Archivio per febbraio, 2009

27 febbraio 2009

I mass media, gli stupri etnici e la “Sindrome di Erba”

La violenza sessuale ai danni di una coppia romana e gli arrivi di altri migranti a Lampedusa, con contorno di proteste e di prese di posizione di esponenti politici, nella seconda metà di gennaio e a febbraio hanno riportato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani, e dei media in generale, due cosiddette “emergenze”: l’emergenza rumeni e l’emergenza immigrazione. Due emergenze che i media hanno più volte collegato fra loro, come dimostrano la prima pagina del “Corriere della sera” del 24 gennaio 2009 e la puntata di “Porta a porta” dedicata prima a Lampedusa e poi alla sicurezza e agli stupri a Roma. Il “link” immigrazione=insicurezza=illegalità=pericolo si è allargato fino ad arrivare a un messaggio subliminale in virtù del quale le donne italiane sarebbero a rischio di essere stuprate soprattutto a causa dell’immigrazione clandestina.
E’ prassi ormai da anni, nei media italiani, accostare l’arrivo di migranti non regolari a fatti di cronaca nera in cui compaiono soggetti di origine straniera: si tratti di incidenti stradali con pirati della strada o guidatori ubriachi, si tratti di violenza carnale, si tratti di attacchi contro il patrimonio (rapine e simili), i media non mancano mai di ricordarci che l’immigrazione alimenta l’insicurezza. Il lettore è così indotto a pensare che se non vi fossero cittadini stranieri – o comunque persone estranee – sul territorio nazionale, saremmo un Paese sicuro, le nostre città sarebbero vivibili e probabilmente potremmo aspirare a diventare una comunità di santi o, male che vada, di beati senza problemi.
L’altro aspetto che è riemerso dalle cronache dello stupro a Roma ai danni della donna – di cui si è reso responsabile un gruppo di delinquenti di nazionalità rumena – è il collegamento fra il delitto e l’origine etnica e nazionale del suo autore. Abbiamo potuto assistere ancora al fenomeno della “etnicizzazione” del crimine, in virtù del quale i giornali italiani presentano un atto violento come prodotto di una certa appartenenza culturale ed etnica. Non è un uomo, un delinquente, un violento a commettere la violenza sessuale ai danni di una donna (o qualche altro delitto), ma è il “rumeno”, il “rom”, lo “straniero”.
La prima conseguenza è che i media ci inducono a pensare che i cittadini rumeni, i maschi rumeni (oppure quelli rom), sono pericoli pubblici o potenzialmente tali. Un tempo vi era la convinzione diffusa – e in alcuni vi è ancora – che i cittadini siciliani fossero mafiosi o comunque a rischio di essere mafiosi. La storia, insomma, si ripete. Ma i media tendono a presentarci un’altra e più inquietante interpretazione della violenza, dell’insicurezza, dello stupro ai danni di una donna: ci fanno credere che un certo atto è “naturalmente” legato all’essenza etnica e culturale di chi lo ha commesso. Vi è una “naturalizzazione” dei comportamenti umani: tu violenti perché sei rumeno, non perché sei un uomo criminale o violento o perché appartieni a un certo ambiente sociale degradato.
Il collegare i comportamenti e persino i gusti alimentari e le abitudini a una base “naturale”, del resto, è tipico della vulgata quotidiana e popolare. Quante volte abbiamo collegato una certa abitudine di un bambino al legame di parentela con un adulto che si comporta allo stesso modo: “Assomiglio a mia nonna, anche lei andava matta per la polenta”, “E’ un egoista come suo padre”, “Sei del mio stesso sangue”. Ricordo un prozio fascista che da bambino mi diceva: “Tu sei un ragazzini generoso, di buon cuore. Non sei capace di fare del male, né sei un bugiardo. Tu sei della mia razza. Con mia moglie, invece, non siamo neanche parenti”. E via di questo genere.
Ora, possiamo anche comprendere il perché di certe convinzioni presenti nella vulgata quotidiana e popolare, dovute a tradizione, ignoranza, pigrizia mentale e culturale, stereotipo, pregiudizio. Diventa grave e inquietante quando quelle convinzioni errate sono fatte proprie dai media. In questo, come giornalisti dimostriamo di non saper filtrare le informazioni, le versioni dei fatti, le interpretazioni. Veniamo meno a quel ruolo di “mediazione” fra la realtà fattuale e il pubblico che è l’essenza della nostra professione. Riveliamo carenze e limiti culturali e nella formazione professionale. Non diamo, infine, un buon servizio al lettore, che viene riconfermato in certe sue visioni parziali; e non viene messo nelle condizioni di formarsi un suo giudizio autonomo e scevro da visioni precostituite.
Il limite del giornalismo italiano – del sistema mediatico in generale – di fronte a fenomeni come gli stupri fatti da persone straniere o di fronte all’arrivo di migranti non regolari si palesa anche su un altro versante. Quello delle “fonti” delle notizie. Come abbiamo rilevato giusto dieci anni fa nella nostra ricerca sull’agenzia Ansa (M.Corte, Stranieri e mass media, Cedam, 2002), i media danno voce a chi ha già voce: ai politici in primis. Anche nel caso dello stupro a Roma e delle polemiche sul “caso Lampedusa”, lo spazio maggiore lo hanno avuto i politici. E’ uno spazio che è giusto dare nel momento in cui il politico – abbia egli (o ella) un ruolo istituzionale o di militanza politica – spiega una sua iniziativa, dà una sua versione dei fatti, propone un certo intervento per risolvere un problema. Ma è uno spazio esagerato, inutile e fuorviante, quando il politico ripete parole vuote, versioni già ascoltate, strampalate letture dei fatti, inutili e maliziose interpretazioni e quando toglie spazio a quegli esperti – mondo del sociale, studiosi, soggetti coinvolti nei fatti – che potrebbero aiutarci a capire quanto accade.
Lo spazio che la classe politica e spesso le forze dell’ordine (gli “ufficiali della notizia”) hanno è poi inversamente proporzionale allo spazio che i media concedono a chi conosce il mondo della criminalità, a chi studia per mestiere l’insicurezza e l’illegalità, a chi opera sul campo nel volontariato o nei servizi sociali. Questi soggetti non hanno quasi mai voce, per non dire dei migranti o dello “straniero” che di rado viene ascoltato e – come dimostrano tutte le ricerche condotte su mass media e immigrazione – quasi mai interpellato come “esperto” di un qualche cosa. Va poi evidenziato che se i giornali (e i media in generale) abbondano con lo spazio dedicato a etnicizzare il crimine, a dare voce ai politici, a pubblicare foto e grafici, dall’altro lato non dedicano spazio a inquadrare il fenomeno nel suo contesto sociale e culturale, a incalzare con domande scomode il mondo politico e delle istituzioni (forze dell’ordine incluse), ad approfondire i temi.
Non vi è un servizio al lettore, ma vi è una precisa e forte “autoreferenzialità” dei media, su cui torneremo più sotto parlando del “ciclo della notizia”.
Anche trasmissioni che pretendono di essere “scomode” rispetto al potere – o almeno a una parte precisa del potere – come “Annozero” (su Raidue), condotta da Michele Santoro – mostrano di dare ai servizi giornalistici un taglio da “docu-fiction”, a metà fra il reportage e il drammone popolare. Pur nella professionalità dei servizi e delle immagini, non vi è quel rigore che su altri temi mostra un programma giornalistico di altissimo profilo qual è “Report” (su Raitre). Anche nel caso di “Annovero”, più che a cercare di conoscere e poi di interpretare fatti e problemi, vi è la tendenza a drammatizzare o a creare argomenti “piccanti” che alimentino il dibattito in studio. A rimanere solo e insoddisfatto – dopo tanta attività di spettacolarizzazione dei media – è il lettore, il pubblico, che ci capisce meno di prima, che è confermato nel suo pregiudizio o nella sua ignoranza, e che si accorge di avere aumentato soltanto uno dei suoi sentimenti, a detrimento della ragione: il sentimento della paura.
Viene da chiedersi a chi giova un giornalismo che è funzionale al “ministro della paura”, al “governo della paura”. E’ funzionale a vendere più copie o ad avere più ascolti? Non pare proprio, dato che tutti gli studi ci dicono che l’informazione se la passa sempre peggio, sia a livello di vendite di giornali che di autorevolezza dei giornalisti e degli operatori della comunicazione. Un giornalismo funzionale al “ministro della paura” è forse funzionale a routine redazionali che non contemplano più le inchieste meditate e documentate? E’ funzionale a chi sulla paura specula per prendere voti, da un lato, ma soprattutto per fare affari dall’altro?
Ho a volte l’impressione che la paura, l’emergenza immigrazione, l’emergenza sicurezza, il degrado urbano – fenomeni che in parte esistono, che non sono inventati di sana pianta ma che sono molto esagerati in precise direzioni e che sono soprattutto strumentalizzati – recitino la stessa funzione che avevano i dibattiti sul sociale negli anni ottanta. Vi erano alcuni politici, di vari orientamenti, che dettavano l’agenda degli argomenti puntando sui temi della solidarietà, della giustizia sociale, dei diritti economici dei lavoratori e che intanto nelle retrovie gestivano appalti truccati, mazzette, tangenti e si arricchivano. Adesso mi nasce il sospetto che certe posizioni razziste, a cui la stampa dà ascolto amplificandole, siano dell’ottimo profumo per nascondere l’odore degli affari illegali. Affari che alimentano in modo sotterraneo l’illegalità e quindi l’insicurezza reale delle nostre città.
Di fronte al comportamento dei media su notizie come la giovane donna violentata a Guidonia e sulla collegata notizia relativa alla “emergenza Lampedusa” è doveroso chiedersi se i media fanno l’interesse del pubblico dei lettori o di qualche altro soggetto politico e/o sociale. Non mi riferisco soltanto a giornali di partito o schierati con questo o quel soggetto politico, ma proprio ai media “generalisti”: ai giornali d’informazione e alle trasmissioni tv di approfondimento (o che tali vorrebbero essere). Sono evidenti – e la settimana di notizie sugli stupri e sul caso Lampedusa lo dimostra – l’incapacità e la superficialità dimostrate dalla stampa di fronte a fenomeni tanto inquietanti e tanto importanti. Noi lettori siamo usciti dal “ciclo della notizia” sapendone ancor meno di quando siamo entrati nel ciclo della notizia. Anzi, proprio quando speravamo di saperne di più, siamo rimasti delusi.
Il ciclo della notizia degli stupri – che ha avuto una durata di circa una settimana – ha dimostrato di essere più funzionale agli interessi e al punto di vista dei giornalisti, che a quelli dei lettori. Si è partiti con una notizia non troppo gridata dello stupro, a Guidonia, ai danni di una donna; si è poi passati alla notizia di uno stupro ai danni di una coppia e nel momento in cui è trapelato che i criminali violentatori potevano essere stranieri, la notizia ha avuto il massimo del suo sviluppo: l’evento è stato subito collegato alla sicurezza nelle città, qualche giornale ha inserito le proteste dei cittadini della zona dove è avvenuta la violenza e ha inserito nella rappresentazione anche le proteste contro i campi rom, il tema dell’immigrazione clandestina e gli sbarchi di altri migranti a Lampedusa. I media anziché aiutarci a capire, si sono comportati come frullatori che tutto mescolano e tutto esaltano per creare una “insalata russa” delle notizie, il cui sapore e il cui interesse si sono stranamente spenti quando i violentatori di nazionalità rumena hanno cominciato a confessare e a parlare delle ragioni della loro azione criminale.
Proprio nel momento in cui sarebbe stato interessante capire perché quegli uomini hanno violentato; quando sarebbe stato interessante sondare il loro ambiente, le loro motivazioni (personali, culturali, di gruppo) per cogliere il significato di un gesto tanto orrendo quale la violenza sessuale, proprio in quella fase l’attenzione è calata e si è passati ad altro.
La battuta del premier Silvio Berlusconi sulle “belle ragazze” italiane e le violenze sessuali ha poi riportato in primo piano le polemiche della classe politica. A tutto questo ha fatto seguito una serie di dichiarazioni divergenti del ministro degli interni, Maroni, e del presidente della commissione antimafia, Pisanu, sollecitate da due elementi: la violenza razzista contro un cittadino indiano senza fissa dimora; la ripresa del tema della sicurezza collegato all’immigrazione clandestina.
L’informazione si è chiusa allora in un corto circuito da cui sono emerse spiegazioni affrettate e superficiali di quanto era accaduto; e poche chiavi interpretative. Un dato è risultato certo: l’ennesima criminalizzazione della “diversità” etnica e culturale, funzionale ad alcune azioni di propaganda politica.
Ma, oltre alla polemica politica di cui i media si sono fatti strumento passivo e manipolato, vi è un altro aspetto che merita di essere evidenziato: il diverso modo che i media hanno di dare la notizia di una violenza carnale, a seconda che il violentatore sia italiano o straniero. Nel caso in cui il violentatore sia italiano, i media presentano il protagonista del fatto di violenza come una “persona”: un giovane, un uomo, un ragazzo (da solo o in gruppo), un operaio, un muratore (quasi mai… un imprenditore o un professionista) senza alcuna altra connotazione etnica o culturale. Nel caso in cui il violentatore sia straniero, i media presentano il protagonista del fatto di violenza come “rumeno”, “marocchino”, “immigrato”. E’ quanto accade, del resto, anche per le notizie sugli incidenti stradali provocati dai pirati della strada: se il guidatore è italiano ci si concentra sulla dinamica dell’incidente, se è straniero o comunque “diverso” (un rom, ad esempio) ci si concentra sull’autore del reato.
Perché questo accade? Quali riflessi ha tutto questo sul pubblico dei lettori e sulla pubblica opinione? Spiegare perché i media propongono una “visione etnica” del crimine o dell’illegalità non è facile. Un’ipotesi plausibile è che, al traino degli altri giornali, una certa testata giornalistica consideri l’appartenenza etnica come un elemento che rende un certo fatto più notiziabile, più appetibile per il lettore: come se la violenza carnale commessa da un professionista italiano fosse “meno interessante” della violenza sessuale commessa da un cosiddetto “extracomunitario”. Un’altra ipotesi che mi sento di sostenere è quella della “presunzione culturale” dei giornalisti: io, giornalista e “sacerdote della notizia”, unico interprete dell’interesse o meno che un fatto ha agli occhi del lettore, individuo in un evento o accadimento il segnale o la spia di un problema sociale. In questo caso, il giornalista si propone come una specie di “sociologo di tutti i giorni”, con la differenza che rispetto ai sociologi non utilizza alcuna seria metodologia di indagine, non applica alcun metodo scientifico di studio della realtà sociale, ma si affida al “fiuto giornalistico”. In questo particolare caso, il giornalista si pone come uno “stregone della notizia”, in grado di leggerla e interpretarla come specchio di una più vasta realtà sociale.
Il “branco di rumeni” violenta la donna italiana a Roma? Lo “stregone della notizia” legge quel fatto come la spia che i “rumeni”, uomini soli senza patria né bandiera né diritto di cittadinanza, sono un pericolo pubblico per le donne italiane.
Una terza ipotesi da valutare, è che la cronaca nera sia sfruttata a fini politici. Negli anni settanta era la cronaca sociale e culturale ad essere impiegata per accreditare una certa visione del mondo. Adesso il “potere d’interpretazione sociale” viene lasciato alla cronaca nera. Con tutto il rispetto per i colleghi giornalisti che fanno bene la cronaca nera, è come se l’analisi sociologica fosse lasciata ai poliziotti e ai carabinieri. “Ciascuno per il proprio mestiere”, verrebbe da dire, senza nulla togliere al preziosissimo (e mal pagato) lavoro delle forze dell’ordine; e al sacrificio e alla professionalità di chi fa cronaca nera.
L’uso politico dell’immigrazione è un fatto con cui dobbiamo fare i conti e che è il caso di denunciare, perché sta minando le basi del confronto civile e culturale su un passaggio storico della nostra società. In questo, i media sono fedeli alla propria tradizione. Come ci ricordano gli studi di Carlo Sorrentino (a partire da “I percorsi della notizia”, Baskerville editore, 1995), il legame dei giornali con la politica segna la storia del giornalismo italiano, più portato – anche per questo – alla narrazione paraletteraria che all’indagine puntuale, sociale e rigorosa di quanto accade.
Quali riflessi ha sull’opinione pubblica una “rappresentazione etnica” dell’illegalità e della violenza? Gli studi sulla comunicazione attraverso media (Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, 2001) ci ricordano che la cultura personale e le relazioni sociali del lettore di un giornale influenzano in modo determinante il modo di recepire i messaggi tramessi dai mezzi di comunicazione di massa. Tuttavia, va sottolineato che una capillare e insistita “visione etnica” del crimine non può non portare a guardare in modo pregiudiziale i cittadini stranieri. Possiamo sperimentare su di noi quest’influenza, riflettendo sui pregiudizi e gli stereotipi che abbiamo nei confronti dell’Altro straniero. L’azione criminalizzante dei media, l’azione escludente e di condanna senza appello nei confronti del “rumeno”, del “marocchino” o dell’albanese (e via dicendo), porta senza ombra di dubbio a una svalutazione della comunità rumena, marocchina o albanese; e di coloro che vi appartengono.
I media, in questo senso, negano il valore della “persona”, la sua unicità individuale, la responsabilità singolare e personale che si accompagna a ogni compiuta. Come ho avuto modo di scrivere ai tempi di “Stranieri e mass media”, il mondo dell’immigrazione e dell’alterità viene presentato dai media come una massa nebulosa e indistinta, che oscilla fra la pietà e la criminalizzazione. In questo, i mezzi della comunicazione sociale – radio, tv, giornali e certa parte del web – si fanno complici di forze sociali e politiche che vogliono negare la dignità umana per interessi economici e politici.
Tornando alle vicende di cronaca che hanno animato i media tra l’ultima decade di gennaio e la prima decade di febbraio del 2009, resta un’ultima domanda: ha avuto un qualche effetto sui media la “Carta di Roma” sottoscritta dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa nel giugno 2008? La risposta è solo in parte negativa. In situazioni di normalità, possiamo notare un diverso atteggiamento dei media nei confronti dello “straniero”, una maggiore sensibilità, una qualche forma di rispetto. Quando si passa a situazioni di “stress redazionale” e informativo – il grande fatto di cronaca nera – allora la “sindrome di Erba” torna a farsi sentire. E la tentazione di dare addosso al “tunisino di turno” diventa forte. Quasi impossibile da evitare.

Sulle ragioni di questo comportamento dei media è quanto mai doveroso interrogarsi. Dovrebbero farlo soprattutto coloro che, a livello economico e politico, oggi beneficiano delle campagne anti-stranieri; e che si sfregano le mani, soddisfatti, incassando gli utili della “impresa della paura”.

di Maurizio Corte www.cestim.it

"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il
mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro.
Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri" (don Lorenzo Milani)

25 febbraio 2009

Accordo nucleare Italia-Francia: “pericoloso, miope, aumenterà la dipendenza”.

"Pericoloso e miope", che "aumenta la dipendenza energetica italiana" e "a tutto vantaggio di Sarkozy che sta cercando di tenere in piedi l’industria nucleare francese". E’ una critica a tutto campo quella delle principali associazioni ambientaliste italiane – Legambiente, Wwf e Greenpeace – all’ accordo firmato ieri a Roma dal premier italiano Silvio Berlusconi e dal presidente francese Nicolas Sarkozy e ai due memorandum siglati da Enel e Edf che prevedono la costruzione di 4 centrali nucleari di terza generazione in Italia, la prima operativa dal 2020.

"Un accordo pericoloso e miope" – sostiene Legambiente. "Tutti gli studi internazionali mostrano che il nucleare è la fonte energetica più costosa e rimane aperta la questione delle scorie e della sicurezza". "Lo ‘scenario nucleare’ è una prospettiva che l’Italia, in piena crisi economica, non può verosimilmente permettersi" – sottolinea Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. "Dove il kWh da nucleare costa apparentemente poco, infatti, è perché lo Stato si fa carico dei costi per lo smaltimento definitivo delle scorie e per lo smantellamento delle centrali. E tutti gli scenari – persino quello dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica – prevedono nei prossimi anni una riduzione del peso dell’atomo nella produzione elettrica mondiale".

"L’Italia è, per di più, lontanissima dagli obiettivi vincolanti fissati dalla Ue per le emissioni di anidride carbonica – conclude Cogliati Dezza – e dirottando tutte le risorse sull’atomo e sottraendole alle rinnovabili e all’efficienza energetica, che sono di fatto le uniche soluzioni praticabili per ridurre in tempi brevi le emissioni, non rispetteremmo la scadenza del 2020 e ci ritroveremmo a pagare multe sempre più salate". Nelle scorse settimane Legambiente ha lanciato "Per il clima contro il nucleare", una mobilitazione nazionale per denunciare la campagna di disinformazione messa in atto dal Governo Berlusconi e chiedere anche con una petizione online un sistema energetico moderno, pulito e sicuro.

"L’accordo aumenterà la dipendenza italiana non solo dal punto di vista delle fonti energetiche, ma anche da quello tecnologico" – denuncia il WWF. "A pagare, in tutti i sensi, saranno i cittadini-contribuenti, che vedranno lo Stato sostenere coi loro soldi una scelta che li penalizzerà sotto il profilo della dipendenza energetica e tecnologica e non consentirà al nostro Paese, ancora per decenni, di attrezzarsi davvero per la lotta contro la CO2 e i cambiamenti del clima, investendo sulle due ricette individuate a livello mondiale, dagli Stati Uniti all’Europa, l’efficienza energetica e le energie rinnovabili" – continua la nota dell’associazione. "L’Italia – prosegue il Wwf – non possiede riserve di uranio e comunque tali riserve sono appena sufficienti ad alimentare gli attuali 440 reattori per 40-50 anni. Inoltre l’Italia dipenderà dalla Francia anche dal punto di vista tecnologico, e questo nonostante la precedente fallimentare esperienza del Superphoenix, alla fine chiuso per manifesta inefficienza. Il progetto EPR in Finlandia gia’ mostra enormi problemi dal punto di vista della realizzazione e della sicurezza”.

Secondo Greenpeacel’accordo firmato oggi tra Italia e Francia sul nucleare "è a tutto vantaggio di Sarkozy che sta cercando di tenere in piedi l’industria nucleare francese, ma non offre all’Italia nessuna garanzia di maggiore indipendenza energetica perchè tecnologia e combustibile arrivano dall’estero". Ancor più grave – secondo Greenpeace – che il Governo continui a parlare di nucleare, mentre ha appena firmato accordi europei vincolanti per giungere a una quota del 35% di energia elettrica da fonti rinnovabili al 2020. Il nucleare sottrarrà risorse allo sviluppo delle rinnovabili, oggi ferme al 16%, e il risultato potrebbe essere una nuova procedura d’infrazione davanti alla corte Europea". "L’Italia ha gia’ perso il treno del nucleare 30 anni fa, ora cerca di perdere quello per l’energia pulita del futuro ritornando su una tecnologia sporca e pericolosa che non ha mai risolto alcuno dei suoi problemi" – ha commentato Francesco Tedesco, responsabile Campagna Energia e Clima di Greenpeace.

"Il nucleare non ha risolto nessuno dei problemi, da quello delle scorie alla sicurezza intrinseca alla proliferazione nucleare. Con gli stessi investimenti in maggiore efficienza energetica negli usi finali l’effetto di riduzione delle emissioni sarebbe fino a sette volte superiore" – prosegue la nota. "La lobby nucleare – sostiene Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace – cerca di evitare una crisi legata alla marginalizzazione di questa tecnologia che, nei mercati liberalizzati, come in Usa, è sostanzialmente ferma da 30 anni. Gli unici investimenti effettuati, infatti hanno riguardato il ripotenziamento e la manutenzione dei vecchi impianti". Nello specifico "per la tecnologia francese EPR, esistono solo due cantieri: uno in Finlandia e uno in Francia, nessun impianto ancora funziona. In Finlandia i costi effettivi a metà della costruzione hanno già superato del 50% il budget e l’autorità di sicurezza nucleare finlandese ha riscontrato 2100 non conformità nel corso della costruzione". "Il nucleare – conclude Onufrio – è una fonte costosa, rischiosa e basata su una risorsa, l’uranio, molto limitata. Una scelta scellerata che serve solo a pochi interessi di un settore che il mercato ha già bocciato".

Nei giorni scorsi il quotidiano The Independent’ ha messo in guardia che in caso di incidente le centrali nucleari di nuova generazione sono più pericolose dei vecchi impianti che dovrebbero sostituire. Citando documenti di natura industriale - che provengono anche dalla azienda francese Edf, la stessa che ha appena sottoscritto un accordo con Enel – il quotidiano britannico spiega come i nuovi Epr (European pressurised reactors), i nuovi reattori che verranno costruiti in Gran Bretagna, ma anche in Italia dopo l’accordo siglato ieri da Berlusconi e Sarkozy presentano un rischio di incidenti più basso, ma, nel caso avvenga una fuoriuscita di radiazioni, questa sarebbe più consistente e pericolosa che non in passato. Tra i documenti esaminati ce n’è uno secondo cui le "perdite umane stimate potrebbero essere doppie".

 [GB] per www.unimondo.org

 

21 febbraio 2009

Grazie alla riuscita operazione d’immagine delle Olimpiadi la Cina continua i suoi traffici di morte

Dopo le Olimpiadi continua il traffico degli organi dei condannati a morte in Cina. Ethan Guttmann della rivista statunitense “Weekly Standard”, scrive in un suo articolo del 24 novembre 2008, che fonti tibetane affermano che 5,000 dimostranti sono scomparsi nel giro di vite di quest’anno. Molti sono stati trasferiti nel Qinghai, una provincia conosciuta per i suoi centri di trapianto degli organi. Afferma Guttman che “sia i medici Taiwanesi, sia chi indaga sul traffico degli organi e chi organizza il trapianto degli organi per i propri pazienti in Taiwan è d’accordo sul fatto che la cerimonia di chiusura dei giochi olimpici di Pechino ha provocato ancora una volta l’apertura della stagione della raccolta degi organi umani”. Il giornalista elenca una serie di interviste da lui fatte a sopravvissuti cinesi dei LAOGAI che raccontano storie orribili di visite mediche prima dell’esecuzione e del successivo trapianto degli organi (l’articolo è reperibile su http://www.weeklystandard.com/Content/Public/Articles/000/000/015/824qbcjr.asp Infatti, in Cina, se incutere paura al popolo è il primo scopo delle esecuzioni capitali, il secondo è l’espianto di organi freschi a scopo di vendita, di frequente senza il consenso delle vittime o dei parenti. Migliaia di fegati, reni e cornee cinesi sono immessi nel mercato inter­nazionale del traffico d’organi, anche via internet. Secondo le organizzazioni umanitarie internazionali, il 95% viene dai corpi dei condannati a morte.

Il governo cinese ha sempre negato queste accuse. Solo nel novembre del 2006 un altissimo funzionario del Ministero per la Salute, Huang Jefu, ha riconosciuto, durante una conferenza di chirurghi a Guangzhou, che “ a parte un piccolo numero di vittime di incidenti di traffico, la gran parte di organi espiantati viene da prigionieri uccisi” (vedi comunicato su http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=7771&size=A). Harry Wu, il famoso dissidente cinese e presidente della Laogai Research Foundation di Washington ha recentemente dichiarato che la Cina è ormai il secondo paese al mondo per i trapianti degli organi. Sussiste tuttavia una piccola differenza : nel 2006, in America, paese che mantiene il primato dei trapianti, si sono svolti 15,000 trapianti, tutti da donatori volontari. In Cina, nello stesso anno, ve ne sono stati 13,000 ma quasi tutti espiantati dai corpi dei condannati a morte. Harry nel suo rapporto sul traffico degli organi in Cina descrive i retroscena ed i dettagli di questo commercio con numerose testimonianze di medici e familiari delle vittime. Il rapporto è stato pubblicato dalla Guerini e curato dalla Laogai Research Foundation Italia con il titolo “Cina, traffici di morte”. Aggiornamenti appaiono regolarmente sul sito http://www.laogai.it/

Gli organi vengono frequentemente espiantati subito dopo l’esecuzione e trasportati in apposite ambulanze. Vi sono oggi almeno 600 ospedali specializzati in questo traffico ed i relativi profitti sono altissimi, se si considera il prezzo di vendita degli organi che spesso arriva a numerose decine di migliaia di dollari. Nel 2006, il governo cinese ha approvato alcune leggi atte a regolarizzare il “mercato nero” degli organi umani. Secondo queste normative,  la precedenza nella distribuzione degli organi andrebbe ai cittadini cinesi, i chirurghi cinesi non potrebbero viaggiare all’estero per effettuare espianti e, soprattutto, il  consenso del prigioniero per la donazione dei propri organi dopo la morte dovrebbe essere obbligatorio. Il risultato, secondo Guttman, è stato che la fornitura degli organi si è ridimensionata, i prezzi sono aumentati e gli espianti dai corpi dei condannati a morte sono continuati. Infatti, come denuncia Human Rights Watch in un reportage della CNN dell’11 febbraio 2007, “…parliamo di condannati a morte che possono essere soggetti a qualunque pressione, e quindi il loro non può essere un gesto volontario” . Soprattutto in Cina dove, spesso, le confessioni sono ottenute mediante la tortura. Ricordiamo inoltre che la cultura tradizionale cinese è contraria a qualunque manomissione del corpo, e quindi all’espianto, perché la salma del defunto deve essere integra e intatta, per il rispetto dovuto agli antenati. Questo vero e proprio traffico di morte è anche aiutato dal fatto che in Cina la morte cerebrale non è legalmente riconosciuta. Quindi il prigioniero può essere ucciso ed i suoi organi espiantati prima che il cuore cessi di battere. Come alternativa si può somministrare un anestetico, espiantare l’organo e, successivamente, amministrare una medicina che fermi il battito cardiaco.

Ancora più spietata appare perciò la persecuzione contro i Falun Gong o Falun Dafa. E’ questo un movimento religioso non violento, basato sulla tolleranza, la ricerca della verità e la compassione. Riunisce aspetti del Confucianesimo, del Buddhismo e del Taoismo, e insegna metodi di meditazione attuati attraverso esercizi ginnici, che hanno lo scopo di migliorare il benessere fisico e spirituale dei praticanti, preservandone la salute.

Alla fine degli anni Novanta in Cina vi erano quasi 100 milioni di praticanti del Falung Gong, inclusi numerosi gerarchi del partito. Il Partito Comunista, però, non poteva accettare il fatto che, dopo 40 anni di martellante indottrinamento marxista, ancora tante persone ricercassero altrove una guida morale e spirituale. Jang Zemin, perciò, iniziò dal 20 luglio del 1999 una persecuzione efferata contro i praticanti del Falun Gong. Da allora i Falung Gong vengono arrestati, imprigionati nei campi di lavoro forzato, i laogai,  uccisi, e i loro organi espiantati e venduti sul mercato internazionale degli organi.  Successivamente spesso i loro corpi vengono cremati per cancellare la prova del crimine commesso. Dal 1999 il movimento denuncia le migliaia di esecuzioni capitali ed espianti di organi alla comunità internazionale.

David Kilgour, ex membro del Parlamento Canadese ed ex segretario di stato dello stesso governo canadese, con David Matas, avvocato, ha pubblicato nel luglio del 2006 un rapporto sulla “Conferma di espianti di organi a praticanti del Falun Gong”. Questo rapporto è stato rivisto ed aggiornato nel gennaio 2007 (vedi http://organharvestinvestigation.net/report0701/report20070131-eng.pdf). Nel documento si elencano le prove degli arresti di massa, delle repressioni, delle uccisioni, si documentano le salme private di organi e i corpi cremati dopo l’esecuzione, si intervistano le vittime e si forniscono i prezzi di vendita degli stessi organi. Poiché, ricordiamolo, nella Cina capital-marxista oggi il nuovo Dio è il Denaro. Gli autori concludono il rapporto confermando che, sulla base della loro investigazione, le accuse sono vere e il governo cinese dal 1999 ha fatto uccidere innumerevoli praticanti del Falun Gong, facendo espiantare, contro la volontà dei proprietari, i loro organi vitali, inclusi il cuore, i reni, il fegato e le cornee, per poi metterli in vendita ad alti prezzi sul mercato degli organi. Tale pratica satanica continua tuttora. Nel mese di agosto di quest’anno Matas e Kilgour hanno rilasciato un comunicato con nuove prove sul traffico degli organi. Il comunicato (vedi http://organharvestinvestigation.net/release/pr-2008-08-22.htm) riferisce di un’intervista registrata di un medico cinese coinvolto in questo traffico orribile. Anche il Comitato contro la Tortura dell’ONU, nel suo ultimo rapporto del 21 novembre 2008, ha espresso preoccupazione per le “informazioni ricevute secondo le quali i praticanti del Falun Gong sono stati ampiamente soggetti a torture e maltrattamenti nelle prigioni e che alcuni di loro sono stati usati per i trapianti di organi.” Il Comitato ha quindi richiesto un’indagine indipendente sulla raccolta illecita di organi da praticanti del Falun Gong. (il rapporto del Comitato contro la Tortura è reperibile su http://www2.ohchr.org/english/bodies/cat/docs/CAT.C.CHN.CO.4.pdf ). Secondo il giornale giapponese Yomiuri Shimbun del 12 novembre 2008, Hiroyuki Nagase, un giapponese responsabile del “China International Organ Transplant Centre” di Shenyang nella provincia di Liaoning, è attualmente indagato per la sua attività di mediatore nel traffico degli organi umani tra Cina e Giappone.

Il Centro vendeva anche organi umani via il web. Reni a 7,800,000 yen (cca 57,000 euro) e fegati a 13,000,000 yen (circa 96,000 euro). Il prezzo includeva il reperimento degli organi e tutte le spese di trapianto. Le operazioni avevano luogo in ospedali specializzati a Shanghai, Shenyang ed altre città cinesi. Al suo arrivo all’aereoporto di Narita (Tokyo) Nagase ha dichiarato al Yomiuri Shimbun di aver fatto da tramite per il trapianto di 108 organi (vedi l’articolo su http://www.yomiuri.co.jp/dy/national/20081112TDY01304.htm). Purtroppo, la vendita degli organi e le esecuzioni capitali sono solo una parte dell’attuale realtà cinese e della pedagogia del terrore, coperta da segreto di stato, che in Cina si pratica. Al settembre del 2008, sono almeno 1422 i LAOGAI, i campi di concentramento dove sono costrette al lavoro forzato milioni di persone a vantaggio economico del regime comunista e di numerose multinazionali che investono o producono in Cina. Centinaia di migliaia sono gli aborti e le sterilizzazioni forzate. La persecuzione sistematica contro i credenti di tutte le religioni, le torture e gli arresti di dissidenti, avvocati e giornalisti e l’abuso della psichiatria a scopo repressivo politico. Questi sono i crimini del regime comunista di Pechino di cui si parla poco oggi, per non “disturbare” i traffici internazionali. Poche sono le voci che oggi protestano contro questi crimini. Scarse le testate italiane che pubblicano queste notizie. Nonostante ciò l’interesse degli italiani per questi crimini sembra aumentare. A novembre Asiaticafilm ha portato a Roma un film “Lettere dal braccio della morte” sulle esecuzioni capitali in Cina. Il film non racconta tutto quello che dovrebbe descrivere ma, tuttavia, riporta la storia di una dozzina di detenuti cinesi che aspettano il loro turno, stipati in un’affollata cella della morte. E’ il primo film sulla situazione della pena di morte nel paese asiatico. Buon segno. Ricordiamo che la catastrofe ambientale provocata a scopo di profitto, l’invasione dei mercati occidentali da parte dei prodotti (spesso tossici e gravemente nocivi per la salute) del lavoro forzato, e l’imperialismo economico e militare cinese in Asia, Africa e Sud America hanno, e continueranno ad avere,  un impatto  sempre più negativo sulle nostre vite e su quelle delle future generazioni. Cosa si potrebbe fare contro il traffico degli organi ? Molto ! L’Unione Europea potrebbe  bloccare i contributi di centinaia di milioni di euro erogati al regime cinese. Se non ritenesse opportuno interromperne il flusso, potrebbe almeno vincolarlo, per esempio alla raccomandazione di Manfred Nowak, inviato dell’ONU, di non uccidere persone per crimini non violenti o per motivi di natura economica. L’ONU e il Parlamento Europeo potrebbero emanare una legislazione extra-territoriale che vieti la partecipazione a espianti senza il consenso consapevole e volontario del donatore e neghi i visti ai medici cinesi che viaggiano all’estero per formarsi nel campo dei trapianti.

Si potrebbero boicottare le conferenze mediche cinesi e mettere un embargo sull’esportazione verso la Cina di materiale chirurgico per trapianti. Il personale sanitario estero potrebbe non collaborare con le istituzioni mediche cinesi e le case farmaceutiche potrebbero non esportare in Cina farmaci antirigetto o altre medicine usate nelle operazioni di espianto di organi.

In breve, le autorità politiche, mediche ed economiche internazionali possono, se vogliono, fermare questo traffico di morte.  Ciò che sembra inspiegabilmente mancare, quindi, è la volontà di prendere le necessarie misure. Perché? La ragione principale sembra essere che vi sono forti interessi finanziari che legano le banche e le multinazionali al regime comunista di Pechino. Quindi non è “politicamente corretto” parlare dell’altra faccia della Cina. Comunque, coraggio ! Anche se oggi non s’insegna piu’ a scuola…. Il male può essere sconfitto ! Talvolta, ognuno di noi pensa di essere solo una goccia nell’oceano. Non dimentichiamo che l’oceano è fatto da tante gocce e tutti, dico tutti, possono fare qualcosa.

Toni Brandi www.laogai.it 

21 febbraio 2009

Fermare i massacri di Tamil nello Sri Lanka

 
Se su Gaza i rappresentanti istituzionali ed i giornalisti hano raccontato e denunciato il genocidio del popolo palestinese, nel caso della guerra civile in Sri Lanka, regna un silenzio generale. Solo l’Alto Commissariato per i rifugiati ha lanciato in questi ultimi giorni
l’ennesimo allarme umanitario, anche per il rischio crescente di attentati.

Come sempre, la militarizzazione dello scontro etnico porta alla distruzione della minoranza e al conseguente ritorno del terrorismo, che poi viene "utilizzato" per giustificare un ulteriore stretta violenta da parte della polizia, dei servizi segreti e dei gruppi paramilitari.

Mentre il mondo guarda altrove, o insegue i fantasmi della crisi finanziaria, nello Sri Lanka si sta consumando un altro genocidio, dopo che le mediazioni proposte da alcuni paesi europei sono cadute nel vuoto. L’esercito governativo sta mettendo a ferro e a fuoco le città che erano controllate dai Tamil, e sono anche qui numerose le vittime civili.

L’Unione Europea, intanto, ha dichiarato da tempo, come per Hamas, la natura terroristica
dell’organizzazione LTTE, le Tigri Tamil, e sono stati eseguiti in tutti gli stati europei centinaia di arresti, nell’indifferenza generale, anche di persone che si conoscevano per il loro impegno sociale e politico, ma che sono state accusate di raccogliere fondi per finanziare questa organizzazione o altre collaterali.

Probabilmente altre indagini di polizia sono ancora in corso e l’intera comunità tamil presente in Europa è terrorizzata al punto che non si è vista neppure una protesta pubblica per quanto sta avvenendo in questi giorni nello Sri Lanka.

Se i Tamil in Europa sono costretti al silenzio, tocca adesso a noi denunciare le uccisioni di civili e promuovere azioni di protesta. Gli italiani, tutti gli europei che hanno a cuore il destino del popolo tamil e ritengono che il rispetto dei diritti umani non sia dipendente dal colore della pelle o dall’appartenenza ad un gruppo etnico, devono protestare con forza contro i massacri e gli assassini mirati (anche di giornalisti) che continuano ad insanguinare lo Sri Lanka e in particolare la regione settentrionale nella quale si concentra la popolazione Tamil.

La pace nel mondo è una ed indivisibile, e le soluzioni locali che non passano per un abbandono dell’economia di guerra e della logica del terrore militare – che sta
portando il pianeta al disastro civile, economico ed ambientale- non potranno che durare lo spazio di un mattino. Esattamente come le tregue armate che Israele è stato costretto a concedere dopo lo scempio di bambini e di profughi nelle scuole dell’ONU a Gaza.

Tregue armate che i governi infrangono, a Gaza come nello Sri Lanka, sparando sui mezzi di soccorso ed impedendo persino il salvataggio dei feriti.

Occorre che le Nazioni Unite recuperino il loro ruolo di mediazione nei conflitti, senza che singoli paesi con il diritto di veto in Consiglio di sicurezza ne possano paralizzarne l’operato, altrimenti sarà il fallimento delle Nazioni Unite e delle prospettive di multilateralismo.
Se non si invierà anche in Sri Lanka, al più presto, una forza internazionale di interposizione, se non si riprenderà il confronto politico tra tutte le parti in causa, imponendo la riapertura dei negoziati di pace, anche con l’arma delle sanzioni economiche, si potrà constatare soltanto il ritorno alla logica del confronto armato, come
unico strumento per risolvere i conflitti internazionali e le guerre interne, sempre più numerose.

Chiediamo che l’Unione Europea recuperi una sua posizione unitaria sullo scenario globale e ritorni a giocare un ruolo di mediazione anche nella soluzione della guerra civile che si combatte da anni nello Sri Lanka, ponendo fine ai massacri quotidiani dell’esercito governativo e tracciando un progetto di pacificazione che riconosca l’indipendenza del popolo tamil.

Come i palestinesi di Gaza, anche i Tamil dello Sri Lanka non hanno più possibilità di fuga e stanno finendo accerchiati dall’esercito governativo e sottoposti ad attacchi aerei, terrestri e navali. L’Europa deve compiere un passo in più, con la massima urgenza, nella direzione della mediazione dei conflitti, senza attendere che l’America modifichi la sua strategia nelle alleanze internazionali e nella lotta globale al terrorismo.

Occorrono scelte nuove sul piano delle relazioni esterne, ma anche all’interno delle politiche comunitarie della sicurezza. Bisogna costruire anche iniziative di solidarietà concreta con il popolo tamil.

L’elenco delle organizzazioni terroristiche stilato a livello europeo deve essere rivisto, altrimenti si corre il rischio di paralizzare il ruolo di mediazione delle istituzioni comunitarie e dei singoli paesi membri, finendo anche per criminalizzare quanti fuggono da regioni che nel tempo sono diventati, con la complicità della comunità internazionale, veri e propri campi di concentramento.

Tutti coloro che lo vogliono veramente possono dare un contributo concreto nella
direzione della pacificazione e della convivenza, con una somma di iniziative autorganizzate e con un impegno quotidiano di segno diverso. Ciascuno con i suoi mezzi e con i suoi saperi. E non solo con la raccolta, pur doverosa, di fondi in favore delle vittime del conflitto.

Troppi ancora fanno finta di non vedere e di non sentire, anche se i tamil, come i palestinesi, vivono tra noi, ci parlano tutti i giorni, ci consegnano le loro paure e le loro sconfitte. Ancora una volta tocca ai cittadini praticare la coesione sociale, promuovere la circolazione delle informazioni ed esercitare tutti gli strumenti di pressione, dal boicottaggio alla disobbedienza civile, per costringere i governi della guerra ad abbandonare le loro politiche di morte e di sfruttamento, per restituire alle popolazioni tutte, anche in Europa una vera prospettiva di pace e di giustizia.

Giuristi Democratici www.giuristidemocratici.it
ASGI ( Associazione studi giuridici sull’immigrazione)

 
Per saperne di più:
                            
19 febbraio 2009

Lo Stato e il diritto (l’assenza dello stato di diritto)

Lampedusa: lettera aperta del Tavolo Asilo sulla gravità della situazione

Gli enti di tutela dei rifugiati riuniti nel Tavolo Asilo si rivolgono oggi al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio dei Ministri, al ministro dell’Interno con la seguente lettera aperta:

Le sottoscritte associazioni ed enti del Tavolo Asilo esprimono profonda preoccupazione per quanto sta avvenendo in queste ore nel centro per immigrati e richiedenti asilo situato in contrada Imbriacola, a Lampedusa, utilizzato a partire da gennaio come Centro di identificazione ed espulsione (CIE), per decisione del ministro dell’Interno.

Nel centro, ove si trovano al momento circa 800 persone, è in corso da ieri sera uno sciopero della fame dei migranti e questa mattina è scoppiato un esteso incendio.

La trasformazione del centro da struttura di primo soccorso a Centro di identificazione e l’esecuzione degli allontanamenti hanno già destato, a livello nazionale e internazionale, grandi preoccupazioni, evidenziate nel documento del Tavolo Asilo, noto alle autorità italiane ed europee, nonché negli allarmati rapporti della Commissione diritti umani del Senato e della delegazione del Parlamento europeo.

La scelta messa in atto dal governo, che ha voluto concentrare a Lampedusa tutti i migranti che giungono presso le sue coste, qualunque sia la loro condizione giuridica, ha creato nell’isola una situazione di grande e crescente tensione. Si ritiene che l’isola di Lampedusa non abbia le caratteristiche per ospitare un centro che abbia finalità diverse da quelle di prima accoglienza e soccorso, con la previsione di rapidi trasferimenti di tutti i migranti in altre strutture, com’è avvenuto dall’aprile 2006 fino a dicembre 2008.

Si torna a chiedere, con urgenza:

  • che tutti i migranti siano immediatamente trasferiti in altre strutture idonee, ove siano svolte le procedure amministrative, in particolare quella di asilo;
  • che l’isola di Lampedusa sia sede esclusivamente di strutture destinate al primo soccorso e all’accoglienza dei migranti.

Si chiede inoltre che vengano accertate eventuali responsabilità di quanto accaduto.

Firmatari:
Amnesty International, Arci, Asgi, Casa dei diritti sociali – Focus, Centro Astalli, Consiglio italiano per i rifugiati – CIR, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Medici Senza Frontiere, Senzaconfine

Gaza: Amnesty International denuncia le punizioni mortali di Hamas contro i "collaborazionisti"

Dalla fine dello scorso dicembre, durante e dopo le tre settimane dell’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza che ha causato la morte di oltre 1300 palestinesi, in gran parte civili, le forze e le milizie di Hamas hanno portato avanti una campagna di rapimenti, uccisioni deliberate e illegali, torture e minacce di morte contro persone accusate di aver "collaborato" con Israele, così come contro critici e oppositori.

Lo denuncia Amnesty International, in un nuovo documento diffuso oggi e redatto sulla base delle proprie ricerche effettuate nella Striscia di Gaza nelle ultime settimane.

L’organizzazione per i diritti umani ha verificato che almeno due dozzine di persone sono state uccise da uomini armati di Hamas e decine di altre sono state gambizzate o ferite in modo da causare disabilità permanente, sottoposte a brutali pestaggi che hanno provocato fratture, a maltrattamenti e a torture.

Molte delle persone prese di mira da Hamas sono state rapite in casa e poi abbandonate, gravemente ferite o uccise, in zone isolate. Altre sono state ritrovate nelle camere mortuarie degli ospedali di Gaza, altre ancora sono state finite negli stessi ospedali dove erano state ricoverate.

I delegati di Amnesty International hanno ottenuto informazioni dettagliate da molte vittime, dal personale medico e da testimoni oculari. Molte altre persone hanno preferito non parlare in pubblico per evitare punizioni da parte di Hamas.

Amnesty International ha chiesto all’amministrazione de facto di Hamas di porre immediatamente fine alla campagna di punizioni e accettare l’istituzione di una commissione nazionale di esperti, indipendente e imparziale, che svolga indagini su quanto accaduto.

Regno Unito: Amnesty International preoccupata per una decisione della Camera dei Lord, che apre la strada a ulteriori deportazioni

Amnesty International ha accolto con forte preoccupazione la decisione di ieri della Camera dei Lord, il massimo organo di giustizia del Regno Unito, con cui si autorizza il governo di Londra a deportare persone verso paesi nei quali esse rischieranno di subire gravi violazioni dei diritti umani, compresi i maltrattamenti e la tortura.

Il governo britannico sta tentando di deportare due persone, che nei procedimenti penali sono indicate rispettivamente come "RB" e "U", in Algeria, e una terza persona, Omar Othman (conosciuta anche come Abu Qatada), in Giordania. In tutti e tre i casi le autorità di Londra stanno facendo affidamento su assicurazioni diplomatiche fornite dai governi di Algeri e Amman, per ridurre il rischio, di cui il governo di Londra è consapevole, che le tre persone siano sottoposte a gravi violazioni dei diritti umani nei paesi di destinazione.

"Sarebbe profondamente preoccupante se la decisione della Camera dei Lord venisse interpretata dal governo come un segnale di luce verde per deportare persone verso paesi in cui rischieranno di subire torture e processi irregolari" – ha dichiarato Nicola Duckworth, direttrice del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. "Le assicurazioni diplomatiche sono prive di qualunque valore legale e pertanto sono inaffidabili".

Secondo Amnesty International, basandosi su questo genere di assicurazioni il governo britannico sta indebolendo il sistema dei trattati internazionali sui diritti umani, compreso il divieto assoluto nei confronti dei maltrattamenti e della tortura, privilegiando accordi bilaterali negoziati con paesi già noti per il mancato rispetto dei propri obblighi internazionali di prevenire e punire i maltrattamenti e la tortura.

"Nessuno dovrebbe essere deportato e andare incontro al rischio di tortura, a prescindere da cosa abbia o sia sospettato di aver fatto. Gli stati non possono selezionare a quali persone spettino i diritti umani e a quali no" – ha proseguito Duckworth.

"Se le tre persone in questione sono ragionevolmente sospettate di aver commesso reati penali legati al terrorismo, il Regno Unito può sempre incriminarle e sottoporle a un processo equo. Quello che non è accettabile è usare il sospetto di terrorismo per giustificare l’invio di una persona verso un paese in cui correrà il rischio concreto di subire torture e altre gravi violazioni dei diritti umani".

Da anni il Regno Unito tenta di deportare persone ritenute una minaccia per la sicurezza nazionale. Per questo, ha richiesto le cosiddette assicurazioni diplomatiche ai paesi di destinazione, nei casi in cui le persone in questione possano essere a rischio di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui maltrattamenti, torture e processi iniqui.

19 febbraio 2009

Anna Politkvoskaya, la sentenza di una farsa.

La sentenza:
 
Sono stati assolti i tre imputati al processo per l’uccisione della giornalista Anna Politkvoskaya, assassinata a Mosca nell’ingresso della sua abitazione nell’ottobre 2006. I tre, giudicati non colpevoli al termine di un controverso processo presso il tribunale distrettuale militare di Mosca, sono Sergey Kadzhikurbanov, un ex agente speciale degli Interni, che ha dovuto rispondere dell’accusa di avere partecipato all’organizzazione dell’assassinio, e i due fratelli Ibrahim e Dzherbrayl Makhmudov, finiti alla sbarra come informatori e ‘aiutanti’ dei killer. Figure comunque a figure di secondo grado, in assenza dell’individuazione di un preciso mandante.
 
Come si è arrivati a questa sentenza:
 

Dalla sua morte sono passati oltre due anni. Eppure mai come ora la traccia di Anna Politkovskaja è corporea, fisica. Nella carta e nel sangue. La carta de "La Russia di Putin" in cui denunciava gli stupri etnici del colonnello Budanov in Cecenia; le carte dell’avvocato Stanislav Markelov, che cercava di tenere Budanov laddove deve stare, in prigione; la carta degli articoli della Baburova sulla Novaja Gazeta.

Il sangue è lo stesso, ormai secco, nel pomeriggio delle vie centrali di Mosca.

E, a ragione, c’è da temere che Markelov e Baburova siano destinati a condividere con la Politkovskaja anche un processo lento, umiliante, la cui principale intenzione sembra quella di disperdere le energie di chi cerci di capirne qualcosa.

Mesi di processo per scoprire, il 19 gennaio, che sulla pistola che ha ucciso Anna ci sono delle impronte, ma si può eseguire il test del DNA solo con il consenso della madre del presunto omicida.

Una beffa alla verità, come se in Russia la morte non ne avesse già rubata abbastanza.

Gli indagati sono Sergej Chadžikurbanov, ex collaboratore dell’ UBOP (Direzione per la Lotta alla Criminalità Organizzata) di Mosca e i fratelli Džabrail e Ibragim Machmudov. Chadžikurbanov sarebbe stato l’intermediario tra il mandante e l’esecutore, è un dipendente che però non si sporca le mani con il sangue. Avrebbe contattato gli esecutori e fornito al killer l’arma del delitto, mentre i Machmudov si sarebbero occupati di pedinare la Politkovskaja. L’assassino sarebbe il terzo fratello Machmudov, Rustam, che ora è latitante. La figura più importante, quella del mandante, al momento è ignota, anche se nei mesi scorsi non sono mancati i riferimenti ad un “politico russo”.

C’è un altro indagato, che però non è legato all’omicidio della giornalista. Pavel Rjaguzov (ex del Servizio di sicurezza federale, il Fsb) è invece accusato del pestaggio e del rapimento a fine d’estorsione di Eduard Ponikarov, un uomo d’affari russo. Degli stessi reati sarebbe responsabile anche Chadžikurbanov, ed ecco il perché di questa singolare stratificazione del processo.

La prima parte del processo ha visto come grandi protagonisti il giudice Evgenij Zubov e i giurati, mentre nell’ultimo mese la parola chiave sembra essere tabulati telefonici.
Riprendiamo il filo da fine dicembre.

L’udienza del 23 dicembre è stata dedicata alle testimonianze con un coinvolgimento marginale dei giurati, che sono apparsi in aula solo per qualche minuto, il tempo di visionare le immagini registrate dalle videocamere a circuito chiuso il giorno dell’omicidio.

Le videocamere mostrano che alle 16.06 Anna Politkovskaja varca il portone della sua casa e alle 1607 ne esce il presunto assassino. Secondo gli investigatori l’omicidio si è svolto in circa 30 secondi, alle 16.06 e 50 secondi circa. Questo contrasta però con il rapporto dell’agente della polizia investigativa Vadim Arsanov, che ha indicato come orario del ritrovamento del cadavere le 16.06. Data l’incoerenza dei riscontri, si è deciso di non mettere agli atti il rapporto ma di chiamare Arsanov a testimoniare, in modo che le parti potessero interrogarlo.

Nel corso della stessa udienza il giudice ha presentato i tabulati delle conversazioni telefoniche della giornalista dal 3 al 7 ottobre 2006, dati richiesti dalla difesa a fine novembre. Nonostante il giudice avesse inviato la richiesta alla compagnia telefonica Vympelkom, “ad inizio dicembre la risposta in tribunale è arrivata dal FSB” e i dati telefonici si interrompevano alle 1446 del 7 ottobre. Il Moskovskij Komsomolec, con il suo caratteristico linguaggio rozzo ma incisivo, li definisce dati “castrati”.
Karinna Moskalenko, avvocato della famiglia Politkovskaja, ha chiesto che venissero forniti i dati fino all’8 ottobre. Concorde anche l’avvocato di Ibragim Machmudov, che ha dichiarato: “Ci serve proprio il momento in cui esce dal “Ramstore” (una nota catena di ipermercati, ndT), fa la strada, che percorso fa. È passata per via Sadovo-Triumfal’naja, dove si sarebbe trovato uno degli accusati per controllare se passava? Ecco, manca questo momento, anche se dai documenti del processo sappiamo che la Politkovskaja ha ricevuto delle telefonate. Nella fattispecie, l’hanno chiamata i suoi figli. E anche lei li ha chiamati. Ci sono state delle conversazioni. Tutto questo c’è. Ed è quello che non ci danno, proprio perché in realtà lei non ha fatto la strada che ufficialmente oggi dice l’indagine. Ne sono sicuro».

Per quanto riguarda l’informazione, la Moskalenko ha duramente attaccato i media “che danno al pubblico informazioni inattendibili, deformano lo svolgimento del processo e i fatti, dimostrano mancanza di rispetto al tribunale”. L’avvocato  ha dichiarato che presenterà al tribunale la lista dei media e delle pubblicazioni in cui si distorgono le informazioni del processo. Per ora non sono stati presi provvedimenti in questo senso, ma in un futuro non è da escludersi.

Giovedì 25 è stata la difesa a dirigere l’andamento dell’udienza, ponendo l’attenzione su alcuni elementi di incoerenza tra la ricostruzione dell’indagine e le immagini registrate dalle telecamere e tra la corporatura di Rustam Machmudov e quella della persona ripresa dalle telecamere.
Lo stesso giorno il tribunale ha interrogato l’agente Arsanov, che ha confermato che chi ha chiamato la polizia il 7 ottobre per denunciare il ritrovamento del cadavere ha mantenuto l’anonimato.

Ad avallo della non colpevolezza di Chadžikurbanov, il 29 dicembre la sua difesa ha presentato l’evidenza delle telefonate dal suo cellulare, mostrando che il giorno dell’omicidio l’apparecchio dell’accusato si trovava a sud-ovest di Mosca e non nel centro della città.
Ma, come evidenza il sito Polit.ru, “non si chiarisce se quello stesso giorno sono state fatte telefonate dal cellulare a qualche altro posto o se il telefono è semplicemente rimasto a casa mentre il proprietario non c’era”.

Sempre dai tabulati telefonici di Chadžikurbanov emerge che dai 1 settembre 2006 al 19 luglio 2007 l’indagato e Ibragim Machmudov non si sono mai chiamati, mentre ha fatto solo qualche telefonata a Džabrail Machmudov successiva al 19.12.2006.

In contrasto con il “suggerimento” della Procura, il tribunale ha deciso poi di interrogare un poliziotto che ha notato un uomo e una donna che seguivano Anna Politkovskaja nel negozio e poi ha rivisto le stesse persone nelle vicinanze della casa della giornalista.

È stata ascoltata anche in merito a questo la testimonianza della sorella della Politkovskaja, Elena Kudimova.

Ma l’udienza che nel rapporto durata/colpi di scena ha battuto tutti i record è stata quella dell’11 gennaio.

L’udienza è durata in tutto 15 minuti. Infatti, l’avvocato di Ibragim Machmudov era occupato in un altro processo e il suo assistito si è rifiutato di apparire in aula senza di lui. Il giudice Evgenij Zubov ha deciso quindi di riaggiornare l’udienza al 19 gennaio per garantire il diritto dell’imputato alla difesa.
Il secondo colpo di scena ha riguardato i dati sulle telefonate. Il giudice ha dichiarato di non poter avere le informazioni dettagliate sul traffico telefonico della Politkovskaja perché é trascorso troppo tempo perché i dati fossero ancora conservati nell’archivio della compagnia telefonica Vympelkom. La motivazione ha indignato entrambe le parti, specialmente dopo che un rappresentante di Vympelkom ha dichiarato anonimamente che quei dati vengono conservati per degli anni e non possono sparire.

Ufficialmente la compagnia non ha rilasciato commenti.

La difesa sostiene che sono stati “puliti dei dati” per difendere degli interessi.
Karinna Moskalenko in un’intervista a Radio svoboda ha precisato che si sta ancora aspettando una risposta ufficiale ma «quello che hanno detto a voce al giudice assomiglia ad una storiella stupida». Perché del resto “i dati fino alle alle 14 passate si conservano e dopo le 14 no?”

Il Kommersant parla dell’ennesimo scandalo, in un processo che in effetti a chi vorrebbe giustizia per il momento dà poche soddisfazioni.

La terza sorpresa è la scomparsa di un testimone fondamentale per la difesa: casualmente, nei materiali del processo è indicato il suo indirizzo non completo e anche un numero di telefono a cui non risponde nessuno. Durante l’indagine è stato più volte interrogato un certo Dmitrij Platonov, che ha dichiarato che il 4 e il 5 ottobre 2006 ha visto vicino alla casa sulla via Lesnaja, dove viveva Anna Politkovskaja una macchina color argento, con dentro un uomo e una donna. L’uomo corrispondeva in tutto a quello ripreso dalle telecamere del “Ramstore” il 7 ottobre mentre seguiva la giornalista.

Murad Musaev, avvocato della difesa, ha chiesto la collaborazione del giudice Zubov per ritrovare questo teste fondamentale, ma al momento il giudice non ha promesso alcun aiuto.

L’avvocato della famiglia Politkovskaja è ottimista sulla tempistica del processo, dichiarando che questo ormai è nello stadio finale e già a gennaio sarà ufficializzato il verdetto dei giurati.

Ma se i colpi di scena continuano ad emergere con questa ormai prevedibile frequenza, si rischia che il processo continua ad avvitarsi su se stesso senza giungere ad una reale conclusione.

E le parole di Murad Musaev a Radio Svoboda sembrano sintetizzare questo processo meglio di qualsiasi altra forzata definizione.

“Ci sono troppe casualità per una sola indagine”.

di Valentina Barbieri www.lsdi.it

Ora che avete letto, potevate aspettarvi un’altra sentenza?

I due grandi amici: Vladimir Putin e Silvio Berlusconi ad una conferenza stampa.

18 febbraio 2009

Manifesto per la Democrazia

Stiamo vivendo il momento più drammatico e più basso per la democrazia italiana e per gli assetti istituzionali nati dalla Resistenza.
Ciò che con grande lungimiranza ed impegno i nostri padri costituenti avevano sancito nello strumento costituzionale, ammirevole punto di equilibrio tra posizioni politiche ed ideologiche diverse, ma tutte caratterizzate dalla affermazione dei principi basilari della democrazia, viene oggi trattato dalla maggioranza, e manipolato, come un vecchio attrezzo ideologico superato e da sostituire.
La situazione è resa ancora più pericolosa dalla mancanza di una vera e opposizione alle iniziative del governo Berlusconi, e ciò sia per il divario quantitativo esistente nel Parlamento tra maggioranza e opposizione, sia per la tendenza di quest’ultima a seguire la controparte sul terreno di scontro da questa scelto.
Principi come decisionismo, governabilità, sistema maggioritario vengono acriticamente assunti a parametri cui improntare la riforma complessiva dello Stato, senza tener conto alcuno dei prezzi che l’adozione di tali “riforme” determinerebbe sull’assetto istituzionale, sui diritti dei cittadini, in una parola sulla democrazia.
E’ chiaro a tutti che il massimo di governabilità lo si ottiene con un solo partito! La maggior rapidità nelle decisioni si ottiene con la dittatura!
Ed in effetti, siamo in presenza di una “dittatura della maggioranza” che ricopre con il manto dell’investitura popolare la triste realtà di un progressivo deterioramento dei principi della democrazia: avere vinto le elezioni non autorizza ad apportare mutamenti genetici e strutturali all’impalcatura costituzionale.
Ed invece, si è giunti, persino, a mettere in discussione la tripartizione dei poteri dello Stato, affermando che quello giudiziario non è un potere autonomo, ma un ordine (con tutte le conseguenze che da questa affermazione deriverebbero).
Si attacca la scuola pubblica, cardine della formazione dei cittadini, a vantaggio di una scuola privata che l’apertura di pensiero dei padri costituenti aveva consentito, purchè senza oneri per lo Stato.
Si piccona il diritto al lavoro, in nome di uno svecchiamento della normativa e di un suo adeguamento all’Europa, dimenticando che la nostra Repubblica è “fondata sul lavoro” e che questo principio, fiore all’occhiello del nostro sistema, ha dato origine ad una legislazione sul lavoro caratterizzata dal “favor lavoratoris”; si enfatizza la flessibilità del lavoro, che si traduce, in realtà, in precarietà.
Si piega l’informazione ad un pensiero unico, sovente caratterizzato da superficialità, pressapochismo, individualismo esasperato, spettacolarità.
Si crea un sistema politico-elettorale nel quale vengono azzerate le posizioni dissenzienti dal pensiero dominante, consentendo solo la presenza di un’opposizione poco più che formale; per maggior garanzia, si sottrae la nomina dei parlamentari alla scelta degli elettori e li si indica (e, quindi, li si nomina) con decisione del partito unico, con unico leader.
Per arrivare, infine, all’attacco al sistema giustizia, mascherato dietro una, questa sì, sacrosanta esigenza di maggior celerità nei processi e di una maggior efficienza, cui, però, non si dà risposta con le riforme proposte.
In realtà, ciò che l’attuale maggioranza vuole ottenere è la messa sotto controllo dell’unico settore, rectius potere, che ha opposto resistenza all’ attacco alla democrazia in atto. E’ noto il livore di Berlusconi verso i Magistrati, rei di averlo messo sotto processo; nascono, così, le norme “ad personam” che hanno messo il Premier al sicuro da eventuali sviluppi processuali negativi.
Per maggiore sicurezza, però, è bene evitare che, per il futuro, si possano verificare casi analoghi e, dunque, occorre limitare l’autonomia della Magistratura (in contrasto con l’art. 104 c. 1 Cost.), dividerla tra Giudici e P.M. (con tanti saluti all’art. 107 c. 3 Cost.), portare il P.M. sotto il controllo dell’Esecutivo, ridurre il Giudice a “bocca della legge” per evitare possibili interpretazioni evolutive, costituzionalmente orientate, delle norme; gerarchizzare ancora di più l’ordine giudiziario, in modo che ne sia più agevole il controllo.
Per ancora maggior sicurezza, si vuole eliminare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, vero baluardo di applicazione concreta del principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., affidando la scelta dei reati da perseguire prioritariamente a quel Parlamento con quelle caratteristiche che abbiamo sopra descritto, certo non autonomo ed indipendente dall’Esecutivo.
E’ facile immaginare che la scelta si concentrerà sui reati di strada, su quelli nei confronti dei “diversi”, dei poveri, dei non omologati, e ciò anche per accontentare l’opinione pubblica; e così, si crea un circolo vizioso, per cui l’informazione enfatizza il tema dell’insicurezza che, come dimostrano i dati statistici, è più avvertita che reale, l’opinione pubblica chiede a gran voce misure più repressive, il Parlamento ne raccoglie l’istanza e detta criteri di priorità e la Magistratura esegue.
Il quadro, insomma, è disperante e dovrebbe esserlo per tutti coloro che hanno a cuore la tutela dei diritti dei cittadini ed i principi della democrazia; e questo malessere dovrebbe essere rappresentato, a livello politico-istituzionale, dall’opposizione parlamentare, opposizione già di fatto indebolita e ridotta dalla scomparsa di una consistente fetta della sinistra.
Ebbene, l’attuale opposizione, il PD in particolare, si limita a gestire il proprio particolare, a risolvere i propri problemi interni, ad accettare, di fatto, la logica imposta dalla maggioranza ed il percorso che ne scaturisce, senza mai una levata di scudi contro l’attacco generalizzato ai principi costituzionali.
Forse è solo questione di debolezza, forse anche da parte del PD si è accettata la regola che sono i sondaggi d’opinione a dettare le linee della politica; il fatto è che i cittadini democratici sono costretti, se vogliono far sentire la loro voce, a dare vita ad associazioni, gruppi spontanei che sono sorti in questi mesi, sempre più numerosi.
Bisogna, dunque, ripartire dal basso e provare a risvegliare gli ideali della sinistra, ideali sempre vivi, ma resi inefficaci dalla presenza di lacerazioni intestine che inducono ad individuare in colui che ha, pur nello stesso schieramento, posizioni dissonanti, il nemico da combattere: è un male endemico della sinistra, proviamo a sradicarlo.
Ed allora, lanciamo un appello non solo a tutti i cittadini che abbiano a cuore la difesa della Costituzione e i principi della democrazia, ma anche a tutti i partiti della sinistra, organizzazioni sindacali, associazioni per ricercare un percorso unitario che consenta di opporsi al tentativo di destabilizzazione istituzionale in atto.

Torino, 16 febbraio 2009
ASSOCIAZIONE NAZIONALE GIURISTI DEMOCRATICI
Tutti coloro che vogliono inviare la propria adesione a questo manifesto possono farlo scrivendo a info@giuristidemocratici.it
www.giuristidemocratici.it
18 febbraio 2009

Il giudice che ha fatto “crescere” i crimini

L’Italia è seconda solo alla Bosnia per i reati più gravi? Sì, forse. Anzi no. All’apertura dell’anno giudiziario, il presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Grechi ha lanciato l’allarme, ripreso il giorno successivo da molti giornali con titoli a tutta pagina. Il nostro Paese, ha detto Grechi, “detiene, con largo margine, il primo posto assoluto in Europa per numero di affari penali relativi a infrazioni qualificate come gravi, pendenti dinnanzi ai tribunali di primo grado. Quanto a numero di reati per abitanti siamo secondi solo alla Bosnia Erzegovina”.

Ma la realtà è un po’ diversa e, anzi, per numero di omicidi, stupri o sequestri di persona l’Italia è più sicura rispetto a tutti i grandi Paesi europei.

“Per scrivere la mia relazione” spiega il presidente Grechi “ho utilizzato le statistiche del rapporto Sistemi giudiziari europei pubblicato nell’ottobre del 2008, ma con dati riferiti al 2006, dalla Commissione europea della giustizia (Cepej)”. Ed è qui che nasce l’equivoco. Il rapporto, infatti, suddivide i reati in due grandi famiglie: piccole infrazioni e infrazioni gravi, ma è ciascun Stato a decidere autonomamente quali reati inserire nell’una e nell’altra categoria. E così risulta che, ogni centomila abitanti, in Italia nel 2006 sono stati compiuti 2.094 reati gravi, in Bosnia 2.441, in Croazia 1938 e in Gran Bretagna (in alto nelle classifiche europee per omicidi) solo 730. Ma, come è spiegato nella nota metodologica che precede le tabelle del rapporto Cepej, “a causa delle importanti variazioni di classificazione utilizzate dai diversi Paesi in materia di infrazioni penali gravi, i dati devono essere interpretati con prudenza, le informazioni fornite possono non dare un’immagine esatta della situazione nei diversi Paesi”.

“Che l’Italia” dice Grechi “sia tra i Paesi più pericolosi dell’Europa, obiettivamente non è vero. L’equivoco nasce dal fatto che noi consideriamo infrazioni gravi cose che per altri non lo sono, Basti pensare che per il furto aggravato la massima pena prevista dal nostro ordinamento è dieci anni di carcere, in altri Paesi evidentemente non è così”.

Secondo il presidente della Corte di Appello di Milano, il problema sta però a monte. Nel fatto, cioè, che sono davvero troppi i reati per cui si ricorre davanti al giudice, con la conseguenza di intasare i tribunali e di dover aspettare anni prima di avere una sentenza definitiva. È per questo motivo che al ministro Angelino Alfano, che sta scrivendo la riforma della giustizia, Grechi dà un suggerimento: “Stavolta bisogna depenalizzare sul serio. È vero che già ora, per gli illeciti amministrativi si ricorre al prefetto, ma poi, se si impugnano i provvedimenti, tutto torna davanti al giudice”. Un esempio?  “Quello delle infrazioni dell’Ecopass del Comune di Milano. I giudici di pace si ritrovano con migliaia di provvedimenti aperti e, in alcuni casi, si ricorre addirittura alla Corte di Cassazione”.

Una giustizia lenta è anche un ostacolo forte dell’economia e frena gli investimenti internazionali. “Secondo la Banca mondiale” dice Grechi “l’Italia è al 156° posto, su 181, per l’efficacia della giustizia civile. Se la Spagna risolve i contenziosi fra aziende in tre mesi e noi in dicei anni, saremo presto tagliati fuori dal circuito economico virtuoso”.

Ma nella sua relazione, il presidente della Corte d’Appello di Milano ha lanciato anche un altro allarme. Quello per l’aumento del numero dei procedimenti per omicidio volontario nel Milanese, che nel 2008 ha raggiunto quota 95.

“Innalzare ulteriormente gli anni di carcere” dice Grechi “ però non serve. Bisogna invece rendere certa la pena, senza escludere la possibilità del recupero del condannato, come è scritto nella nostra Costituzione. In una fase di benessere diffuso certi fenomeni criminali possono essere contenuti, credo purtroppo che la crisi economica porterà invece da un peggioramento della situazione. La miseria infatti non aiuta la convivenza sociale”.

E, fra qualche anno, l’impreciso rapporto del Cepej potrebbe addirittura far vincere all’Italia la medaglia d’oro europea per i reati gravi. Con tanti ringraziamenti della Bosnia Erzegovina.

 

di Marco Romani
 
Per poter verificare il rapporto Cepej: http://www.coe.int/T/dghl/cooperation/cepej/default_en.asp 
Giuseppe Grechi: presidente della Corte d’Appello di Milano
 

17 febbraio 2009

Gay: quell’omicidio anni ’70 che rischia di imbarazzare anche Barack Obama

“Se un proiettile dovesse attraversarmi il cervello, spero almeno spacchi anche le porte dei ripostigli dove siamo rinchiusi” ripeteva spesso, un po’ spaccone, un po’ tenero, come era lui, Harbey Milk, il primo uomo nella storia americana che avesse vinto un’elezione politica ostentando il suo essere omosessuale. Fu profeta due volte, il figlio di un ricco commerciante di tessuti a New York, autoesiliatosi nella città che l’America perbenista e bigotta chiama “Sodomia sull’Oceano”, San Francisco: un proiettile di revolver – anzi due – gli trapassarono la testa alla mattina del 27 novembre 1978 nel palazzo del Comune dove era assessore e proseguirono la loro traiettoria ideale schiudendo la porta dell’ipocrisia e della superstizione che aveva rinchiuso nell’”amore che non osa pronunciare il proprio nome”, secondo la famosa definizione di Oscar Wilde, milioni di cittadini e cittadine americane. Una porta dischiusa, ma non del tutto aperta: spetterà a Baraci Obama decidere se spalancarla per sempre, come aveva promesso, o lasciarla accostata.

Ora che la vita e l’omicidio di Harvey Milk sono diventati un film premiato e splendidamente interpretato da Sean Penn, pubblico e critica americani rimpiangono e applaudono il coraggio di quest’uomo che sfidò le paure paralizzanti della comunità gay di San Francisco e l’odio della città che armò la mano dell’ex poliziotto suo assassino e poi lo condannò a una risibile pena di cinque anni in carcere. Ma è sempre facile rivivere davanti a uno schermo con un secchio di pop corn in grembo un evento che sembra storia superata e dimenticare che questa è invece ancora cronaca quotidiana.

Tra l’avventura umana e politica di Milk nei primi anni Settanta e l’insediamento di Baraci Obama alla Casa Bianca martedì scorso corre il filo ad alto voltaggio politico di un dramma civile, costituzionale, umano ininterrotto nella generazione che ci divide dal suo omicidio e che il nuovo presidente, eletto con grande investimento di dollari, voti e soprattutto speranza da milioni di gay, lesbiche, bisex e trans dovrà raccogliere. Sapendo che il suo ultimo predecessore democratico, William “Bill” Clinton, con quel filo si era bruciato le mani.

Nulla è chiuso, nulla è risolto o finito nella vicenda che il “Sindaco di Castro”, il soprannome che il quartiere gay di San Francisco attorno a Castro Street aveva dato a Milk, aprì trent’anni or sono, quando costrinse, con il coraggio di essere ciò che era, prima di tutto i propri fratelli e sorelle a uscire dalla loro invisibilità, e poi un’intera città a uscire dall’ipocrisia nella quale ancora l’America viveva. Se proprio la California, lo Stato più liberal della nazione, la “riva sinistra”, come la sfottono i conservatori, ha ritirato con un referendum popolare il diritto al matrimonio fra persone dello stesso genere soltanto due mesi or sono, e proprio nel giorno  dell’apoteosi obamiana, il 4 novembre, la corsa di quei proiettili che freddarono Milk non è ancora finita.

Nel mondo che fa capo alla lobby gay, l’Associazione nazionale Lgbt, lesbiche, gay, bisex e trans, questi sono i giorni della speranza e del timore di cadere in un altro sogno per svegliarsi come si svegliarono nel 1993, quando Clinton, dopo essersi infranto contro il Pentagono nel tentativo di cancellare ogni discriminazione sessuale, ripiegò sulla formula piratesca del “non chiedere e non dire”, che da allora è legge.

Se naturalmente su George W Bush nessuno si era fatto illusioni, e la norma aveva raggiunto il grottesco autolesionismo di rari e preziosi interpreti di arabo in Iraq espulsi dall’esercito perché omosessuali, Obama era sembrato portare la promessa della fine dell’ultimo ghetto civile. In una sua intervista del 1996, al giornale gay di Chicago, il Windy City, il giovane Baraci, avviato sulla strada delle elezioni locali, aveva promesso di rimuovere ogni trattamento discriminatorio e di sostenere il diritto ai matrimoni civili. Il vento della politica nazionale e dell’opportunismo elettorale aveva però gelato i sogni. In campagna presidenziale, per non alienarsi l’America devota e retriva, il futuro presidente si era dichiarato a favore del matrimonio riservato a uomini e donne fra di loro. La scelta del più rumoroso predicatore antigay, il reverendo Rick Warren, come celebrante dell’invocazione pre giuramento, sembrava avere spezzato quel filo di speranza che Harvey Milk, con il proprio sangue, aveva cominciato a tessere nella San Francisco degli hippies, dei “beati”, degli “strani”, degli eccessi che negli anni Ottanta avrebbero portato alla devastazione proprio della comunità gay di Castro, sterminata dall’Aids.

Ma Obama essendo Obama, al momento del gelo e delle delusioni, riesce a far seguire subito quello del disgelo e delle illusioni, che anche il suo esaltante discorso inaugurale ha riacceso. Come predicatore di scorta, per l’invocazione nella grande festa pubblica, aveva scelto l’unico vescovo episcopale dichiaratamente omosessuale, Gene Robinson. Per il Te deum nella cattedrale nazionale a Washington, aveva voluto una donna, una reverenda protestante. Nella sua squadra di governo ha scelto come capo del personale, John Berry, gay, lasciando alla guida del coordinamento globale per la lotta contro l’Aids il solo uomo apertamente omosessuale che Bush avesse assunto, Mark Dybul. E il cuore di Harvey Milk ha ricominciato a battere, flebilmente.

E per quanto forte sia stato, negli anni del bushismo e della supremazia repubblicana, lo sforzo per tagliare quel filo che collega il Comune insanguinato di San Francisco alla Casa Bianca, in realtà il cuore non aveva mai smesso di pulsare. Tra promesse di gironi infernali spalancati per l’America “libertina e sodomita” che i falsi profeti come il reverendo Jerry Falwell avevano visto materializzarsi nel terrorismo e negli uragani, segnali della collera divina, il numero di Stati che hanno accettato e legalizzato le unioni fra cittadini dello stesso sesso è continuato a crescere.

Unioni civile con diritti e doveri reciproci affatto simili ai contratti matrimoniali sono legali in 11 dei 50 Stati, compreso la California, dove soltanto la formula, ma non la sostanza, del matrimonio è stata cancellata. In due, Massachusetts e Connecticut, si possono celebrare matrimonio. Aggressioni od omicidi di omosessuali saranno sicuramente inclusi da Obama fra gli hate crimes, i crimini con l’aggravante dall’odio razziale, e se almeno due dei nove giudici della Corte Suprema si ritireranno per anzianità nei prossimi quattro anni è inimmaginabile che il presidente scelga per sostituirli magistrati codini, antigay o antiaboristi, pur tenendo un occhio sulla rielezione nel 2012.

Rimane, eterno nocciolo duro,  l’esercito, la Us Army, quella che oppose tutta la propria  forza nel tentativo clintoniano di aprire definitivamente la porta a tutti, senza patenti sessuali. Mentre la Marina ha tacitamente accettato che anche il sesso sia un effetto secondario inevitabile della convivenza stretta su navi che restano in pattuglia spesso per mesi interi e hanno equipaggi misti (è raro che una portaerei nucleare, con  i suoi cinquemila imbarcati, torni alle basi di Norfolk di San Diego senza almeno una marinaretta incinta) l’Esercito sembra fedele alla tradizione  puritana che George Washington inaugurò, nel 1778 mandando davanti alla corte marziale e poi espellendo con disonore il tenente Frederick Eslin accusato di sodomia. Tradizione che sarebbe continuata ufficialmente fino al 1947, quando i “sodomiti” venivano cacciati con una lettera d’ignominia scritta su carta azzurra. Curiosa coincidenza, questa, con il gergo volgare russo che chiama gli omosessuali galuboj, azzurri.

Sarà quella porta blindata contro la quale le pallottole che uccisero Milk rimbalzeranno, se Obama non la aprirà d’imperio, sapendo che contro di lui si scatenerà la furia di predicatori, reduci, generali in pensione da talk show di destra, nel coro di accuse di voler distruggere il morale della truppa, proprio ora che l’America combatte su due fronti lontani. Non ci sarebbe delusione più grande che quella di vedere un uomo che ha abbattuto le porte del ghetto razziale fermarsi davanti agli steccati dei comportamenti sessuali privati. E forse la notizia che il quattromillesimo soldato americano caduto in Iraq nel gennaio 2008, smembrato da una mina, Alan Rogers, maggiore dell’esercito e per di più pastore battista ordinato, era omosessuale dichiarato, e che i suoi colleghi e subordinati lo avevano protetto, potrebbe aiutare Obama a spingere anche questa porta. A Rogers è stata conferita la medaglia di bronzo postumo, da un Esercito che comincia a ricordarsi di quello che Shakespeare fece dire al suo ebreo di Venezia: “Se feriti, non sanguiniamo anche noi ebrei?”. E se ci sparano, avrebbe potuto aggiungere Harvey Milk, non moriamo anche noi gay?.

 

Vittorio Zucconi

Harvey Milk durante una manifestazione

 

16 febbraio 2009

La nuova costituzione boliviana, un passo avanti per i diritti umani

      Il presidente della Bolivia Evo Morales
 
Una vittoria per tutta l’Umanità, una vittoria di tutti i movimenti, un passo in avanti per quanti si battono per i diritti umani, la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente, un’economia solidale e la pace. La nuova Costituzione boliviana approvata ieri con un referendum (i dati precisi saranno diffusi solo il 20 febbraio), rappresenta una giornata storica per la Bolivia che vede attraverso la partecipazione democratica ed il protagonismo della società civile e dei movimenti compiere un passo sostanziale in avanti per l’affermazioni di nuovi e vecchi diritti. Plurinazionalità, riconoscimento (finalmente..) dopo 500 anni dei diritti dei popoli originari, diritto all’acqua, rifiuto della guerra e di basi militari straniere sul proprio territorio, riconoscimento dell’economia comunitaria, difesa dei beni comuni, sono alcune delle conquiste previste dalla nuova Costituzione.
Una Costituzione che è il frutto di un percorso di partecipazione e di mediazione tra tutte le componenti della società boliviana iniziato circa due anni fa con l’istituzione e l’elezione dell’Assemblea Costituente e conclusosi lo scorso 25 gennaio.
Nel mezzo della crisi globale provocata da un modello economico incentrato esclusivamente sulla crescita, sulla devastazione ambientale, sullo strapotere degli organismi finanziari internazionale e di poche decine di multinazionali e sullo svuotamento dei valori e delle regole del diritto internazionale, la risposta della società boliviana è nel segno della speranza e dell’inclusione, della partecipazione e dell’affermazione di nuovi e vecchi diritti troppo spesso calpestati in tutto il mondo. Un segnale di grande civiltà e di speranza per tutti e tutte.
Ci appare dunque incomprensibile l’atteggiamente delle agenzie di stampa italiane impegnate a battere note che sembrano uscite dai consigli di amministrazione di qualche grande multinazionale o dall’ufficio stampa della BM o del FMI. Dalle note emerge ancora una volta come il diritto all’informazione sia sempre più una chimera per noi italiani, travolti e stravolti da una informazione gestita o dal presidente del consiglio o da gruppi economici legati a doppio filo con il modello che ha trascinato l’umanità nel baratro di una crisi globale e che invece di fare autocritica continua a tenersi stretti i propri privilegi. E’ davvero curioso ed inquietante allo stesso tempo verificare dalle agenzie di stampa come la preoccupazione principale sia quella legata al punto di vista dei latifondisti boliviani preoccupati di perdere privilegi costati la vita e la dignità di milioni di altri esseri umani. Come spesso ultimamente accade, il punto di vista degli esclusi, degli emarginati, della maggioranza della popolazione che vive con difficoltà o con stenti la propria esistenza, lascia il posto alle preoccupazione di qualche decina di multimilionari che non potranno più continuare a fare affari d’oro ma dovranno "accontentarsi" di fare profitti normali. Ci appare davvero grottesca l’interpretazione che emerge dalla stampa italiana preoccupata più della possibile rielezione del presidente Evo Morales, il primo indigeno presidente del sudamerica (così come prevedono anche le nostre costituzione), che delle conquiste fatte dai boliviani in materia di diritti umani fondamentali!
Uno stravolgimento della realtà spiegabile solo attraverso il rovesciamento di valori e realtà in cui si esercitano giornalmente la maggior parte di coloro che gestiscono l’informazione italiana, completamente identificata (più che asservita) in un modello di società fondato sull’esclusione, il razzismo e la violazione sistematica dei diritti. La stessa stampa infatti omette notizie legate alle violazioni dei diritti umani compiuti dalle imprese italiane o europee, da molti nostri governi ed appare stranamente ceca davanti a crimini aberranti commessi da "alleati" mentre esalta il ruolo di presidenti eletti con la frode, la violenza e la corruzione, purchè allineati con le posizioni di quei paesi che pensano ancora di poter "guidare" il mondo a loro immagine e somiglianza, con buona pace di chi pensa che ci debba essere un mondo capace di accogliere tutti i mondi.
La stampa italiana ha scelto di stare dalla parte dei latifondisti di Santa Cruz, quelli che esaltano apertamente il nazisimo ed il fascismo, che parlano sfacciatamente (come Hitler) di superiorità della razza, che armano paramilitari per andare a massacrare poveri ed inermi indigeni, che fanno inginocchiare in piazza contadini e donne indigene per umiliarli pubblicamente trattandoli da animali da soma, che chiamano il presidente Morales "scimmia" e "indios di merda", che incitano alla violenza ed alla secessione della Bolivia, che chiedevano a Bush un intervento militare per fare con le armi quello che non possono fare con i voti e la democrazia, gli stessi che preparavano un colpo di stato. Questa stampa e questi politici hanno scientificamente scelto da che parte stare e sanno bene che per difendere i loro privilegi la maggior parte della popolazione deve pagare un prezzo altissimo, fatto di povertà, precarietà, disoccupazione, privazione di diritti e criminalizzazione della protesta sociale.
Del resto l’idea di utilizzare lo Stato per dare centinaia di miliardi alle banche e tagliare i fondi per la scuola, la formazione, la sanità, sottolineano più di ogni altra parola la scelta di campo fatta da chi ci governa e da chi gestisce la gran parte dell’informazione. I vantaggi di pochi li pagano i molti. La crisi da loro provocata la dovremmo pagare noi e continuare a fare sacrifici per mantenere i privilegi di pochi all’interno di un modello che professava attraverso il liberismo lo sviluppo ed il progresso e che ha invece non solo clamorosamente fallito ma esportato bombe per difendersi e lasciato indietro la maggioranza dei cittadini per andare avanti, trattando il pianeta ed i suoi beni comuni come una discarica o semplici merci da utilizzare per fare profitto. La società boliviana approvando la Costituzione ha deciso che in Bolivia non sarà più così. Questa è la direzione giusta per uscire dalla crisi. Solo attraverso il rispetto dei diritti umani fondamentali, della giustizia sociale e dei diritti della natura è possibile costruire democrazia e lasciare un mondo vivibile alle future generazioni.
La società civile italiana ed i molti movimenti impegnati nel nostro paese a difendere ormai i più elementari diritti calpestati dal governo e dalle imprese che con esso fanno affari, tutti quelli che vengono criminalizzati solo per essersi battuti per la difesa del diritto all’acqua, al territorio, alla partecipazione, alla salute, alla casa, alla pace e ad una vita degna, guardano invece con profonda ammirazione quanto il popolo boliviano è riuscito a fare in questi anni e vedono nell’approvazione della Nuova Costituzione un passo avanti enorme per la democrazia.
Forse varrebbe la pena per una volta avere un atteggiamento più rispettoso dei popoli del sud del mondo ed immaginare che questa volta siamo noi a poter imparare da loro.

Giuseppe De Marzo http://www.asud.net

 
13 febbraio 2009

Chiesa avida e simoniaca. Non si pente, ma rivuole tutti i 35 milioni persi di 8 per mille

E meno male che doveva occuparsi delle anime. La cosa fu subito smentita quando ci si accorse del suo morboso interessamento ai corpi, altro che alle anime, specialmente al di sotto dell’ombelico e tra le gambe. Ma ora non si vergogna di esagerare. Tanto, ormai, così pochi cattolici vanno in chiesa che la Chiesa non ha nulla da perdere. La faccia? Ma quella l’ha persa già 2000 anni fa, quando si inventò a tavolino una vicenda romanzesca che nessuno dei tanti storici dell’epoca, stranamente, ha registrato.
Ma torniamo all’oggi. Il problema morale è: l’avidità è una virtù cristiana o un vizio?
La "verità", vista dal soglio pontificio, conoscendo le sottigliezze causidiche ecclesiastiche, dovrebbe stare nel mezzo. Probabilmente è una "virtù" quando ha come soggetto la Chiesa, un vizio quando riguarda gli altri.
Che è successo? E’ di oggi la notizia che la Chiesa cattolica romana (il "Vaticano" non c’entra, amici Radicali ormai troppo diplomatici e politicamente corretti), abituata alle "donazioni" e alle ricchezze materiali da una antichissima tradizione che risale addirittura a Costantino, sempre nostalgica del potere temporale, avvantaggiata ingiustamente, contro l’abc di uno Stato laico liberale, dallo scandaloso meccanismo dall’8 per mille, unico al mondo, lamenta di aver incassato nell’ultimo anno 35 milioni di euro di meno rispetto al penultimo.
Una tragedia? No, una dolorosa farsa. Condita di jattanza e arroganza. Insomma, non c’è alcun "mea culpa".
La Chiesa non deve avere un "fatturato" come la Fiat. A meno che non venda indulgenze o potere, o compri adesioni di politici, amministratori o giornalisti atei devoti, cosa impossibile sapendo quanto è avara.
E lo scandalo è che non "si pente" (per usare il suo linguaggio farisaico, che non è il nostro) di questa tendenza simoniaca a scambiare il carisma col potere, e il potere con la ricchezza in denaro. Un’avidità crescente che se noi fossimo cattolici, e cattolici severi, alla Capitini, ma perfino alla Jemolo, grande cattolico liberale, bolleremmo come scandalosa, demoniaca (sempre per usare categorie linguistiche chiesastiche).
Davvero, non si può dare torto a Pannella quando critica la Chiesa da capitiniano offeso, non da anticattolico. Pochi ricordano che Marco è stato un allievo fedele del teologo umbro, grande moralista cattolico, teorico della non-violenza e vegetariano.
Ma la Chiesa, sempre intendendo le sue alte sfere, non è neanche sfiorata da alcun dubbio, se diminuiscono le entrate, oltretutto abusive. Non salta neanche in mente alle furbissime gerarchie della Chiesa romana di ridurre le uscite, no. Come corrotti politici qualunque, su quelle somme ormai ci hanno fatto l’abitudine, si sono impegnati, quelle somme già se le sono giocate, le hanno "scontate", su quelle cifre hanno scritto i bilanci ordinari e le previsioni di bilancio per gli anni avvenire.
La soluzione delle ineffabili gerarchie alla "crisi" momentanea? Semplice: convincere sempre più persone a tornare a fare le laute elargizioni del passato.
Ma la Chiesa non cambia, no. Tira dritto. La Chiesa non interpreta questo calo come una critica, come caduta verticale della propria immagine pubblica, magari a causa dei funerali negati al buon cattolico Welby o della crudeltà mostrata verso le coppie costrette alla fecondazione medica o verso i malati terminali e senza speranza tenuti in vita artificialmente. Non lo vede, come invece dovrebbe, come il segno allarmante della crescente sfiducia dei cittadini cattolici verso Papa, cardinali e vescovi, sempre più integralisti simil-islamici, che mettono bocca su tutto e su tutti senza avere nessuna speciale autorità morale (basta pensare alle migliaia di casi di pedofilia criminale), ma non sui propri privilegi. Neanche gli viene in mente che si sono esposti un po’ troppo in politica, facendo addirittura rimpiangere i tempi del "clericalismo moderato" della Democrazia Cristiana.
Macché, pensano che basti una nuova e più efficace campagna pubblicitaria. Come se fosse la "Nutella". Se il prodotto Chiesa "va meno" nel 2008, basta cambiare art director e copy writer. Gli slogan degli appelli sui giornali vanno un attimino rivisti e migliorati. Serviranno più abili persuasori occulti per convincere sempre più gente, disattenta, anziana, disinformata, ad abboccare all’amo.
Ma a che cosa gli serviranno poi tutti quei milioni di euro in più? I malevoli sospetteranno che saranno utilizzati per rifondere le diocesi delle centinaia di risarcimenti milionari a cui sono state condannate (violenza carnale o circonvenzione di incapace) per il comportamento dei preti pedofili in America, in Asia, in Africa, in Europa, nel Mondo tutto. Non si chiama, dopotutto, Chiesa "Cattolica", cioè universale? Elementare, Watson.
 
Nico Valerio salon-voltaire.blogspot.com
12 febbraio 2009

Le migrazioni in Europa, cosa cambia e cosa no

Un recente rapporto pubblicato da Eurostat (1) permette di ricostruire l’andamento dei movimenti migratori nel contesto dell’Europa a 27 membri e delineare il profilo dell’immigrazione sia di provenienza comunitaria che extracomunitaria.[1]

ingrandisci fig.1_flussimigratori_dibart..jpg

Nel periodo 2002-2006, le migrazioni interne all’Unione hanno subito un forte incremento a fronte, invece, di una lenta crescita dei flussi provenienti da paesi extracomunitari (figura 1). In particolare, i movimenti interni hanno registrato un tasso medio di crescita annuale pari al 10%, su cui ha sicuramente influito il processo di allargamento.

 

La direzione dei flussi

Ma verso quali paesi si sono diretti questi flussi? Nel 2006 più della metà dei tre milioni di immigrati sono stati accolti da Spagna (803 mila), Germania (558 mila) e Regno Unito (452 mila). L’Italia nel 2006 è rimasta lontana da questi livelli, con circa 300 mila iscrizioni dall’estero per oltre l’85% di cittadini stranieri. Il ruolo attrattivo della Spagna è confermato anche dalla lettura dei dati in termini relativi: con 18,4 immigrati ogni 1000 abitanti, il paese iberico si pone saldamente al di sopra della media dell’Unione (6,3‰), dietro solamente a Lussemburgo (29,3‰), Irlanda (19,9‰) e Cipro (18,9‰).

ingrandisci fig.2_flussimigratori_dibart..jpgDall’analisi per aree di provenienza (figura 2) emerge che il 60% dei flussi del 2006 è giunto da paesi extracomunitari, mentre il 40% da paesi membri. Fra i primi, il maggior numero di immigrati è arrivato dal Marocco (140 mila), dall’Ucraina e dalla Cina (circa 90 mila per entrambe). All’interno dell’Unione Europea, invece, i flussi più numerosi sono stati quelli provenienti da Polonia (290 mila), Romania (230 mila) e Regno Unito (circa 100 mila). Tuttavia, se consideriamo le dimensioni relative del fenomeno (immigrati ogni 1000 abitanti nel paese di origine), sono gli immigrati romeni a prevalere (10,6‰), seguiti dai polacchi (7,6‰) e dagli slovacchi (7,4‰).

 

Inoltre, analizzando le traiettorie dei flussi migratori emerge come esse differiscano fortemente in base al paese di origine. Mentre infatti alcuni immigrati sono attratti solo da alcuni Stati europei dove tendono a concentrare tutte le loro spinte migratorie (e.g. i flussi dei cittadini polacchi verso Germania e Regno Unito e dei romeni verso Spagna e Italia), altri mostrano una maggiore diversificazione nella scelta del paese di destinazione, senza denotare particolari preferenze per l’uno o per l’altro paese (e.g. i flussi di cinesi, turchi e russi).

 

Prevalgono le migrazioni da lavoro, più uomini si dirigono ad est e più donne al sud

Dalla lettura dei dati di flusso del 2006[2], emerge il profilo classico del migrante uomo in età lavorativa. Tuttavia, da un’attenta analisi emergono notevoli differenze per area di provenienza e quindi paese di destinazione.

L’immigrazione proveniente dagli stati extracomunitari sembra essere più bilanciata in termini di genere contando 108 uomini a fronte di 100 donne (contro 125 a 100 degli immigrati interni all’Unione Europea). La prevalenza maschile è particolarmente accentuata negli immigrati trasferitisi nei paesi dell’est europeo, come ad esempio Slovenia, Lituania, Slovacchia, Romania e Repubblica Ceca. Al contrario, la presenza femminile prevale nei flussi diretti verso i paesi dell’Europa meridionale, ovvero Cipro, Portogallo, Malta, Francia ed Italia, dove sembra assumere un’importanza sempre più rilevante la tendenza alla femminilizzazione dei flussi migratori in cui è la donna ad emigrare per prima, motivata sempre più da progetti individuali di natura lavorativa e non più solamente dal desiderio di ricongiungersi al partner. Oltre ad essere più equilibrati in termini di genere, i flussi extracomunitari sono anche caratterizzati da un’immigrazione più giovane con un’età mediana pari a 27,7 anni contro i 30,1 dei cittadini comunitari.

 

Nuovi e vecchi scenari coesistono nell’immigrazione diretta verso l’Unione Europea

In sintesi, il quadro che emerge dall’analisi dei dati sull’immigrazione nei paesi dell’Unione Europea è alquanto eterogeneo, ma non mancano caratteristiche comuni e punti importanti da sottolineare. Si osserva la coesistenza di nuovi scenari accanto alla resistenza di quelli vecchi, attraverso la contrapposizione tra le crescenti migrazioni interne e il consolidamento di quelle più tradizionali dai paesi extracomunitari.

Mantengono un’importanza rilevante in termini di attrattività le classiche mete d’immigrazione europea, vale a dire Germania e Regno Unito, mentre emerge la Spagna come nuova meta privilegiata dagli immigrati, lasciando supporre un collegamento tra la recente importante crescita economica del paese e le ottime performance degli immigrati nel mercato del lavoro spagnolo (vedi C. Finotelli, Gli ingredienti del sorpasso:Immigrazione e crescita economica in Spagna). I flussi maggiori diretti verso i paesi dell’Unione provengono da Polonia, Romania e Marocco.

Riguardo al profilo del migrante, la figura dell’uomo in età lavorativa è ancora il modello predominante nei flussi diretti verso l’Unione anche se, da un’analisi più dettagliata, emergono dinamiche molto diverse a seconda dell’area di destinazione dei flussi

 Anna Di Bartolomeo* © neodemos.it

 

Bibliografia

(1) Herm A., Recent migration trends: citizens of EU-27 Member States become ever mobile while EU remains attractive to non-EU citizens, Eurostat, Statistics in Focus n. 98/2008. http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-SF-08-098/EN/KS-SF-08-098-EN.PDF

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[1] I dati sono tratti dalle fonti ufficiali degli Stati membri. In presenza di dati mancanti e differenti definizioni usate, Eurostat ha provveduto ad effettuare delle stime al fine di garantire la comparabilità delle informazioni disponibili.

[2] I dati per sesso, età, distinti per paese di destinazione includono i cosiddetti immigrati di ritorno (coloro che si trasferiscono nello stato di cui possiedono la cittadinanza). Nel 2006 questi flussi migratori sono stati pari a 500.000 persone.

11 febbraio 2009

International Observatory: 13° Rapporto Annuale sulla pedofilia on line

 

 

Il “Tredicesimo Rapporto Annuale sulla pedofilia on line” di Telefono Arcobaleno denuncia l’agghiacciante scempio di bambini che si è consumato in questi anni, che non ha nulla di virtuale ma si realizza con quell’abominevole violenza che la furia criminale dei pedofili vuole fotografare e filmare per perpetuare quell’orrore infinite volte nel tempo e nello spazio. Uno scempio di bambini che si è nutrito e avvantaggiato del silenzio spaventoso delle persone oneste, oltre che delle speculazioni economiche che continuano a prevalere con forza su quelle etiche, morali e umanitarie.

Venti miliardi di scambi nel web hanno scandito la circolazione di oltre un milione e settecentomila immagini dello strazio di 36.149 bambini, il 42% dei quali ha meno di 7 anni e il 77% ne ha meno di 9.

Uno scenario che disintegra la credibilità delle istituzioni nazionali e sovranazionali, che annienta i valori di libertà e dignità della persona umana e persino la credibilità di ciascuno di noi.

Stati Uniti d’America, Germania, Russia, Regno Unito, Italia, Francia, Canada e Giappone, il “G8” ovvero i cosiddetti “Paesi industrializzati”, insieme a Spagna e Polonia, rappresentano i tre quarti dei clienti del pedo-business, dell’unico mercato al mondo capace di porsi al di sopra della morale e al di fuori della coscienza e di disporre impunemente della vita altrui. Un mercato formalmente illegale ma di fatto libero, se è vero, come è vero che chiunque di noi in questo momento può estrarre dal portafoglio la propria carta di credito, scegliere razza, età, genere di perversione sessuale, tratti somatici della bambina preferita, e acquistare pressoché impunemente la propria collezione fotografica o il proprio film pedofilo.

Un mercato che non conosce crisi, che è cresciuto del 149% negli ultimi sei anni mentre in Europa si discuteva di questioni assai marginali, come il “grooming on line” o i filtri statali dei contenuti di internet, i quali minacciano la libertà della rete restando inoffensivi per le organizzazioni criminali, che continuano a crescere del tutto insensibili alle punture di spillo che ricevono.

Alcuni Paesi hanno addirittura introdotto norme che delegano la polizia e non i giudici a discernere i contenuti legali da quelli illegali da oscurare, ponendosi in tal modo in netto contrasto con i fondamentali principi di diritto universalmente riconosciuti.

Internet ha il merito di avere svelato al mondo la furia criminale dei pedofili, e proprio per questo, perché è lo specchio che parla alla coscienza degli uomini, suscita sentimenti contrastanti, paure e desideri di dominio e di censura, nonostante il suo straordinario valore per l’umanità e per la democrazia.

Tredici rapporti annuali hanno scandito un percorso nel quale Telefono Arcobaleno – l’Organizzazione che per prima nel mondo ha affrontato e contrastato la pedofilia on line – continua a mantenere fede ai propri principi di indipendenza e di autonomia, con la consapevolezza che la materia trattata, quella della denuncia dello sfruttamento sessuale dei bambini, rappresenta il più valido ed efficace strumento per misurare il valore dei governi e della democrazia nell’intera comunità internazionale

Meno dell’1% dei bambini vittime della pedofilia on line è stato identificato; questo dato basta da solo a segnare l’esigenza di riallineare la lotta alla pedofilia sugli obiettivi prima ancora che sulle strategie da adottare.
 

11 febbraio 2009

Chi, con grande fatica, salva i bimbi del Laos dal turismo sessuale.

È di qualche giorno fa l’inaugurazione di nuovi centri di recupero per bambini e adolescenti vittime di sfruttamento sessuale nel Laos. L’iniziativa è dell’Ecpat Italia, network internazionale che lotta contro la pedofilia, e di Rock No War, associazione di volontari attiva da anni sul fronte della solidarietà  e della tutela dell’infanzia. Nei centri di Savanaketh saranno cos’ ospitati tra i quaranta e i sessanta minori.  Verranno garantiti loro cibo e alloggio, assistenza sanitaria, servizio psicologico, consultorio e corsi professionali per raggiungere l’indipendenza economica.

L’attività di recupero dei minori in Laos è faticosa: una bambina su tre fugge dai centri per tornare in strada o nei bordelli.

Molte , infatti, non riescono a capire come un centro di volontari possa rappresentare un’opportunità preziosissima per l’affrancamento dalla schiavitù. Al contrario, a volte i centri vengono vissuti come una limitazione che stravolge la routine del sesso a pagamento, un orrore che dà ai minori effimero benessere ed emancipazione.

Nel Sud-Est asiatico, inoltre, c’è il maggior numero di vittime del traffico mondiale legato allo sfruttamento sessuale. E, dal Laos, molti ragazzini vengono deportati nei bordelli di mezza Asia.
 
di Carlo Ciavoni Il Venerdì
 
 

IL CONTESTO

E’ dal Sud-Est asiatico che viene il maggior numero di vittime trafficate a scopi di sfruttamento sessuale. La crescita del turismo sessuale in quest’area è uno dei fattori che contribuisce all’incremento del fenomeno della tratta. Dal Laos vengono trafficati molti bambini che sono condotti in Vietnam e Filippine, costretti a prostituirsi. ECPAT-Italia insieme a Rock No War ha avviato un progetto che consiste nella costruzione di un nuovo centro di recupero delle bambine e minori vittime di sfruttamento sessuale, nella città di Savanakethuna. Il centro, di cui vedete alcune foto delle prime costruzioni, verrà inaugurato il 15 gennaio 2009. L’organizzazione locale che si occuperà di gestire il progetto è AFESIP.

L’ORGANIZZAZIONE LOCALE

AFESIP combatte il traffico a fini di sfruttamento sessuale di donne e ragazze. Provvede alle cure complete e al recupero per tutte coloro che sono salvate dal traffico. Offre formazione professionale alle donne e ragazze per far si che si integrino nella comunità e che acquisiscano indipendenza economica in modo sostenibile e innovativo. AFESIP vuole anche combattere le cause e le conseguenze della tratta di persone per sfruttamento sessuale attraverso un lavoro ad ampio raggio con la prevenzione; sensibilizzazione e campagne e attraverso la presentazione e la partecipazione nei dibattiti nazionali, internazionali e regionali, sui temi concernenti le donne.

La sede internazionale di AFESIP è situata a Phnom Penh in Cambogia, e funziona come meccanismo di supporto alla rete globale di AFESIP. AFESIP è presente in Cambogia, Laos, Thailandia e Vietnam.

IL PROGETTO

Il progetto, in cui è inserita la costruzione del centro di recupero, utilizza un approccio completo per riabilitare, reintegrare e rimpatriare le vittime di traffico e di sfruttamento sessuale.

1. Riabilitazione

Il centro di riabilitazione ha l’obiettivo di preparare i residenti all’integrazione fornendo:

  • alloggio sicuro, cibo, vestiti, prodotti giornalieri igenici necessari
  • assistenza sanitaria attraverso cliniche e ospedali
  • servizio psicologico e di consultorio
  • corsi di formazione educativi e professionali o apprendistato (cucito-ricamo-parrucchiere.-elettronica – cucina- guida.. )
2. Individuare e prevenire il traffico e lo sfruttamento

Attraverso le attività esterne il gruppo di servizio sociale insieme agli educatori visitano regolarmente le donne nelle aree di traffico come le stazione degli autobus e nei villaggi a rischio. Gli obiettivi sono i seguenti:

  • distribuire volantini e informazione sulla prevenzione del traffico e dello sfruttamento sessuale
  • Proteggere e consigliare opportunità di lavoro alternative
  • Raccogliere informazioni
  • Distribuire materiale sull’igiene

Queste attività sono realizzate nella provincia di Vientiane e nella capitale, nelle province Savanakhet, Champassak e altre altre province del nord.

3. Impresa sociale

Il progetto stabilirà attività tese a generare redditto su base associative in alcuni settori redditizi che servono anche come terreno di formazione per le persone in riabilitazione. Queste attività possono includere:

  • salone di parrucchiere aperto al pubblico per formazione a donne e bambine
  • ristorante aperto al pubblico utile per formazione a donne e bambine
  • produzione agricola e di artigianato
  • produzione che verrà usata per acquistare materiali grezzi e attrezzi

Tutti i profitti saranno reinvestiti per creare altri posti di lavoro.

4. Reintegrazione e programmi di follow up

L’obiettivo principale è quello di appoggiare l’integrazione delle vittime nelle loro comunità attraverso l’indipendenza economica sostenibile, dopo il processo di abilitazione. Al fine di facilitare l’integrazione verrà fornito un kit per avviare un’impresa. Sia in beni (stock per una micro-impresa) che in denaro (attraverso il microcredito) utilizzate come fonte di attività che genera reddito.


Vuoi aiutare la Comunità di Recupero AFESIP in LAOS?
Puoi aderire scaricando e compilando
questo modulo: per maggiori informazioni e per le istruzioni dettagliate puoi consultare le FAQ del Sostegno.

Per saperne di più: www.ecpat.it    www.rocknowar.org

10 febbraio 2009

Elezioni in Israele: dimenticare il “complesso del ghetto”

Fu Itzhak Rabin che al suo discorso di insediamento esortò il popolo di Israele a dimenticare il “complesso del ghetto”, cioè a uscire dall’isolamento e ad iniziare a guardare avanti. Alla vigilia delle elezioni in Israele, che si terranno oggi 10 febbraio, quel discorso sembra completamente dimenticato.

Il Paese sembra aver fatto un incredibile passo indietro se è vero che Avigdor Lieberman, leader del partito di estrema destra Israel Beitenu, potrebbe anche superare i laburisti insediandosi al terzo posto dietro al Likud di Binjamin Netanyaho e a Kadima di Tzipi Livni, rispettivamente (secondo i sondaggi) al 27 e al 25 percento, diventando così l’ago della bilancia. In Israele infatti si sentono sempre di più gli slogan tanto cari a Lieberman, slogan razzisti e ultra-conservatori che inneggiano all’odio verso gli arabi e che pretendono dagli arabi che vogliono la piena cittadinanza israeliana di giurare fedeltà allo “Stato ebraico”, dimenticando spesso che i cittadini israeliani di origine araba sono il 20% della popolazione.

Nahum Barnea, uno dei giornalisti più stimati in Israele, sostiene che “il successo di Lieberman che emerge dai sondaggi indica il grado di panico della società israeliana”, un panico che necessita di uno “spaventa corvi” che gli israeliani voglio piazzare in mezzo al prato della politica nella speranza che gli arabi siano i corvi. Ecco, Lieberman viene visto da molti come lo spaventa corvi. Il problema, sostiene ancora Barnea, è che il panico è reale mentre Lieberman no.

Sul panico ci hanno giocato un po’ tutti, non solo Lieberman. Ci ha giocato Kadima quando ha deciso di attaccare in maniera così pesante la Striscia di Gaza. Ci ha giocato il Likud accusando Kadima di non aver affondato il colpo su Hamas. E infine ci ha giocato il partito laburista che non esclude, per bocca del suo leader Ehud Barak, una coalizione proprio con il partito di Lieberman.

C’è molto più panico oggi nella popolazione israeliana di quanto ce ne fosse nei loro genitori e nonni quando veramente Israele era circondata da nemici che miravano al suo annientamento. Eppure se si guarda bene, seppur circondata da Paesi arabi, oggi Israele non è più assediata dai nemici come lo era sessantanni fa. L’Egitto è diventato un prezioso alleato e mediatore, la Giordania ha ottimi rapporti con Gerusalemme. Rimangono la Siria ed Hezbollah a nord e in parte, per quel poco che possono realmente fare, gli estremisti di Hamas. Certo, c’è l’Iran che ha allungato le sue mani in Medio Oriente e che finanzia Hezbollah e Damasco, che ha un programma nucleare che fa paura (non solo a Israele). Ma considerare i Mullah alla stregua di un “pericolo imminente” mi sembra onestamente esagerato.

Non voglio con questo sminuire il pericolo rappresentato da Teheran soprattutto attraverso Hezbollah e in parte attraverso Hamas, ma da qui a soffrire del complesso dell’isolamento, quello che Rabin chiamava “complesso del ghetto”, ce ne corre.

Purtroppo di Rabin in Israele non ce ne sono più. Non ci sono oggi come oggi politici in grado di tranquillizzare gli israeliani senza dover prendere un fucile in mano, senza dover fare una guerra o ventilarne una. Oggi “l’attacco a Israele” viene visto in tutte le cose, in tutti gli atteggiamenti critici più che legittimi, in tutte le condanne rivolte a Gerusalemme dal mondo occidentale e dall’Onu. Tutti contro Israele e Israele contro tutti. Se non è “complesso del ghetto” questo, allora cosa è?

Attenzione, non sto dicendo che la vita per Israele sia una cosa semplice, sto solo dicendo che sarebbe bene che gli israeliani affrontassero i loro problemi anche insieme alla comunità internazionale e non dando “un voto di paura” ad Avigdor Lieberman, un razzista, un uomo accusato di riciclaggio di denaro sporco, di traffico internazionale di armi e che con ogni probabilità è legato alla mafia russa. Non si esce dall’isolamento isolandosi ancora di più.

Domani tutto il mondo guarderà a Israele perché con ogni probabilità da queste elezioni si deciderà il futuro del Medio Oriente, un futuro che può essere di pace o di guerra. Gli indecisi sono tanti, speriamo che siano l’ago della bilancia in senso positivo, che diano cioè il loro voto a coloro che possono governare senza l’appoggio di Lieberman. In caso contrario tutto sarà possibile, l’unica cosa che purtroppo non sarà possibile e che Israele esca da quel ghetto dove si è cacciata da sola.

 

Franco Londei secondoprotocollo.org

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