Se una pantera si rimette in libertà

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Le notizie corrono veloci, centinaia in assemblea, migliaia nei cortei spontanei e continui che bloccano le lezioni e spesso irrompono nella città occupando le strade e bloccando il traffico. Da Roma a Pisa, da Napoli a Padova, da Milano a Bologna, da Perugia a Torino, le facoltà e gli atenei cominciano le mobilitazioni contro la legge 133, la finanziaria che, tra l’altro, intende dismettere in via definitiva l’università pubblica.
Della legge 133 abbiamo parlato spesso nelle ultime settimane, nulla a che vedere con una riforma organica, piuttosto tre articoli che minano alle fondamenta l’università pubblica così come l’abbiamo conosciuta: riduzione drastica del fondo di finanziamento ordinario (Ffo); blocco del turn-over [per ogni 5 docenti che vanno in pensione solo un ricercatore potrà diventare docente]; trasformazione delle università in fondazioni private [elemento facoltativo, ma di fatto reso obbligatorio dalla riduzione del Ffo]. Elementi decisivi che si aggiungono al fallimento, ormai da tutti dichiarato, del 3+2, la riforma Zecchino-Berlinguer, e al de-finanziamento della ricerca. Dunque, l’atto conclusivo di un lungo processo bipartisan: la formazione intesa in modo complessivo, dalla ricerca alla scuola. La legge 133, infatti, segue il decreto Moratti che nell’autunno del 2005 ha precarizzato la ricerca e lavora di concerto con il decreto Gelmini, in questi giorni al voto di fiducia, che condanna alla disoccupazione almeno 150.000 insegnanti precari (bloccando il turn-over), impone il maestro unico tagliando il tempo pieno, reintroduce il grembiule e il voto di condotta.
Così come l’offensiva è bipartisan e complessiva altrettanto in questi giorni si stanno affermando straordinari esperimenti di lotta: dalle scuole elementari ? nell’inedita alleanza tra genitori, insegnanti e bambini ? agli istituti di ricerca, dalle università alle scuole medie superiori. Decine di cortei, prime occupazioni nelle scuole e nelle facoltà. Proprio nelle facoltà cominciano a segnare il passo i movimenti: oggi la giornata di mobilitazione indetta dalla Rete UniRiot, ma già dall’inizio della settimana gli appuntamenti di discussione e di conflitto si sono moltiplicati. Assemblee ricchissime nella partecipazione e radicali nei toni: una nuova generazione di studenti, a volte poco politicizzata, di certo molto pragmatica e per nulla ideologica, fa esperienza della propria precarietà e dell’assenza di futuro alla quale le classi dirigenti, politiche ed economiche, vogliono destinarla.
Con determinazione si urla nei cortei «Non saremo noi a pagare la vostra crisi», il riferimento è alla crisi economica e alle ricette che Banche centrali e governi nazionali stanno adottando per salvare i mercati finanziari: mentre università e ricerca sono stati de-finanziati per anni, nel nome del risanamento di bilancio, oggi i contribuenti e le casse pubbliche vengono spremute per nazionalizzare le banche e per socializzare le perdite compiute dalla speculazione selvaggia. Un paradosso inaccettabile che smuove la rabbia degli studenti, ma anche di dottorandi, ricercatori e docenti.
Al pari del 2005 il mondo dell’università trova elementi di convergenza unitaria, pur nelle differenze tutti sentono a rischio il proprio presente e il proprio futuro. Oggi più del 2005 il ruolo degli studenti è decisivo: sono loro per primi che vedono sfumare ogni prospettiva di futuro, sono loro per primi che sentono di dover giocare una partita fondamentale. Il movimento del 2005 riuscì per diverse settimane ad occupare le facoltà, ma non riusci a coinvolgere altre figure sociali nel conflitto. Docenti e ricercatori, per parte loro, abbandonarono il campo dopo l’approvazione del decreto, nella speranza che il cambio di governo imminente potesse garantire trasformazioni positive. Ma la disastrosa esperienza del secondo governo Prodi e del ministero Mussi ha dimostrato che l’università e la ricerca non hanno governi amici e che solo i conflitti possono cambiare le cose. I movimenti che si stanno sviluppando sanno che non c’è alcuna sinistra possibile in grado di sostenere l’università pubblica di fronte alla catastrofe. La consapevolezza, dunque, è che dalla catastrofe ci si salva mettendosi in gioco, conquistando spazio con le pratiche di conflitto e di libertà. «Né stato né mercato» questo slogan ricorre più volte nelle discussioni assembleari, nulla della vecchia università è conservabile come tale: la dequalificazione determinata dal 3+2, la distribuzione feudale e nepotistica del potere, la povertà di stimoli e la debolezza della ricerca. Piuttosto l’esigenza condivisa è quella di cominciare a progettare un’altra università che sappia definire un nuovo campo di decisione comune e democratica sul sapere e sulle forme della cooperazione scientifica.
C’è una strana ricorrenza che da diversi anni accompagna le grandi esplosioni universitarie: la fuga di una pantera. Accadde nel ’90, di lì il nome assunto dal movimento, accadde nel 2005. Sembrerà strano ma una pantera è scappata e si aggira in Irpinia, la notizia è di qualche giorno fa. Speriamo che anche questa pantera libera porti con se la libertà del sapere e le occupazioni degli studenti.
 
di Francesco Raparelli  per carta.it
Scuola
 
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