Un sogno realizzabile

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I had a dream.
Anche io, nel mio piccolo, ho fatto un sogno.
Ho sognato di vivere in un mondo in cui ciò che mangiavo aveva ancora sapore, perché proveniva dall’orto e dal giardino di fronte a casa mia. Un mondo in cui l’odore del cibo casereccio, lentamente e pazientemente preparato nelle cucine delle case, si impossessava delle strade sostituendo il tanfo omologato dei fast food. Strade senza traffico, ma piene di persone aperte, positive, soddisfatte. Strade popolate di gente di ogni tipo, che si salutava, che si fermava a parlare, spesso addirittura nel proprio dialetto. Gente genuina, socievole, senza abiti firmati né telefoni cellulari.
Ho sognato un mondo in cui le notizie che leggevo sui pochi giornali rimasti erano vere, o per lo meno attendibili. In prima pagina si parlava degli ulteriori progressi fatti nell’autoproduzione di beni e di energia. Non c’erano notizie su ecomafia, su guerre preventive per l’accaparramento di risorse, sui punti percentuali del PIL, e nemmeno sulla campagna acquisti delle squadre di calcio.
Un mondo decisamente strano. Era come se l’apertura mentale e l’accresciuto livello culturale raggiunti nel ventunesimo secolo (o presunti tali) si fossero combinati con la semplicità di quelli precedenti.
I contratti di lavoro stabilivano nella maggior parte dei casi che la settimana lavorativa fosse di venti ore. -Venti ore?! Spesso se ne facevano trenta in due giorni! E come potranno adesso le persone comprare tutte le cose di cui non hanno bisogno?-, pensavo.
Era davvero una situazione surreale!

Le tasse, non essendoci un esercito né compagnie aeree da mantenere, erano per lo più devolute all’assistenza sanitaria (che era vietato per legge privatizzare) e ad una specie di gendarmeria, di cui per altro non capivo bene la funzione, vista la sicurezza della cittadina in cui mi trovavo. Forse, anche con livelli di criminalità incredibilmente bassi -non c’era praticamente disoccupazione, con quel tipo di contratti di lavoro e con una tale diffusione dell’autoproduzione, né tanto meno il disagio sociale provocato dall’era industriale e dai suoi falsi modelli- e di terrorismo praticamente nulli -non andando noi ad occupare le terre altrui, nessuno si sentiva più legittimato a “terrorizzarci”-, era sempre meglio avere qualcuno che mantenesse l’ordine.
La televisione era considerata una moda obsoleta. La maggior parte delle persone la riteneva una perdita di tempo e i pochi che si ostinavano a guardarla qualche ora al giorno, piuttosto che leggere o stare fra parenti e amici, lo facevano più per uno strano attaccamento alle proprie abitudini che non per motivi di informazione o intrattenimento.
C’era ovviamente qualche attività commerciale e un mercatino dell’usato con bancarelle, ma vendevano soprattutto cose utili, ed era come se il denaro non avesse poi troppa importanza.
Non ci potevo credere! Era decisamente troppo!
Era talmente assurdo che mi sono svegliato.
Anche da sveglio, però, non riuscivo a smettere di sognare quello strano mondo, e ho continuato a farlo anche ad occhi aperti.
E continuo ancora adesso!
Chissà, forse è stato un sogno premonitore. Forse, dopo alcuni anni consecutivi di “crescita negativa” dell’economia, di risorse sperperate e di speculazioni finanziarie contro ogni logica ed ogni morale, questa potrebbe essere la realtà.
E di notte sognerò, non rimpiangendolo, il mondo quando non era così.

di Andrea Bertaglio per http://www.decrescitafelice.it

descrescitagrandeom6
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