello che per il pentito Gaetano Vassallo è l’impianto dei casalesi, sarà il prossimo inceneritore a essere costruito in Campania. Un azzardo. Ma l’imperativo è quello di avviare subito i cantieri, costi quel che costi.

Il ciclo non funziona

Senza inceneritori e con una differenziata ancora al di sotto del 15 per cento, la metà dei rifiuti finisce in discarica. Il resto, destinato ad Acerra, continua a essere stipato nei centri di stoccaggio. Così, solo nel 2009, oltre 700mila tonnellate di rifiuti sono stati ‘parcheggiati’ fuori discarica: triturati, compressi e avvolti nel cellophane. Altre 500 mila ‘balle’ che si aggiungono alle 4 milioni e 200 mila censite nella relazione 2008 di Bertolaso al Parlamento. Tutto questo mentre le discariche previste continuano  a fagocitare senza sosta scarti indifferenziati. Ma basta un incidente, un piccolo intoppo, e la rete mostra i suoi limiti. Così, quando per una frana si è dovuto interrompere per quasi due settimane lo sversamento a Chiaiano, i rifiuti di Napoli sono finiti tutti a Terzigno, in un mega invaso costruito in pieno parco naturale a poche centinaia di metri al cratere del Vesuvio e circondato dai vitigni del Lacrima Christi, uno dei migliori vini campani. Un nuovo triste primato per la regione delle deroghe infinite, dove è possibile smaltire in discarica anche rifiuti speciali. Quel che non è ancora consentito è che una discarica istituzionale sia abusiva. Per questo si nasconde il fatto che una parte dell’impianto di Chiaiano ricade, pur non essendo autorizzato, nel Comune di Marano. Così com’è andrebbe sequestrato. Sul funzionamento di questa struttura Berlusconi ci aveva messo la faccia: “Lo Stato tornerà a essere Stato”.  Seguirono gli scontri e la militarizzazione. Nell’estate 2008, mentre a buste ancora chiuse già circolava il nome della ditta che avrebbe gestito l’impianto, i carabinieri segnalavano il rischio di infiltrazioni della camorra dei Nuvoletta e dei Mallardo, nuovi pretendenti al banchetto dei rifiuti. Un allarme mai tramontato. Ad agosto 2009, intanto, i comitati di cittadini hanno denunciato la presenza di un camion con rifiuti radioattivi. “Lo hanno individuato i militari, la situazione è sotto controllo”, aveva minimizzato il Commissariato. Ma dopo tre mesi l’autocompattatore  col carico radioattivo è ancora l’ e da qualche giorno è affiancato da un altro mezzo di sospetto.

Dove comandano i clan

In principio fu Ferrandelle, una discarica in verticale nel territorio dominato dai casalesi: doveva essere un sito provvisorio ma il Governo Berlusconi trasformò per decreto quelle montagne di sacchetti in una discarica. Per mesi le ruspe hanno continuato ad ammassare spazzatura mentre il percolato inondava i campi circostanti, dove ancora oggi pascolano le bufale e vengono coltivati ortaggi. Diciotto mesi dopo, Ferrandelle ha chiuso: a quota 500 mila tonnellate secondo il Commissario, un milione per Legambiente  Campania. Ora tutto verrà trasferito nel nuovo sito di San Tammaro, a poca distanza e nello stesso feudo criminale, dove sorgerà  anche un impianto per il trattamento della frazione umida. Ma prima ci sarà da spostare 18 mila balle lì nell’ultimo anno e destinate ad Acerra. A chiudere il triangolo  industriali a Gomorra sarà l’inceneritore di Santa Maria la Fossa, già circondata da altre discariche ormai sature.

Primavera di fuoco

Se l’impianto di Acerra cominciasse a funzionare a ‘pieno regime’, le discariche previste garantirebbero autonomia per due anni al massimo. Ma l’unica cosa certa è che per allora non sarà pronto nessuno dei nuovi inceneritori previsti, per ognuno dei quali servono almeno 40 mesi di lavoro ininterrotto e senza intoppi. Così, nell’autunno 2011 la Campania piomberà in un’emergenza senza precedenti, perché sarà davvero complicato trovare gli spazi disponibili, tappeti sotto i quali continuare a nascondere la spazzatura. Per allora la responsabilità sarà nelle mani dei presidenti di provincia, che già dal prossimo primo gennaio dovranno gestire l’intero ciclo rifiuti attraverso apposite società. Finora solo Caserta ha già varato la struttura. A Napoli, Salerno, Avellino e Benevento tutto è ancora fermo o quasi. Perché nessuno è disposto a gestire la partita più delicata: l’assunzione degli oltre 12mila dipendenti di consorzi, impianti e società comunali. Un esercito di lavoratori, con un costo che supera i 40 milioni al mese, pronto a scendere in piazza. Preoccupato dai ritardi, Bassolino ha chiesto a palazzo Chigi una proroga di sei mesi prima del passaggio alla gestione ordinaria: il rischio di una campagna elettorale per le regionali con le strade invase dai rifiuti e dalle proteste. In quella che sarà, per Napoli e la Campania, una primavera di fuoco. Su tutti i fronti.

di Claudio Pappaianni L’espresso

Chi di monnezza ferisce…

La nemesi di Silvio Berlusconi si chiama monnezza. Non bastassero Veronica e i processi, la D’Addario e Fini, per non parlare di Ghedini che gli sta apparecchiando un’altra legge incostituzionale, una marea di spazzatura sta tracimando su Palazzo Grazioli proveniente dalla solita Campania e, adesso, anche da Palermo. Qui ben 65 comuni della cintura sono invasi dalla spazzatura e prendersela con la pesante eredità della sinistra appare arduo anche per un bugiardo come lui, visto che della sinistra in Sicilia si sono perse le tracce dai tempi di Francesco Crispi. È il tramonto improvviso, fragoroso e maleodorante del Miracolo berlusconiano. Solo un anno e mezzo fa il cavaliere galoppava trionfante sulla Campania ridotta a immensa discarica a cielo aperto da vent’anni di malgoverno e di truffe miliardarie (in euro) bipartisan, al grido di battaglia: “Ghe pensi mi”. Soltanto qualche mese fa tutti i telegiornali e la stampa governativa (cioè quasi tutta) cantavano le gesta del Presidente Taumaturgo che sanava a una a una le piaghe del Malpaese con la sola imposizione delle mani. L’ultimo turiferario è stato Piero Ostellino che poveretto, vivendo all’estero, è sempre un po’ in ritardo: ancora il 5 novembre, sulla prima pagina del Corriere della Sera , incensava “il governo che ha gestito bene le ‘emergenze’, la spazzatura in Campania, il terremoto in Abruzzo”. È una fortuna per lui che vive all’estero: dovesse mai transitare per l’Abruzzo o la Campania, glielo farebbero vedere le popolazioni locali come il governo risolve. Decine di migliaia di sfollati nelle tende-freezer in Abruzzo e, quanto alla Campania, la raccolta della spazzatura ha ricominciato a fermarsi a San Giorgio a Cremano, a Quarto e in tutti i comuni-sentinella della penultima catastrofe, come documenta Claudio Pappaianni sull’ultimo Espresso (articolo precedente in questa pagina, ndr). Con tanti saluti agli annunci del finto-efficiente Bertolaso, che aveva fissato la fine dell’emergenza al 31 dicembre 2009 con uno strepitoso piano a base di discariche a go-go, termovalorizzatori (cinque!) e raccolta differenziata. Risultato: un solo inceneritore, sempre il solito, quello di Acerra, ancora in fase di collaudo, senza bollino blu, con emissioni venefiche fuori norma; e due discariche in provincia di Avellino e di Benevento. Cioè i tre impianti messi in piedi dal piano Di Gennaro del governo Prodi che non fece in tempo a inaugurarli grazie al ribaltone di Mastella&C. Differenziata al palo, nessuna traccia del ciclo integrato dei rifiuti, nemmeno l’ombra del compostaggio e le eco balle (4.700.000) sempre lì, a piramide, eterno monumento alla politica parolaia e camorrista. Intanto per le strade tornano ad accumularsi sacchi di rifiuti dappertutto, mentre ai cittadini campani il cosiddetto servizio di smaltimento costa 2 milioni di euro al giorno più la Tarsu più cara d’Italia. Una situazione esplosiva che solo la militarizzazione del territorio (2 mila soldati) e la neutralizzazione delle procure territoriali per decreto (incostituzionale) ha impedito  che degenerasse di nuovo in rivolta. Dopo un anno e mezzo di Miracolo, si continua a gettare i rifiuti in discarica, grazie anche alla pax mafiosa garantita – se le accuse della procura e del gip sono vere – dal sottosegretario Cosentino, che aveva apparecchiato nel casertano una mirabile società mista fifty-fifty: metà Stato, metà Clan dei Casalesi. Risultato: richiesta  d’arresto a Cosentino, tre processi a Bassolino (il più fedele alleato di Berlusconi in Campani) e uno a Bertolaso, che ora medita di darsela a gambe per dedicarsi al volontariato. Ecco, bravo. L’avesse fatto prima, non avrebbe pianto  nessuno.

di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano

 

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