Archive for agosto, 2008

30 agosto 2008

30 agosto, Giornata internazionale degli Scomparsi: la lezione che il mondo non ha saputo apprendere

Islamabad, ottobre 2006: Amina Massod mostra le foto di suo marito scomparso, Masood Janjua © Amnesty International

 

Islamabad, ottobre 2006: Amina Massod mostra le foto di suo marito scomparso, Masood Janjua © Amnesty International

Quando María Victoria Cruz Franco mise al mondo le sue due bambine, non avrebbe mai immaginato che avrebbe trascorso la maggior parte della sua vita a cercarle. Quando El Salvador precipitò in un mortale conflitto interno, Ernestina ed Erlinda avevano solo sette e tre anni. Nel 1982, nel corso di un’operazione militare, i soldati salvadoregni le catturarono e le fecero sparire per sempre.

María Victoria non ha più saputo nulla delle due figlie. Dopo oltre un quarto di secolo da quei tragici giorni, nessuno le ha mai detto cos’è accaduto. Ha bussato a tutte le porte, sia in El Salvador che all’estero, ma invano. Non c’è stata alcuna indagine, nessuno è stato chiamato a rispondere alla giustizia della sparizione di Ernestina ed Erlinda.

A migliaia e migliaia di chilometri di distanza, in Pakistan, la vita di Amina Masood Janjua è simile a quella di María Victoria. L’ultima volta che Amina ha visto suo marito è stata il 30 luglio 2005, quando Masood Ahmad Janjua uscì di casa per incontrare il suo amico Faisal Faraz. Secondo testimoni oculari, i due uomini, saliti a bordo di un autobus, furono arrestati dalle forze di sicurezza pachistane. Amina non ha più visto né sentito Masood da quando, quella mattina di 3 anni fa, si salutarono. C’è però chi sostiene che sia prigioniero, senza accusa né processo, in un centro segreto di detenzione.

Nessuno sa con certezza se Ernestina, Erlinda e Masood siano vivi o morti, se qualcuno li abbia uccisi o se siano detenuti in qualche cella segreta e sottoposti a tortura. Nessuno sa niente. Sono, semplicemente, scomparsi.

Dagli anni ’80, Amnesty International e le Nazioni Unite hanno ricostruito le vicende di migliaia di persone scomparse in più di 80 paesi. Solo nel 2007, migliaia di denunce di sparizione sono pervenute da 29 paesi.

Per molti, le sparizioni forzate sono iniziate all’epoca delle dittature militari latino-americane. Ma negli ultimi 25 anni le cose sono cambiate.

La pratica governativa di catturare persone e tenerle in prigionia segreta si è evoluta e diffusa da quando un numero sempre crescente di paesi ha accettato e giustificato questo crimine in nome della "lotta al terrorismo". Il 6 settembre 2006, il presidente degli Usa George Bush ha confermato che la Cia stava portando avanti un programma di detenzioni prolungate in centri segreti che coinvolgeva a vari livelli diversi paesi di ogni parte del mondo. Le persone detenute nel contesto di questo programma sono vittime di sparizione forzata: sono detenute senza che nessuno sappia dove si trovino e rischiano la tortura e la morte. Il programma è stato nuovamente autorizzato dal presidente Bush nel luglio 2007.

Prima del 2001 in Pakistan, il paese di Amina, le sparizioni erano rare. Ma dopo gli attacchi contro gli Usa dell’11 settembre, le detenzioni segrete sono diventate una prassi giustificata in nome della "guerra al terrore" ed estesasi fino a colpire attivisti che si limitano a chiedere maggiori diritti per gruppi regionali o etnici, come i baluci e i sindh.

Tuttavia, qualcosa si può fare per fermare questi orrendi crimini una volta per tutte. Un giorno come oggi, 25 anni fa, le Nazioni Unite istituirono la Giornata internazionale degli Scomparsi. Oggi l’Onu e molte organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, stanno sollecitando la ratifica della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate. Non si tratta solo di un pezzo di carta, ma di quello che potrebbe essere un primo strumento importante per ottenere giustizia in favore di migliaia e migliaia di persone che stanno cercando i propri familiari e per tutti coloro che sono vittime, in questo momento, di detenzioni segrete e dunque particolarmente a rischio di subire violazioni dei diritti umani.

Se fosse ratificata e adottata da tutti i governi, la Convenzione consentirebbe di impedire che crimini come quelli commessi contro Ernestina ed Erlinda restino impuniti, darebbe una mano ad Amina a rintracciare suo marito e ricorderebbe ai governi che la detenzione segreta è illegale.

La Convenzione potrebbe spingere le autorità a pensarci due volte prima di commettere un crimine o aiutare altri a commetterlo.

Per prendere parte alla campagna globale contro le sparizioni e aiutare persone come María Victoria e Amina a ottenere giustizia per i propri cari, Amnesty International invita ad aderire all’appello per la ratifica della Convenzione, sul sito www.icaed.org , e a firmare gli appelli on line in favore di Ernestina ed Erlinda Serrano Cruz e Masood Ahmad Janjua.

In questo modo, auspica Amnesty International, i governi saranno sollecitati ad apprendere dai propri errori e a rendere le sparizioni un ricordo del passato.

Il rapporto "Pakistan: Denying the Undeniable: Enforced Disappearances in Pakistan" è on line.

 
Tratto da www.amnesty.it
23031_Privato_200x200Famiglia Serrano Cruz ©Archivio Privato
7 agosto 2008

Se la sicurezza diventa un’ossessione

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Ho letto da qualche parte che è stato inventato un nuovo marchingegno: vai all’aeroporto, ti presenti al controllo, e il marchingegno, quali che siano gli abiti che hai indosso, ti mostra nudo. Ti mostra solo agli addetti al controllo, presumibilmente: non al popolo circostante. A me va bene. Se non mi chiedono di frugare le tasche alla ricerca delle chiavi e della stilografica, di slacciare la cintura, di togliere le scarpe, e di consegnare la crema per la barba, sono contento. Quanto alla nudità, la faccenda non mi sconvolge. Ma, premesso tutto questo, credo che siamo davvero giunti all’ultimo stadio della follia.

Alcuni episodi di terrorismo, rari rispetto al numero imponente di voli che si compiono quotidianamente in tutto il mondo, hanno indotto le autorità in qualsiasi Paese del globo a prendere misure preventive sproporzionate. Se si pensa a quante persone sono impiegate nelle operazioni di controllo, al tempo che si perde, se si pensa insomma al costo astronomico dell’operazione, il conto è in perdita.

La sicurezza è importante. Ma le misure di sicurezza non possono perseguitare oltre ogni misura. È per la stessa ragione che ho sempre trovato assurda, in un fatto infinitamente meno importante dei controlli aeroportuali, la decisione di numerare tutti i ponti e tutti i viadotti che attraversano tutte le autostrade d’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, perché alcuni hanno gettato pietre, alcune volte, sulle automobili di passaggio: la speranza che gli automobilisti, qualora avvenga un lancio di pietre, prendano subito nota  del numero del viadotto da cui è avvenuto  e telefonino alla polizia, e che la polizia arrivi in tempo per arrestare i ragazzi, è grottesca.

So benissimo che posso essere smentito in ogni momento: può esserci un brutto attentato domani, magari sull’aereo nel quale volo io. Ma non è detto che vi saranno sempre terroristi islamici risoluti a uccidere occidentali: al contrario c’è una buona probabilità che i terroristi, constatando l’insuccesso  dell’operazione, desistano. È quindi assurdo che continuiamo a spendere tanto tempo e tanto denaro per perquisire coloro che si apprestano all’imbarco sull’aereo, sequestrando forbicine, temperini e altre simili armi micidiali.

I terroristi si sono presi gioco delle autorità occidentali inducendole a eseguire ogni giorno, in ogni aeroporto dell’orbe terracqueo, controlli capillari e assurdi. Ora c’è anche la macchina mostra nudi i viaggiatori…non c’è limite al comico.

di Piero Ottone

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6 agosto 2008

I miei 80 anni con don Bosco e Manu Chao

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"Prendo l’elenco telefonico, lo apro a caso e faccio un numero qualsiasi. -Buongiorno, sono don Gallo. Mi inviterebbe a cena?". Anche stasera, volendo, avrei un pasto caldo. Fossi stato più coerente, nei miei primi 80 anni, mi avrebbero risposto "don Gallo chi?". Non è umiltà pelosa: i preti migliori, quelli che testimoniano Gesù, ogni giorno, non vengono intervistati dai giornali".
Il prete rosso, il prete di strada, il prete no global. Amico dei tossici, delle puttane, dei transessuali. Di Fabrizio (De Andrè), di Vasco (Rossi), di Manu Chao. Uno che ha resistito a cinque cardinali e che adesso arriva a fine carriera senza un cartellino giallo. I suoi primi 80 anni, don Andrea Gallo li ha festeggiati per strada, nel vecchio porto con la sua Comunità di San Benedetto e una marea di artisti.
Su, don Gallo, neanche un’ammonizione?
Neanche una. Siri rideva e mi diceva in genovese: "li hai fatti incavolare di nuovo, quelli di sotto", che poi era tutto l’Arcivescovado. "non perdiamo tempo, Gallu, raccontami le ultime barzellette che girano sul tuo vecchio, rintronato cardinale".
Come ci si sente a 80 anni?
Misci e malpigiae, poveri e malpresi. Ho lo stomaco a pezzi, mi rimangono solo i miei toscani, che fumo come fossi uno dei miei tossici.
Nell’atrio della Comunità (in attesa del cronista) c’erano tre travestiti…
E allora? Vendono la loro prestazione e vendere non è reato. Per me, fa più male chi compra di chi offre. Siamo in una società postcristiana: omosessuali, prostitute, drogati non impediscono ai cristiani di essere coerenti. Anzi li stimolano.
Moderato, mai?
Rivendico il sacrosanto diritto di dire di no a una qualsiasi autorità religiosa, scientifica, filosofica ed artistica. Del resto me lo dissero subito che non sarei diventato papa.
Quando?
Vengo da don Bosco, come Bertone (Tarcisio, attuale segretario di Stato vaticano). A 20 anni entro in noviziato e, al congedo, un padre salesiano altissimo, vecchissimo, mi domanda come mi chiamo. Io, pronto: chierico Gallo. Lui, con voce tonante: "Non sarai mai papa, ragazzo. Te l’immagini, papa Gallo? Sarebbe un gran disdoro per la chiesa". Non avevo ancora iniziato ed ero già ai margini.
Il suo rapporto più teso è stato quello con Giuseppe Siri, uno che Papa ha rischiato di diventarlo davvero.
E ancora non riesco a spiegarmi quella frase che mi disse al ritorno dal conclave: "Quando si apriranno gli archivi vaticani si saprà che Siri non è tornato sconfitto, ma perdente". Era partito da Genova che lo davano quasi papa, tornò con uno strano sorriso. Come di uno che è stato eletto, ma poi ha rinunciato. Come il mio amico Sergio.
Sergio?
Cofferati. Io sono abituato a dire le cose semplicemente e in faccia. Per esempio ho detto all’allora leader sindacale che se il servizio d’ordine della Cgil fosse stato lì a fare da cordone non ci sarebbero stati gli scontri del G8 e tutto ciò che ne è seguito.
A proposito di G8: Dionigi Tettamanzi, allora cardinale di Genova, venne attaccato duramente dal centrodestra.
Dopo il G8 suona il telefono: "Don Gallo, sono il cardinale". Io, che avevo ancora male ai piedi: "Eminenza, se ho sbagliato sono pronto a correggere". "Ma guarda che non c’è da corregger neanche una virgola". "E allora, scusi, perché mi chiama?". "Per dirti che sono sommerso da lettere di protesta per le nostre posizioni. Ma sono tutte anonime".
Tettamanzi e Don Gallo, pericolosa coppia di comunisti.
Non scherziamo. A 20 anni ho scelto Gesù. E’ Gesù che dice beati i perseguitati dalla giustizia. Amo la chiesa e il mio dissenso è un dono alla mia chiesa. A proposito di Tettamanzi, un giorno mi chiese. "Preghi?". Risposi: "Certo, e tra le preghiere ci metto i primi dodici articoli della Costituzione". L’antifascismo non è un optional per un credente.
Si sente ribelle?
Un anarchico. La chiesa oggi è come una grande azienda. C’è un team di ricerca e, ogni tanto, un paio di ricercatori hanno un’idea nuova. Li premiano? Macché, li cacciano fuori a pedate. O li emarginano.
A ottant’anni, che bilancio fa?
Ho un solo rammarico: avrei voluto essere un cristiano più coerente. Adesso abbiamo dieci comunità, in un appartamento in città ospitiamo sei nigeriane uscite dal racket della prostituzione. Perché solo sei e non seicento? Perchè solo dieci comunità e non mille? L’obbedienza non è più una virtù, diceva don Milani. Ma ora anche la mia coerenza vacilla.
C’è chi è messo peggio.
Vuol dire il mio vecchio amico Walter Veltroni e la sua scelta scellerata di andare da solo? O mio fratello Fausto Bertinotti e il disastro elettorale della Sinistra Arcobaleno? Oppure si riferiva a Ratzinger?
Su cosa è incoerente, il Santo Padre?
Sul cavaliere. Finalmente l’ha capito pure Veltroni che Berlusconi non può essere l’uomo del dialogo. Ora basta che se ne accorga anche Ratzinger e, magari prima dei miei novant’anni, possiamo augurarci un Paese libero.

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5 agosto 2008

Numero di assassinii in calo e più basso che in Europa, si muore 2 volte di più sul lavoro e 8 volte di più sulle strade.

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Gli omicidi in Italia continuano a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 casi in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000).
Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle città italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.
Piccoli numeri se paragonati alle morti sul lavoro. Nel 2007 sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro in Italia, di cui 609 in infortuni «stradali», ovvero lungo il tragitto casa-lavoro («in itinere») o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa. L’Italia è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006 in Italia i decessi sulle strade sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era «maglia nera» in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. Nel 1995 in Francia i morti sulle strade erano 8.892, ridotti a 8.079 nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. La riduzione in Italia c’è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
Si muore di più, dunque, durante le attività ordinarie che non a causa della criminalità o di episodi violenti. I morti sul lavoro sono quasi il doppio degli assassinati, i decessi sulle strade 8 volte più degli omicidi. Tuttavia, gran parte dell’attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità.
«Gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti», osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, commentando i dati. «Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale, e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così».
 
Comunicato stampa Censis www.censis.it
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4 agosto 2008

Olimpiadi 2008: le promesse mancate della Cina. Eredità positiva dei Giochi a rischio, denuncia Amnesty International

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In un nuovo rapporto diffuso a Hong Kong a dieci giorni dall’inizio delle Olimpiadi di Pechino 2008, Amnesty International ha dichiarato che la Cina è venuta meno alle promesse di migliorare la situazione dei diritti umani, tradendo in questo modo i valori fondamentali dell’Olimpismo.

"Continuando a perseguitare e punire chi parla in favore dei diritti umani, le autorità cinesi hanno perso di vista le promesse fatte sette anni fa, al momento dell’assegnazione dei Giochi" – ha affermato Roseanne Rife, vicedirettrice del Programma Asia e Pacifico di Amnesty International. "Il governo di Pechino sta gettando un’ombra sull’eredità delle Olimpiadi. Chiediamo la liberazione di tutti gli attivisti in carcere, piena libertà d’informazione per la stampa estera e nazionale e ulteriori progressi verso l’eliminazione della pena di morte".

Il rapporto di Amnesty International, "Conto alla rovescia verso le Olimpiadi: le promesse mancate", valuta il comportamento delle autorità cinesi in quattro aree strettamente collegate ai valori fondamentali dell’Olimpismo: la persecuzione degli attivisti per i diritti umani, la detenzione senza processo, la censura e la pena di morte.

In questi ultimi mesi, la situazione dei diritti umani è peggiorata nella maggior parte di queste aree. Nel periodo che ha preceduto i Giochi, le autorità cinesi hanno imprigionato, posto agli arresti domiciliari o allontanato a forza chi avrebbe potuto minacciare l’immagine di "stabilità" e "armonia" che intendono presentare al mondo.

Secondo Amnesty International, gli attivisti e i giornalisti locali che si occupano di diritti umani rischieranno in modo particolare di subire persecuzioni durante lo svolgimento dei Giochi.

L’attivista e scrittore Hu Jia continua a scontare una condanna per "incitamento alla sovversione", per aver scritto articoli e rilasciato interviste alla stampa estera sui diritti umani: ha problemi al fegato, a causa dell’epatite B, ma le autorità impediscono ai suoi familiari di fargli arrivare le medicine necessarie.

Il presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio), Jacques Rogge, ha recentemente sostenuto che, grazie alla propria diplomazia silenziosa, il Cio è riuscito a ottenere varie riforme nel campo dei diritti umani, come le nuove norme sulla stampa estera.

"Apprezziamo il fatto che il Cio abbia riconosciuto di avere un ruolo sui diritti umani ma, data la situazione attuale, ci sorprende la sua fiducia nel fatto che la stampa estera potrà riferire liberamente e che non ci sarà censura su Internet" – ha commentato Rife. "Ora ci aspettiamo che il Cio si esprima, quando le autorità cinesi violano i principi olimpici nel loro complesso".

"I leader mondiali che assisteranno ai Giochi dovranno prendere pubblicamente posizione in favore dei diritti umani in Cina e appoggiare l’azione degli attivisti per i diritti umani. Se non lo faranno, manderanno al mondo il messaggio che è accettabile che un governo ospiti i Giochi olimpici in un’atmosfera di repressione e persecuzione".

Principali contenuti del rapporto di Amnesty International

Molti difensori dei diritti umani continuano a languire nelle carceri cinesi o sono sottoposti agli arresti domiciliari; altri sono sorvegliati a vista dalla polizia, che intende impedire loro in ogni modo di disturbare lo svolgimento dei Giochi.

Le autorità cinesi hanno esteso l’uso di forme punitive di detenzione amministrativa, tra cui la "rieducazione attraverso il lavoro" e la "riabilitazione forzata dalla droga", per "ripulire" Pechino prima dell’inizio delle Olimpiadi e tenere alla larga gli attivisti per tutta la durata dei Giochi.

Le norme provvisorie che avrebbero dovuto garantire più ampia libertà d’informazione per la stampa estera, non sono state del tutto applicate. Il Circolo della stampa estera in Cina ha segnalato, a partire dal 1° gennaio 2007, 260 casi di interferenze. Le norme peraltro non riguardano i giornalisti cinesi, cui continua a essere impedito di scrivere su argomenti giudicati sensibili dal governo.

La pena di morte resta prevista per 68 reati, compresi crimini di natura economica o connessi alla droga che non comportano il ricorso alla violenza. Nonostante dichiarino che il numero delle esecuzioni è diminuito da quando la Corte suprema del popolo ha ripristinato il suo potere di revisione delle condanne a morte, le autorità cinesi continuano a non pubblicare alcun dato sulla pena capitale.

Liu Jie, un’attivista per il diritto alla terra, sta scontando un periodo di 18 mesi di "rieducazione attraverso il lavoro" nella provincia dell’Heilongjiang (Cina nord-orientale); secondo fonti locali, è stata sottoposta a violenze fisiche per aver lanciato una campagna in favore di riforme politiche e legali, tra cui l’abolizione della stessa "rieducazione attraverso il lavoro".

A giugno, la polizia ha arrestato l’attivista per i diritti umani del Sichuan, Huang Qi, con l’accusa di "essere entrato illegalmente in possesso di segreti di Stato". Huang stava fornendo assistenza legale alle famiglie di cinque alunni morti a seguito del crollo di una scuola elementare nel terremoto di maggio.

Nel 2001, quando la Cina ottenne l’assegnazione delle Olimpiadi del 2008, Wang Wei, Segretario generale del Comitato promotore di Pechino 2008, affermò: "Garantiremo completa libertà d’informazione ai giornalisti che verranno in Cina. Abbiamo fiducia nel fatto che i Giochi non solo promuoveranno la nostra economia ma miglioreranno tutte le condizioni sociali, compresa l’educazione, la salute e i diritti umani".

www.amnesty.it

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1 agosto 2008

Birmania, tre mesi dopo

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A tre mesi da quando il terribile ciclone Nargis ha devastato il paese, i bambini birmani e le loro famiglie hanno ancora bisogno dell’assistenza internazionale per poter ricostruire le loro vite. In un dossier lanciato oggi, Save the Children individua le aree d’intervento prioritarie ed esorta i donatori internazionali ad elargire ulteriori fondi per consentire a centinaia di migliaia di bambini birmani e alle loro famiglie di poter ricostruire la loro vita.

Save the Children è la più grande organizzazione internazionale che ha risposto all’emergenza nel paese asiatico e ha già raggiunto e soccorso circa mezzo milione di persone a Yangon e nel delta dell’Irrawaddy, di cui 225.000 bambini.

“Abbiamo fatto tanto in tre mesi, ma c’è ancora tantissimo lavoro da fare. L’entità di questa catastrofe naturale è equivalente allo tsunami in Indonesia e ci vorranno anni prima che queste famiglie riescano a ricostruire le loro vite. È pertanto fondamentale che le organizzazioni umanitarie, come Save the Children, abbiano fondi sufficienti per continuare a lavorare”, ha affermato Guy Cave, Direttore dei programmi di Save the Children in Birmania.

In una conferenza dei grandi donatori, a maggio, i governi di tutto il mondo si sono impegnati ad elargire più denaro a condizione che venisse effettuata una ricognizione indipendente sui bisogni della popolazione e che i soccorritori internazionali avessero un maggiore accesso alla regione del delta, quella maggiormente flagellata dal ciclone. Queste condizioni sono state rispettate: malgrado la riluttanza iniziale del governo a consentire l’ingresso degli stranieri, successivamente sono stati concessi più di 1.800 visti a personale umanitario. Inoltre una valutazione della situazione in cui versa la popolazione, l’Asean Government post- Nargis Joint Assessment, è stato reso pubblico lo scorso 21 luglio. Pertanto è giunto il momento per i donatori di elargire altro denaro. Attualmente, mancano 300 milioni di dollari per raggiungere l’obiettivo fissato nell’appello delle Nazioni Unite.

Save the Children sottolinea alcuni dati che evidenziano come l’emergenza Nargis sia in questo momento sottofinanziata: gli Stati Uniti, ad esempio, che hanno un Reddito Nazionale Lordo di 45.850 dollari, ha promesso finora 29 milioni di dollari, mentre paesi come le Filippine con un reddito di 3.730 dollari, ha donato proporzionalmente molto di più, impegnandosi per 20 milioni di dollari. Il Giappone, che nel caso dello tsunami in Indonesia aveva dato 500 milioni di dollari, ha contribuito all’emergenza Birmania solo con 11 milioni di dollari. L’entità dei fondi stanziati dai grandi donatori ha un impatto diretto sui benefici alla popolazione: dopo l’emergenza tsunami ogni persona ha ricevuto l’equivalente di circa 1.249 dollari in aiuti, mentre i sopravvissuti a Nargis ne hanno ricevuti 213.

I numeri del ciclone
Il ciclone Nargis si è abbattuto sulla Birmania il 2 e 3 maggio lasciando dietro di sé una lunga scia di distruzione e morte. Secondo le Nazioni Unite, le persone colpite dalla catastrofe naturale sono state più di 2 milioni e 400.000 nelle 40 città maggiormente danneggiate, cifra che corrisponde ad un terzo di tutta la popolazione di queste città (paria a 7 milioni e 300.000).
Secondo i dati ufficiali forniti dal governo, i morti sarebbero circa 84.537, i dispersi 53.836 e circa 20.000 i feriti, cifre però sottostimate secondo la comunità internazionale.
I bambini costituiscono il 45% delle persone colpite da Nargis e il 54% delle vittime. Nella fascia di età che va dai 18 ai 60 anni, il numero delle donne morte è stato pari al doppio degli uomini, è ciò implica che sono tantissimi i bambini rimasti senza mamma.
Il ciclone ha distrutto ben il 95% delle case,  allagato più di un milione di acri di terreni coltivati e ucciso oltre 200.000 capi di bestiame.
Il ciclone ha causato oltre 800.000 sfollati e attualmente ancora il 14% dei villaggi hanno insediamenti temporanei in cui vivono molte persone che fanno affidamento sugli aiuti per sopravvivere.
Le persone finora raggiunte dagli aiuti delle Ong, delle agenzie delle Nazioni Unite e dalla Croce Rossa, secondo l’OCHA, sarebbero circa 1 milione e 300.000.
Grazie alla propria presenza capillare sul territorio da 13 anni e alle 1000 persone che compongono il proprio staff in loco, Save the Children è stata in grado di intervenire immediatamente dopo il ciclone. Ora si sta passando alla fase di risanamento delle aree colpite e Save the Children ha individuato alcune aree prioritarie di intervento per aiutare centinaia di migliaia di bambini a tornare alla propria vita.

Nutrizione
Secondo una recente ricognizione in 291 villaggi, il 55% delle famiglie sopravvissute ha scorte di cibo per un solo giorno. Sono molti i bambini birmani che rischiano di essere afflitti da malnutrizione: visitando due località del delta, gli operatori di Save the Children hanno riscontrato ben 1.127 casi di malnutrizione tra i bambini.
Il ciclone ha devastato il settore agricolo: le risaie sono state completamente allagate, i contadini non hanno sufficienti sementi, fertilizzante, equipaggiamento o animali per arare i campi. Molti di loro dovranno aspettare fino al novembre 2009 prima di avere un discreto raccolto ed è necessario fornire loro fertilizzanti.
La pesca è la seconda più importante fonte di reddito e sussistenza nella zona del delta dell’Irrawaddy, ma ora circa il 44% delle piccole imbarcazioni e il 70% degli equipaggiamenti dei pescatori sono stati completamente distrutti. La possibilità di procurarsi del pesce e del riso, che costituiscono i principali alimenti della dieta delle persone che vivono nelle aree colpite, è fondamentale soprattutto se si pensa che il costo del cibo nei mercati locali è più che raddoppiato.
Nei prossimi tre mesi, Save the Children distribuirà 7.000 tonnellate di cibo a più di 150.000 persone e ha lanciato un programma di supporto che prevede la distribuzione di fertilizzanti, reti da pesca, carburante, finalizzato ad aiutare 120.000 persone a trovare mezzi di sostentamento.

Protezione
In seguito al ciclone, molti bambini sono rimasti orfani e il caos del periodo immediatamente successivo ha determinato la separazione di molti bambini dai genitori, esponendoli al rischio di sfruttamento, tratta e abusi.
La povertà può ora spingere le famiglie a mandare a lavorare i bambini, e le aree dove vivono gli sfollati sono in genere quelle più battute dai trafficanti di esseri umani.
Il numero degli orfanotrofi sta aumentando e spesso ospitano anche bambini che non sono orfani, ma che sono stati sistemati negli istituti perché non è stato possibile rintracciare i loro cui genitori o famiglie e perché le persone che badavano a loro non possono più farlo. Per far fronte a questa problematica, Save the Children è impegnata nella loro identificazione: ad oggi 849 bambini sono stati riconosciuti e 45 di loro sono stati riuniti alla propria famiglia. Inoltre sono state costruite 78 aree sicure di gioco per bambini che vivono in sistemazioni temporanee, campi e comunità.

Scuola
Il ciclone ha danneggiato gravemente circa 4.000 scuole e ciò comporta che quelle funzionanti sono molto affollate, con conseguenze negative sulla qualità dell’educazione dei bambini. Save the Children ha aiutato circa 50.000 bambini a riprendere a frequentare le lezioni, allestito 183 scuole temporanee, formato 1.000 insegnanti e volontari e distribuito materiale scolastico.

Salute
In una situazione in cui il 74% delle famiglie non ha accesso all’acqua potabile, sono numerosi i casi di diarrea e infezioni  respiratorie e gli operatori di Save the Children ritengono che ci sia anche un maggiore rischio di contagio da dengue e malaria. La situazione è ancora più grave, se si considera che tre quarti delle strutture sanitarie dell’area colpita sono state danneggiate dal ciclone. Per questo, l’Organizzazione ha messo in piedi 5 cliniche d’emergenza e assistito circa 10.000 pazienti.
Save the Children Italia fa parte di Agire, l’Agenzia Italiana per la Risposta alle Emergenze, che raggruppa alcune tra le più importanti ed autorevoli organizzazioni non governative presenti in Italia.

Per ulteriori informazioni:
Ufficio Stampa Save the Children Italia
tel. 06 48070071-23
www.savethechildren.it

Mya

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