Operazione Terra Promessa: Nuovi Schiavi. Cento braccianti polacchi scomparsi nel buco nero del lavoro sommerso.

Il 4 agosto 2005, Arkadiusz Wojcech e Bartosz, tre universitari polacchi di vent’anni salgono sul pullman che la provincia di Torun, già patria di Copernico e poi di Radio Maria, li porterà a Foggia. Vanno a raccogliere pomodori in Capitanata, ma non sono spinti dalla miseria nera degli altri 43 passeggeri: vogliono solo mantenersi agli studi. Hanno pagato 200 euro per le spese di vigaggio, vitto e alloggio, sanno che faticheranno come vestire, ma sei euro a cassa sono tanti per loro, anche se non hanno ben chiaro che sono cassoni da tre quintali.

In due giorni i ragazzi arrivano a sud di Foggia, a Orta Nova. In uno schifoso accampamento soro nello spiazzo di un ristorante per banchetti fallito. C’è ancora l’insegna arrugginita: Paradise. Fra cento disgraziati tenuti in condizioni subumane, scoprono di dover pagare altri soldi per il mangiare, il dormire e il trasferimento ai campi. Glielo comunica il caporale, polacco come loro e tatuato pure in faccia. Si chiama Mariusz Poleszak, detto il Cane, è il vice di Jasnuk Niedzwiadek, uno dei più potenti trafficanti di braccia della zona. Avranno la paga come e quando deciderà lui e non pensino di fuggire o di chiedere aiuto. Tanto lì non li troverà nessuno.

Arkadiusz, Wojcech e Bartosz sono finiti nel girone dello schiavismo italiano, che alimenta buona parte dell’industria dell’industria del pomodoro. In quattro giorni di lavoro, dall’alba alla notte, raccolgono quaranta cassoni, secondo i patti sono 240 euro. Li chiedono al Cane: ringhia che quei soldi lo rifondono dell’uso della tenda e della latrina. Di notte, i ragazzi scappano, raggiungono il consolato polacco a Bari e sporgono denuncia.

I tre studenti non sono abituati, come gli altri dannati della terra arruolati dal caporalato, a sopportare e a tacere (anche quando tornano a casa, perché troppa è l’umiliazione) sugli imbrogli, le mazze di ferro, i ricatti, le sparizioni e le “morti anomale” di cui non si trova mai il colpevole. Le loro famiglie hanno già avvisato l’Ambasciata. Da quella ribellione borghese, da quella consapevolezza dei diritti, nasce l’operazione dei Ros Terra Promessa e l’indagine della Dda barese, che rinvia a giudizio per riduzione e mantenimento in schiavitù 23 caporali. Condannati in prima istanza, il 28 febbraio scorso, a 106 anni.

In Polonia, la sentenza è finita in prima pagina e, in pochi mesi, sono state raccolte seicento denunce. Ma in Polonia un programma come Chi l’ha visto indaga sul centinaio di compatrioti spariti dal 2000 nelle campagne italiane. Da noi, la notizia non ha oltrepassata le cronache locali, anche se nel foggiano 15 morti sconosciuti “probabilmente dell’Est” giacciono da anni nelle celle frigorifere e nei cimiteri si seppelliscono braccianti di identità e nazionalità più o meno certa.

Questa storia di crimine transnazionale, pietà tradita e indifferenza colposa la rivela, nell’ottimo reportage narrativo Uomini e Caporali, Alessandro Leogrande. Tarantino, 31 anni, vicedirettore della rivista di Goffredo Fofi Lo straniero e già tre libri all’attivo, Leogrande ha indagato per un anno e mezzo e, visto che il suo intento era confrontare le antiche forme del bracciantato con quelle attuali, globalizzate e postmoderne, è inciampato anche nella storia di famiglia. Ha scoperto che un suo trisavolo era implicato nell’agguato della masseria di Marzagaglia in cui, il 1° luglio 1920, in pieno biennio rosso, gli agrari uccisero sei braccianti che reclamavano la paga. E l’ha raccontato.

Più romanzesco di un romanzo. E Uomini e caporali , pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu, la stessa di Gomorra, ha buon possibilità di diventare un caso. IL regista Edoardo Winspeare si dice interessato. “Le lotte contadine, il passato, la contemporaneità: i miei temi preferiti”. In effetti, il desolato stupore che si prova leggendo Uomini e caporali ricorda quello suscitato dal libro di Roberto Saviano.

Una delle prime cose che Leogrande ha capito nelle sue ricognizioni è che ormai l’indagine sociale la fa meglio la magistratura dei sindacati, dei ricercatori, del volontariato. Negli atti c’è una valanga di materiale, anche antropologico, dove si scopre che le condizioni dei braccianti postmoderni e globalizzati sono uguali, anzi peggiori di quelle dei secoli scorsi. Perché un tempo braccianti e caporali appartenevano alla stessa comunità, c’era un rapporto consuetudinario, minime forme di controllo sociale. Oggi la forza lavoro è straniera, anonima, rimpiazzabile. I braccianti non sanno neanche dove si trovano, non conoscono nessun italiano e, stremati dalla fatica, non stabiliscono relazioni fra di loro.

“Dai primi contatti con Cgil, medici senza frontiere, Caritas, ho capito che sapevano poco” dice Leogrande. “C’era chi parlava ancora di braccianti africani, ma nei campi pugliesi non se ne vedono quasi più: dopo un viaggio così costoso e rischioso non si accontentano di quelle condizioni di lavoro. Volendo restare in Italia, cercano di meglio. Invece i polacchi, cittadini europei, possono fare avanti e indietro con il loro Paese e accettano tutto”.

Una persona che sa molto sui braccianti venuti dall’Est è Domenico Centrone, industriale del carciofo sott’olio, console onorario della Polonia in Puglia, grazie a ventennali contatti i politici e commerciali, e presidente, per Forza Italia, del Consiglio comunale di Castellana Grotte. È lui che ha ospitato nella foresteria alcuni schiavi del Paradise liberati dai carabinieri, è lui che, trasferendoli a 150 chilometri, ha rotto il muro di paura e di omertà: con i caporali che ronzavano intorno alla caserma di Orta Nova nessuno parlava, così invece si sono cominciate a scrivere le prime testimonianze. Ed è spuntato perfino un caporale pentito: Andrei Wnuk, che ha collaborato con la giustizia ma non ha avuto particolari sconti di pena perché in Italia non c’è una legge sul caporalato che li preveda. Nell’ultimo governo Prodi se n’era parlato, ma poi c’è stata la crisi. E il governatore Nichi Vendola ha solo potuto fare una legge  che impedisce di ottenere i fondi europei agli imprenditori non in regola.

Secondo la Flai Cgil pugliese solo cinque per cento degli imprenditori agricoli della regione è in regola. Il contratto nazionale parla di sei ore e trenta minuti al giorno per 36,30 euro, ma il cottimo prevale e, sui 3,50 euro a cassone, cinquanta centesimi vanno al caporale. Sempre che i braccianti vengano pagati: in certi casi, finita la raccolta, i clandestini sono stati denunciati e rimpatriati senza vedere un soldo.

L’Italia, incalzata dalla Cina, è il secondo produttore di pomodori dopo gli Stati Uniti: cinquant milioni di quintali da trasformare, e la Puglia fornisce un terzo del prodotto nazionale. Ma l’industria conserviera paga il pomodoro solo 75 euro a tonnellata. Così gli agrari sostengono che non possono tirare avanti senza il caporalato. Che è anche più efficiente e flessibile dell’iter contrattuale nel seguire i ritmi imprevedibili dei pomodori, come dei carciofi, delle vite e dell’olivo.

Gli agrari più scaltri si aggiustano poi il bilancio con le truffe. Nel 2007 a Cerignola, dove arrivano fino a 15 mila irregolari stranieri, la Procura di Foggia ha scovato undici aziende agricole fittizie create per assumere falsi braccianti italiani e far scattare il diritto al sussidio di disoccupazione. Nelle feconde campagne di Cerignola si stimano 12 mila falsi braccianti su un dato presumibilmente reale di tremila. In tutta  Italia, 120 mila.

Viene da pensare che non c’è poi tanta differenza fra i diamanti insanguinati africani, evitati con disgusto dai probi cittadini, e i pomodori che divoriamo in allegria. Ma gli abitanti dei borghi, i carabinieri, i negozianti, non hanno mai visto niente? Leogrande risponde che il razzismo, magari strisciante, ha fatto la sua parte, che i negozi dove i braccianti sono spesso obbligati a far la psesa appartengono agli amici e parenti dei caporali, che anche i carabinieri “hanno rapporti d conoscenza o parentela con chi specula sul mercato delle braccia”.

A volte il bracciante si configura come vera tratta (con tanto di passaporti sequestrati), anche finalizzata alla prostituzione: molte le ragazze sbattute dai campi al marciapiede. E con i corpi arrivano armi e droga, il trittico delle mafie. Ma a parte la ‘ndrangheta, per tradizione attenta al controllo del territorio, le altre organizzazioni non paiono interessate a questi traffici: roba da straccioni. Intanto gli straccioni polacchi si vedono di meno nelle campagne di Puglia. Dopo lo scandalo un po’ i romeni. Che qui non hanno neanche un console onorario.
 
di Paola Zanuttini

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