Miracolo sulla Quinta Strada: i barboni ci sono, ma non si vedono

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A New York non ci sono più homeless. A New York non sono mai stati tanti homeless. Homeless: senzatetto, senza casa, senza fissa dimora o, usando il termine più negativo, "barboni".
Per anni la Grande mela è stata il simobolo mondiale dei senzatetto, li trovavi mentre spingevano carrelli del supermercato carichi di borse sulla Broadway, nascosti dentro ricoveri di fortuna costruiti con il cartone davanti alla cattedrale di Saint Patrick sulla Quinta Strada, in fila sdraiati per terra sotto le volte di Grand central Station, sulle panchine del Central Park o a rovistare tra i rifiuti nella Bowery. Oggi sono scomparsi.
La Bowery, dove Keith Haring dipingeca i suoi graffiti spostando mucchi di spazzatura, è stata ripulita e il New Museum è l’ultimo simbolo  della rinascita del quartiere della miseria e dell’immigrazione. Il central Park è un gioiello di prati con l’erba curata, barche sul laghetto e teatro delle marionette per i bambini: ci si può ormai camminare anche la notte.
Grand Central Station è tornata a essere il "salotto dei treni" creato da Cornelius Vanderbilt 95 anni fa: ristoranti di lusso, 68 negozi e le ostriche più fresche della città.
Il portiere dell’Hotel Peninsula ha smesso di spostare chi dormiva di fronte all’ingresso all’angolo della Quinta e i carrelli carichi di borse e lattine si possono vedere in qualche mostra di foto sugli anni Settanta e Ottanta.
Eppure quest’anno New York ha stabilito il record di senzatetto: tra il 2006 e il 2007 sono cresciuti dell’11 per cento, superando quota 35 milan, tanti sono gli homeless censiti dal comune, ma negli ultimi dodici mesi 102.187 persone diverse si sono presentate almeno una volta nei rifugi municipali. Le famiglie costrette a chiedere ospitalità stabiolmente sono 9.297, il numero più alto  nella storia moderna della città, e i bambini senza fissa dimora sono oltre quindicimila. Ma sono diventati invisibili, non li si incontra più. O perlomeno, non li vedono turisti, uomini d’affari, visitatori di musei e abitanti di Manhattan.
Gli homeless sono aumentati, non poteva essere altrimenti in una città dove i prezzi delle case hanno raggiunto cifre stratosfreiche e gli affitti controllati sono diventati una chimera. Ma la politica "legge e ordine" del sindaco Rudolph Giuliani, prima, e quella dell’immagine del suo successore Michael Bloomberg, dopo, hanno nascosto il problema.
"Ci sono due ragioni principali per le quali negli ultimi quindici anni gli homeless sono meno visibili a New York, anche se i loro numeri sono aumentati" spiega Owen Gutfreund, professore del Barnard College di Columbia University, che studia le dinamiche sociali della città. "Innanzitutto, l’amministrazione comunale è diventata molto più aggressiva nel tenere gli homeless fuori dalla vista. La logica con cui vengono giustificate le espulsioni dal cuore di Manhattan è questa: per poter offrire servizi sociali essenziali per i poveri, inclusi gli homeless,la città deve avere proventi dalle tasse, che a loro volta dipendono da un’economia forte. Se permettiamo agli homeless di spaventare i turisti e di far sì che lavorare a New York sia pericoloso e poco piacevole, allora avremo meno soldi per risolvere il problema".
Così, che le spiegazioni socioeconomiche dell’uffizio del sindaco siano corrette o meno, i poliziotti sono diventati inflessibili e i senzatetto hanno dato vita in tre lustri a una migrazione costante verso nord (Harlem e Bronx) e verso est (Brooklyn e Queens). A Manhattan negli ultimi anni era  rarissimo incontrali.
Quest’inverno il settimanale New Yorker è andato a cercarli, per mettere in luce quello che ha definito il "peggior fallimento dell’Amministrazione Bloomberg". E, in una notte di febbraioio, li ho trovati al gelo: Damian, nero, 38 anni, aveva acceso un fuoco sotto il ponte della metropolitana alla 138a Strada ad Harlem; William, 63 anni, sopravvissuto a un cancro, vive nei resti di una roulotte nel Bronx; Lorenzo, 55 anni, immigrato dal Messico, si è costruito casa sotto la rampa dei parcheggi del Giant Stadium; Nancy, 39 anni, vive sotto un ponte sul Bronx River. Le loro vite sono identiche a quelle raccontate nei film della New York del passato.
Però se oggi è più difficile trovare uomini e donne che dormono sulle panchine, nei portono delle chiese, sulle grate degli scarichi del riscaldamento o nelle gallerie delle metropolitane, è anche perché i servizi per gli homeless sono cambiati. "Il vecchio sistema degli shelter" racconta ancora il professore Gutfreund, "i rifugi pubblici, che molti homeless non usavano preferendo vivere in strada, è stato molto migliorato con servizi più efficaci. Ci sono nuovi tipi di assistenza chiamati "alloggio solidale" o "alloggio transitorio", strutture che non offrono solo il sempllice riconovero per la notte, ma sostegno psicologico, training, educazione, terapie e altri servizi mirati ad aiutare i senzatetto a reinserisrci nella società. Molti di questi nuovi approcci ai servizi per gli homeless sono stati creati da associazioni di beneficenza non governative, anche se il Comune ha appoggiato il processo".
Ci sono volontari che avvicinano i potenziali homeless al primo stadio, con discrezione, appena li vedono sbandare, attardarsi in una stazione, alle fermate della metropolitana. Chiedono loro cosa stia succedendo, se hanno perso la casa o il lavoro, e cercano di prenderli in tempo, prima che sprofondino nell’emarginazione. "In più" sottolinea Gutfreund "ora capiamo il fenomeno molto meglio di prima. Abbiamo imparato che quasi tutti gli homelesssono stati precedentemente in almeno uno di quattro luoghi: nell’esercito, in prigione, in una struttura minorile, in ospedale o in case di cura per malattie mentali".
Ci sono percorsi tradizionali che indicano una relazione strettissima tra gli ex carcerati e la vita di strada, così come tra i senzatetto è altissima la percentuale di malati di Aids. Il New York Times, il mese scorso, ha raccontato le storie simbolo di Roy Simmons, 51 anni, ex giocatore professionista di football americano della squadra dei Giants, e di Leon Bradley, 55 anni, guardia giurata e poi piccolo spacciatore, rilasciato dopo quattro anni di carcere.
Du storie lontanissime che si sono incontrate nei dormitori dell’Associazione Praxis, che si occupa di senzatetto sieropositivi. Roy e Leon, con altri quattrocento, sono entrati in un programma che non solo si preoccupa di dare loro un letto per la notte, ma anche assistenza sanitaria, un alloggio di lungo termine e qolloqui di lavoro.
New York è la città degli homeless per antonomasia, ma è anche conosciuta nel resto d’America per avere la più vasta offerta di aiuti. Molte città non hanno sistemi di rifugi, mentre New York ha addirittura una legge che  prevede il "diritto al rifugio", secondo cui la città "non può rifiutare un letto a chiunque ne abbia bisogno". Anche se la Coalition for the Homeless ha denunciato il sindaco Bloomberg per aver preferito una politica di corto respirto; più famiglie nei rifugi ma meno alloggi popolari definitivi. Sono così raddopppiate le spere per tenere aperti gli shelter, ma è crollata l’edilizia popolare o sovvenzionata. Se nel 2004 seimila famiglie in crisi avevano trovato casa grazie ai fondi federali concessi al Comune, lo scorso anno sono state soltanto cinquecento.
E ora la crisi e la recessione sono tornate, ma non come a metà degli anni Settanta, quando la città era sull’orlo della bancarotta, o dopo il crollo di Wall Street che mise fine all’ubriacatura e ai fasti degli Anni Ottanta. Ora la benzina ha raggiunto il suo prezzo record; la crisi dei mutui ha messo per strada due milioni di famiglie che hanno visto la loro casa pignorata; un abitante su dice dnella sola New York ricorre ai food Stamps, i buoni governativi per comprare cibo (vedi il post su questo blog dal titolo: "Colletti blu e dispense vuote nell’America di Bush" marzo 2008); il premio Nobel Muhammad Yunus, banchiere dei poveri del Bangladesh, ha aperto una filiale per microprestiti a Jackson Heights, nel Queens, due fermate di metropolitana dal Rockefeller Center.
Così gli homeless si stanno riaffacciando anche a Manhattan, percorrendo al contrario le strade che li avevano espulsi dal cuore della città. Scendono da nord, da Harlem e dal Bronx, un anno fa erano arrivati alla 96a Strada, poco sotto la Columbia Univeristy; poi, mese per mese, hanno preso coraggio e ora sono alla 72a, a soli dieci isolati dal palazzo per appartamenti più caro di New York: 15 Central Park West.
di Mario Calabresi per "Il Venerdì"
 
Per saperne di più:

Homeless-Streets

 

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