Camorra: l’ultimo affare milionario. 1500 forni abusivi di pane. Cotto con la legna delle bare.

Napoli. Non gli importa se i gatti si avventano sulla pizza che ha appena sfornato o se  i topi mangiano la farina dai sacchi lasciati aperti per terra, tra fango e spazzatura. Non gli importa se il tavolo dove mette il pane a lievitare è ricoperto di escrementi di piccione o se il vento fa cadere nell’impasto le ragnatele che penzolano dal soffitto. E non gli importa neppure se nel forno dove cuoce deve smaltire le bare mezze marce delle esumazioni dei cimiteri di Napoli e Caserta, o bruciare materiali tossici, scarti di industrie chimiche e copertoni d’auto. A Salvatore, panificatore improvvisato, tutto questo non interessa. Lui continua a lavorare e a sfornare panini, pizze e sfilatini per tutta la notte e la prima mattinata. Dal lunedì alla domenica. La sua unica preoccupazione è quella di riuscire a caricare i furgoncini che passano a ritirare il pane. Poi tutto il resto è normale.

Nell’industria del pane abusivo della provincia di Napoli – un giro d’affari di oltre cinquecento milioni di euro l’anno – non c’è niente di strano, niente che non si possa fare. Tutto è lecito, purché a fine giornata ciascun forno abusivo abbia prodotto dai duemila ai quattromila pezzi di pane. Nel Napoletano sono circa millecinquecento i panifici segnalati dai cittadini ai carabinieri, al numero verde istituito dalla Provincia e alla associazione regionale panificatori, la Unipan. Ma, secondo una stima dell’assessorato provinciale dell’agricoltura, ce ne sarebbero altrettanti sparsi tra le campagne e i vicoli di Nola, Caivano, Cardito e Giuliano.

Per produrre pane abusivo, a Napoli e dintorni, basta avere una baracca o un garage, la voglia di faticà e il permesso del clan della zona. È il clan che ti rilascia l’autorizzazione, ti procura la farina e, con quella, i materiali da bruciare nei forni. È il clan che ti indica a quali negozi e supermercati puoi e devi vendere il pane, ti affianca la manodopera clandestina e persino l’avvocato se qualcosa dovesse andare storto e i carabinieri dovessero mettere i sigilli al forno. Proprio come è successo a Salvatore, difeso dalla cognata del boss della zona.

Afragola, terra del clan Moccia, è il regno della panificazione abusiva: in poche settimane, sono stati scoperti centodieci forni. In una sola strada, via Calvanese, i carabinieri ne hanno trovati nove. “Il pane per la criminalità è diventato una fonte di guadagno di milioni di euro l’anno” spiega il colonnello Gaetano Maruccia, comandante provinciale dei carabinieri di Napoli: “Permette di riciclare denaro, controllare e stabilire il costo della farina su tutto il territorio campano e, di conseguenza, anche il prezzo di vendita del pane e persino la quantità che deve essere prodotta”. A gestire l’intera filiera del mercato parallelo della panificazione, assieme al clan Moccia, sono anche le famiglie Polverino di Maraso e Russo di Nola. Ed è proprio con gli scarti delle nocelle, le nocciole, che arrivano dalle campagne di Nola, che la camorra avvelena il pane. Ogni giorno, i clan dirottano nei forni abusivi tonnellate di gusci di nocciole trattate con antiparassitari, scarti dell’industria alimentare, che per legge dovrebbero essere smaltiti come rifiuti speciali perché tossici.

Non solo. Con i gusci, la camorra, brucia nei forni anche porte laccate, tavoli, scheletri di divani e poltrone. A Pozzuoli, alcuni conducenti della ditta che ha in appalto la raccolta differenziata, scaricano interi salotti, cucine e vecchi infissi in legno davanti ai forni abusivi.

La camorra arriva dove si ferma l’immaginazione: “È in mano ai clan anche la gestione dei servizi cimiteriali dei territori di Napoli e Caserta” denuncia Tommaso Pellegrino, ex segretario della Commissione bicamerale antimafia, “ed è sempre la camorra che si occupa delle cremazioni delle esumazioni e dello smaltimento delle bare”. Smaltimento rapido e a costo zero. Il Nas, il Nucleo antisofisticazioni e sanità dei carabinieri, durante blitz notturni all’interno dei forni abusivi ha trovato decine di bare tagliate, pronte per esser utilizzate per la cottura del pane. Ma come per tutti i legnami trattati compresi i gusci di nocciola le porte, le sostanze  tossiche delle tinture e delle coppali presenti sulle bare, con il calore si sciolgono e si trasformano in resine che si depositano sulle pareti del forno. Poi, con le altissime temperature di cottura, questa resina velenosa e cancerogena si scioglie nuovamente e viene assorbita da pane, pizza e dolci.

Dall’inizio dell’anno ad oggi poco meno di ottocento i forni abusivi chiusi, cinquecento dei quali sono stati definitivamente smantellati. Trecento, però, sono stati riaperti dalle amministrazioni comunali. “La lotta al fenomeno della panificazione illegale combattuta dai carabinieri, dal Nas, dalle associazione di categoria, è frenata dalle amministrazioni corrotte o minacciate dalle famiglie camorriste” precisa Tommaso Pellegrino. “Molti comuni non controllano il territorio e autorizzano la riapertura di strutture non a norma”. Aggiunge Francesco Borrelli, assessore all’Agricoltura della Provincia di Napoli, da anni impegnato al fianco dei carabinieri e dell’Unipan nella lotta alla panificazione abusiva: “Sono scarsi anche i controlli da parte delle Asl, dalle quali ci aspetteremmo, invece, molte più ispezioni e sopralluoghi all’interno dei panifici abusivi. In realtà andrebbero ispezionati anche quelli autorizzati, che spesso non rispettano nessuna norma igienico-sanitaria, a partire da quella sulla conservazione della farina”.

La farina: è l’altro grande business della camorra. Quella dei forni abusivi arriva dalla Toscana, dall’Umbria, dalla Lombardia e dal Friuli Venezia Giulia. Dai molini della provincia di Pisa e Siena, da Perugina, Brescia e Pordenone, i clan acquistano assieme alla farina di prima qualità anche gli scarti o quelle farine che dovrebbero essere smaltite. Le fanno arrivare nei depositi regolare della zona e, da qui, ai panificatori abusivi. Ma quando la farina arriva nei forni è già in parte deteriorata. I sacchi da cinquanta chilogrammi vengono accatastati in stalle o in garage esposti alla pioggia, al vento e ai topi. Solo pochi giorni fa, i carabinieri ne hanno sequestrato uno ad Afragola, ma il suo proprietario ha trasferito il suo deposito su un vecchio camion e a continuato la distribuzione.

Tra le farine sequestrate e utilizzate nell’impasto per il pane mescolate a quelle italiane, anche prodotti importati dall’Est Europa: di questi, non è stata accertata la genuinità. Ma è il meno.
 
di Nadia Francalacci

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