Archive for giugno, 2008

30 giugno 2008

L’amore non è mai un pericolo sociale

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Dalle pagine de l´Avvenire l´arcivescovo di Bologna ha messo in guardia dalle teorie di genere, mescolando piani diversi che meriterebbero riflessioni specifiche. Il concetto di gender è un prodotto della riflessione culturale del movimento delle donne. Indica che, al di là della differenza biologica, esiste una costruzione storicamente determinata del maschile e del femminile che condiziona i modelli sociali e di relazione, i ruoli e le funzioni. Questa differenza fra sesso e genere permette di storicizzare la divisione impari di ruoli fra donna e uomo come prodotto culturale e non come segno di una presunta subordinazione naturale dell´una all´altro. Subordinazione tuttora presente nella chiesa cattolica, che nega la possibilità del sacerdozio femminile motivandola con una sua "naturale" inadeguatezza e, fino alla riforma del diritto di famiglia del 1975, persino nella legislazione italiana che considerava la donna come subordinata all´uomo all´interno del nucleo familiare.

Operare una distinzione concettuale fra sesso biologico e genere sociale non rappresenta l´affermazione di un conflitto strutturale fra natura e libertà ma, al contrario, una maggiore consapevolezza di questa relazione. È vero che può determinarsi una distonia fra il sesso biologico e l´identità psicologica di genere. È il caso delle persone transessuali o transgender che in tutto l´Occidente (ma a loro modo anche in paesi insospettabili come Cuba o l´Iran) sono considerate portatrici di una legittima istanza di riconoscimento. La legge italiana riconosce la possibilità di riattribuzione chirurgica del sesso sin dal 1982 e la direttiva europea 54 del 2006 estende il principio di parità di genere a chi ha cambiato sesso.

Le persone transessuali sono le ultime a pensare che la loro identità sia fondata su una sorta di scelta culturale o su un atto di libera volontà. E´ sul riconoscimento sociale della loro natura reale, della loro identità profonda, che fondano le loro richieste. Caffarra fa discendere dalla sua critica alle teorie sul gender un disvalore delle relazioni omosessuali. Ma orientamento sessuale e identità di genere non sono due variabili correlate e la gran parte delle persone omosessuali non mettono in discussione l´appartenenza al proprio sesso biologico. Una critica delle relazioni omosessuali fondata sulla questione del genere è semplicemente un equivoco. Rimane la tradizionale negazione della dignità delle coppie omosessuali, considerate come relazione di identici, cioè con se stesso. Per molto tempo sono stati posti ostacoli alla costruzione di rapporti stabili e soddisfacenti, basati su amore e progetti comuni, da parte delle persone lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, trans). Oggi queste relazioni esistono, sempre più stabili. Quella sorta di solitudine coatta a cui la norma sociale aveva condannato un parte consistente della popolazione è stata sostituita, per la prima volta nella storia, dalla realtà concreta della costruzione di famiglie omosessuali. Non migliori né peggiori delle altre, ma fondate sull´amore reciproco e un´assunzione comune di responsabilità. L´idea che l´affetto fra due ragazzi gay e la loro voglia di mettere su casa o la dedizione di una mamma lesbica e della sua compagna verso i bambini che stanno crescendo insieme siano nocivi alla società fa parte di un pregiudizio ancora radicato ma destinato a cedere di fronte alla realtà concreta e visibile di relazioni positive fondate sull´accoglienza e sull´amore. E l´amore non è mai un pericolo sociale.

 

di Sergio Lo Giudice per La Repubblica

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27 giugno 2008

Spiati. Il Grande Fratello esiste. Lavora a Shenzhen, in Cina.

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Con la scusa delle Olimpiadi, il regime ha creato un mega sistema di sicurezza (tecnologia americana) che sta provando in una metropoli del Guadong: 13 milioni di abitanti sorvegliati da quattro volte le telecamere di Londra. E adesso lo estenderà ad altre 600 città.

Le Olimpiadi di Pechino non saranno un business soltanto per i “soliti noti” delle sponsorizzazioni, le multinazionali dalla Coca Cola alla Nike che invaderanno gli schermi del mondo intero con le loro interruzioni pubblicitarie durante le gare. Oltre alle centinaia di milioni di telespettatori c’è un altro ricco mercato che ha attirato i colossi del capitalismo Usa come api sul miele: è la sicurezza. Honeywll, General Electric, United Techonolgie e Ibm sono I quattro big che stanno installando in Cina uno dei più estesi e sofisticati sistemi di sorveglianza elettronica del mondo. Ufficialmente questa immensa rete di telecamere, centri di monitoraggio e comunicazione deve servire a garantire che i Giochi avvengano senza incidenti. Terrorismo e criminalità comune sono i nemici dichiarati in questa operazione che associa il regime comunista e la grande industria hi-tech americana.

La polizia cinese non vuole correre rischi. Conoscendola. è lecito supporre che gli “incidenti” da prevenire includano le manifestazioni di dissenso, le proteste per gli abusi contro i diritti umani o contro la feroce repressioni in Tibet. Il ministero del Commercio americano, che deve applicare un embargo contro la fornitura di armi alla Cina (deciso dopo il massacro di piazza Tienanmen nel 1989) fa sapere che le apparecchiature fornite dalle quattro multinazionali non rientrano nell’elenco delle esportazioni proibite.

Ma la complicità dell’industria americana nel fornire tecnologie all’apparato di poliziesco di Pechino sta giocando un brutto scherzo agli stessi Stati Uniti. Il deputato Frank Wolf, parlamentare della Virginia, ha accusato la Cina di avere organizzato un cyber-attacco contro di lui. I sei computer del suo ufficio sono stati invasi e saccheggiati da hackers. L’indagine compiuta dall’Fbi ha stabilito che l’intrusione informatica è venuta dalla Repubblica Popolare. “Sono preso di mira” ha dichiarato Wolf “perché da anni denuncio gli abusi della Cina contro i diritti umani”. Non è la prima volta che l’America si scopre vulnerabili ai cyber-attacchi dei cinesi. Per le Olimpiadi il Dipartimento di Stato ha diffuso una raccomandazione a tutti i visitatori americani: soprattutto se siete vip o giornalisti, non lasciate mai incustoditi i vostri computer nelle camere d’albergo. Non potete sapere che cosa accade in vostra assenza quando vengono a rifarvi il letto, a riempire il minibar e a cambiare gli asciugamani. La polizia di Pechino impiega decine di migliaia di tecnici informatici per sorvegliare Internet. Per garantirci dei Gioghi ordinati e senza cattive sorprese, il Grande Fratello cinese vigila anche su di noi.(…)

Quello dell’insicurezza è diventato l’alibi perfetto per realizzare il disegno del governo: usare la cittadina di Shenzhen come test per la costruzione di un gigantesco dispositivo di sorveglianza elettronica della popolazione. A oggi sono già state installate in tutta la città 200mila telecamere di vigilanza. Entro tre anni, le autorità locali puntano ad arrivare a una cifra stratosferica: due milioni di occhi elettronici piazzati in tutta la città, compresi i lampioni per l’illuminazione stradale. Alla fine, le videocamere saranno quattro volte di più di Londra: un record mondiale.

È un mercato fantastico per i “soliti noti”: infatti, buona parte di queste tecnologie di spionaggio anche a Shenzhen verranno fornite dai big americani del settore, Ibm, Honeywell e General Electric. Che non si tratti di un investimento volto a scoraggiare solo i furti e i rapimenti, lo si intuisce facilmente. La maxirete di videocamere, che si estenderà gradualmente a 660 capoluoghi cinesi in base al progetto Città Sicura, deve integrarsi operativamente con altri dispositivi di sorveglianza: dalla censura di Internet capace di intercettare email private (diversi dissidenti sono stati arrestati in questo modo), alla registrazione delle identità di tutti i frequentatori di Internet Café, fino alla diffusione delle nuove carte d’identità elettroniche.

Il vero obiettivo è impedire la proliferazione di conflitti sociali, dagli scioperi selvaggi nelle fabbriche del Guangdong alle manifestazioni ambientaliste, alle rivolte contadine contro l’espropriazione delle terre, alla lotta del popolo tibetano contro l’oppressione Han. La fantasia non manca ai potenti della Cina. Ogni tassello del grande piano di controllo sociale ha un nome suggestivo. La censura di Internet è stata battezzata la Grande Muraglia di Fuoco; la ragnatela dello spionaggio elettronico sarà invece lo Scudo Dorato. È proprio a Lhasas che questi metodi hanno avuto un battesimo terribile, nei disordini del marzo scorso. Le videocamere hanno ripreso i volti dei protagonisti della rivolta. Pubblicate su Internet, le loro immagini hanno consentito a zelanti cittadini cinesi di guidare la polizia sulle loro tracce. Oggi sono tutti in carcere.

di Federico Rampini per "Il venerdì"

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27 giugno 2008

Rifugiati, in fuga per forza

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L’ultimo rapporto dell’Unhcr dice che rifugiati e sfollati stanno aumentando, ma che le destinazioni di chi è costretto a scappare non sono i paesi ricchi. La maggior parte, infatti, trova accoglienza nei paesi limitrofi a quelli da cui fugge, restando nella regione di provenienza.

Due giorni dopo l’approvazione della direttiva sui rimpatri da parte del parlamento europeo si celebra la «giornata mondiale del rifugiato», quest’anno dedicata al tema della «protezione», intesa sia come difesa del diritto d’asilo che come riparo ed aiuto umanitario. Quasi uno scherzo del destino, ma soprattutto una buona occasione per sfatare una volta per tutte un falso mito: quello secondo cui i paesi ricchi sarebbero assediati dai richiedenti asilo. Come emerge dall’ultimo rapporto dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite (Unhcr), infatti, la maggior parte dei rifugiati – tra l’83 e il 90% – trova accoglienza all’interno della regione di origine, "pesando" quindi i paesi limitrofi a quelli da cui scappa. E’ un dato, infatti, che la stragrande maggioranza degli oltre 3 milioni di rifugiati Afghani registrati dall’Unhcr – che alla fine del 2007 costituivano il 27% del totale, rimanendo in cima alla classifica globale dei profughi – risiede in Pakistan e in Iran. Ed è un dato che i due milioni e 300 mila iracheni costretti ad abbandonare il loro paese, al secondo posto nella classifica, hanno trovato rifugio in Siria e Giordania, così che il Medio oriente, insieme al Nordafrica, è la regione che ospita un quarto dei rifugiati di tutto il mondo, mentre l’Asia e la regione del Pacifico ne ospitano un terzo. E l’Europa? Il vecchio continente accoglie solo il 10% della popolazione mondiale costretta, o perchè perseguitata per motivi di razza, religione, nazionalità o idee politiche, o a causa di conflitti e disastri naturali, a lasciare il proprio paese e chiedere asilo all’estero. Ancora una volta la realtà è diversa dalla percezione che ne ha la maggioranza. Il dato più rilevante che emerge dal rapporto dell’Unhcr è un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti: mentre dal 2001 al 2005 il numero dei rifugiati era calato, nel corso degli ultimi due anni si è registrato un aumento record. Tra rifugiati e sfollati la cifra ha superato a dicembre 2007 i 67 milioni. Di questi, 16milioni sono i rifugiati e 51milioni gli sfollati – ovvero coloro che sono costretti a lasciare le loro case senza però uscire dai confini nazionali, generalmente a causa di conflitti armati (26milioni) o per disastri naturali (25milioni). Dei 13,7 milioni degli sfollati assistiti dall’Unhcr, in cima alla classifica ci sono i colombiani (quasi 3 milioni), seguiti dagli iracheni (2,4 milioni), dai congolesi della Rdc (1,3 milioni), dagli ugandesi (1,2 milioni) e dai somali (un milione di sfollati).

L’aumento del numero dei profughi nel mondo è strettamente lagato alla condizione di «instabilità» in cui si trovano Iraq e Afghanistan – tra i primi paesi d’asilo dei rifugiati nel 2007, infatti, ci sono il Pakistan, la Siria, l’Iran e la Giordania. Un dato che l’alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati, Antonio Guterres, definisce «preoccupante», ricordando che bisogna far fronte ad una serie di sfide globali che potrebbero determinare l’ulteriore aggravarsi della situazione in futuro. «Queste sfide comprendono molte nuove emergenze dovute a conflitti nei punti caldi del pianeta, una mancanza di standard democratici in molti paesi, il drammatico rialzo dei prezzi dei generi alimentari – che ha colpito maggiormente i più poveri e sta generando instabilità in molte zone – e, infine, il deteriorarsi dell’ambiente a causa dei cambiamenti climatici, che, a sua volta, porta ad una maggiore competizione per risorse sempre più scarse». Il totale dei rifugiati e degli sfollati di cui si prende cura l’Unhcr ammonta a oltre 25 milioni, una cifra mai raggiunta prima e che non comprende, comunque, i 4milioni e 600mila palestinesi che sono sotto la responsabilità dell’agenzia Onu per il soccorso dei rifugiati palestinesi nel vicino oriente (Unrwa). Tra i rifugiati, i gruppi più numerosi dopo gli afgani e gli iracheni sono i colombiani (552mila persone che si trovano in una situazione simile a quella dei rifugiati pur non essendo tutti tecnicamente tali), i sudanesi (523mila) ed i somali (457mila). La crisi irachena ha determinato anche un considerevole aumento – il primo da quattro anni a questa parte – delle domande individuali di asilo o per il riconoscimento dello status di rifugiato presentate ai governi o agli uffici dell’Unhcr, che nel 2007 sono state qualsi 650mila. Rispetto al 2006 una crescita del 5% delle richieste, arrivate dall’Iraq (52mila domande inoltrate), dalla Somalia (46.100), dall’Eritrea (36mila), dalla Colombia (23.200), dalla Federazione Russa (21.800), dall’Etiopia (21.600) e dallo Zimbabwe (20.700). Tra i paesi più gettonati, quelli che l’anno scorso hanno ricevuto il maggior numero di domande, ci sono gli Stati Uniti, il Sudafrica, la Svezia, la Francia, il Regno Unito, il Canada e la Grecia. Quello che il rapporto nota con preoccupazione è che i tassi di riconoscimento dello status di rifugiato variano molto da paese a paese. Tra gli iracheni, per esempio, nessuno tra i richiedenti ha ottenuto lo status dalla Grecia, mentre la Germania l’ha concesso a 2/3. Il Regno unito l’ha concesso solo al 15%, la svezia, invece, ha offerto protezione a quasi tutti coloro che l’hanno richiesta. Un diritto umano fondamentale che, a 60 anni dalla Dichiarazione universale, è tutt’altro che scontato.

di
Junko Terao per http://www.lettera22.it
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25 giugno 2008

Esercito a pattugliare le strade delle città

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Ecco cosa riporta il “Rapporto Urban Operations in the Year 2020” redatto dalla RTO (Studies Analysis and Simulation Panel Group, SAS-030).
La RTO, l’Organizzazione per la Ricerca e la Tecnologia della NATO è il centro di convergenza delle attività di ricerche/tecnologiche (R&T) per la difesa in seno della NATO.
L’Operazione Terrestre o Operazione Urbana (UO-2020) all’orizzonte dell’anno 2020 è uno studio che esamina la natura probabile dei campi di battaglia, i tipi di forze terrestri le loro caratteristiche e capacità.
Lo studio ipotizza l’andamento della popolazione mondiale entro l’anno 2020. Entro questa data il 70% della popolazione mondiale vivrà all’interno di zone urbane.
Il numero delle persone nel mondo supererà i 7,5 miliardi e ciò sarà causa di una spaventosa crescita demografica nelle città e/o metropoli incrementando l’urbanizzazione, provocando povertà, scontri e tensioni sociali.
La necessità di una presenza (militare) massiccia e dominante, tanto morale quanto psicologica, spesso su periodi di tempo prolungati, resterà una caratteristica unica e persistente delle Operazioni Urbane. Questa necessità entrerà nel conflitto attraverso la domanda pressante da parte del mondo politico e del grande pubblico per azioni rapide, decisive e chirurgiche…

Ricapitolando:
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le guerre future saranno all’interno delle città;
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avremo eserciti lungo le strade (NATO o forze militari preposte);
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dal punto di vista psicologico sarà normalissimo avere militari armati in città;
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politici e cittadini richiederanno l’intervento dell’esercito;
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le forze militari utilizzeranno ogni sorta di arma (letale e “non-letale” ad alta energia);
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sommosse, scontri sociali, manifestazioni potranno essere sedate dall’esercito…
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stiamo andando verso la costituzione di uno “Stato militarizzato”.  

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Esercito a pattugliare le strade delle grandi città.
Ma solo per pochi mesi?

Manovra propagandistica del governo Berlusconi o naturale conseguenza di piani decisi da oltre dieci anni da alcuni paesi della NATO?

Questa affermazione non è l’ennesimo tentativo maldestro di voler accollare a carico dell’Alleanza militare occidentale oscuri disegni di militarizzazione della nostra società, bensì il frutto di nostre ricerche su alcuni progetti, condotti sotto la guida del Pentagono e riguardanti l’uso degli eserciti nelle megalopoli del futuro.
Si tratta del lavoro di esperti NATO UO 2020 nel gruppo di studio SAS 30 Urban Operation in the year 2020 , al quale partecipano dal 1998 esperti di sette Nazioni della NATO ( Italia, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Stati Uniti d’America ) e che ha gettato le basi per l’evoluzione dell’impiego dello strumento militare nello scenario più probabile del prossimo futuro.

Lo studio NATO U.O. (Urban Operations) 2020
Questo studio, ultimato negli ultimi mesi del 2002 e reso pubblico nei primi mesi del 2003, prima della guerra in Iraq, rende esplicito come in maniera omogenea il nocciolo duro del militarismo mondiale ritiene più che probabile le città del futuro come campo della Battaglia Finale, quella per la sopravvivenza del sistema capitalista e che il ruolo dello strumento militare avrà un carattere dominante anche in quelle che sembrerebbero essere normali operazioni di polizia urbana.
E’ l’ambiente urbanizzato che si qualifica come il contesto nel quale l’Umanità del ventunesimo secolo condurrà una difficile vita: le sterminate megalopoli abitate da decine, se non centinaia, di milioni di esseri umani concentreranno nel loro interno tutte le contraddizioni della società capitalista allo stadio supremo.

Differenze di classe e azzeramento dei servizi sociali capaci di attutire il senso diffuso di ingiustizia, degradamento delle complesse regole di interazione tra diversi strati della popolazione, scarsità di cibo e di lavoro genereranno forti conflitti tra diversi strati sociali,coinvolgendo il sistema statale locale e/o organismi e attività multinazionali
In questo contesto che le normali forze di polizia non saranno in grado di condurre operazioni tra folle "ostili" o semplicemente "complici" dei nemici da colpire e neutralizzare senza il rischio di forti perdite o addirittura ritirate catastrofiche da banlieus in fiamme. Rischi di effetto domino su scala mondiale con scene di folle tumultuanti, affamate e disperate che assaltano centri commerciali, quartieri dell’alta borghesia e centri di potere provocherebbe il panico nell’intero sistema capitalistico. L’invio dell’esercito condotto con armi tradizionali e all’ultimo momento potrebbe essere addirittura controproducente scatenando ancor più le folle e i partiti di opposizione.
Per questo motivo nello studio UO2020 si consiglia così di iniziare gradatamente in base alle necessità ad utilizzare l’esercito in funzione di ordine pubblico man mano che la crisi mondiale quella che è ipotizzata per il 2020, si avvicina.

Piccoli interventi crescono.
Nel frattempo ogni paese aderente a questo gruppo compresa l’Italia deve finalizzare reparti appositi che si specializzino per condurre le operazioni di contenimento delle folle e di controllo del territorio compresi i rastrellamenti a caccia di sovversivi ed agitatori nei quartieri.

Il ruolo italiano nella costituzione dell’esercito internazionale antisommossa 
L’Italia in questo campo ha proposto la possibilità di sviluppare nuove specializzazioni e di preparare personale addestrato a muoversi e combattere negli ambienti urbani ove occorre isolare quartieri, edifici, abitazioni, ma anche padroneggiare gli impianti di comunicazioni e distribuzione dell’energia e dell’acqua.
In effetti l’Italia è considerata da USA e Gran Bretagna come uno di migliori fornitori di personale addestrato ad operazioni antisommossa a partire dai reparti dei Carabinieri che sono inquadrati, principalmente nell’area balcanica nelle MSU.

Da quando l’Italia si è impegnata a fornire personale nelle guerre umanitarie, aree militari sono state attrezzate per ricostruire ambienti urbani e rurali dove si addestrano carabinieri, parà, assaltatori e bersaglieri che vanno ad operare all’estero, mentre gli stessi reparti di polizia militare sono addestrati realmente, nell’ambiente metropolitano, con l’impiego di ordine pubblico quotidiano sul territorio nazionale e sono gli stessi che presto grazie al nuovo decreto sulla sicurezza del governo berlusconi vedremo operare nelle grandi città e a guardia di siti di rilevanza nazionale: discariche centrali nucleari in costruzione, termovalorizzatori ecc.
Addestramenti sul territorio nazionale sono stati condotti da tempo come per esempio quello del 28 febbraio 2003 che si concludeva presso il Centro di Addestramento alle CRO (Crises Response Operation/Operazioni di risposta alle crisi) di Cesano con la certificazione del 2° Corso per Istruttori della Forza Armata di "Controllo della folla" .
Corso svolto alle porte della capitale dal 17 al 28 febbraio condotto da istruttori della 2a Brigata mobile dei Carabinieri a cui hanno preso parte 7 Ufficiali, 19 Sottufficiali e 3 Vfb. E in cui a far da comparse nel ruolo dei sovversivi tumultuanti c’erano 50 Volontari in Ferma annuale del 7° Reggimento Bersaglieri.
La ricerca ossessiva di sistemi di controllo della popolazione ha nello studio NATO UO2020 alcune parziali risposte di natura tecnologica.

Il Reparto Logistico – Progetto tecnologie avanzate.
Nello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano è il Reparto Logistico- Progetto tecnologie avanzate che sta curando l’applicazione di quanto appreso nel Gruppo di lavoro NATO Urban operations 2020.
Lo Scenario URBAN WARFARE coniugato alla lotta al terrorismo globale, ovvero a tutto ciò che potrebbe essere pericoloso all’Impero Globale è affrontato su tutti i suoi aspetti, fuorchè le motivazioni che potrebbero essere le radici di forme di contestazione "estreme" , quale anche quella del passaggio dalla opposizione politica a quella armata.

I ROBOCOP imperiali.
Il futuro soldato che l’Esercito Italiano impiegherà per le operazioni urbane sarà dotato oltre che da armi convenzionali ultratecnologiche, come già spiegato nel paragrafo "il sistema soldato", anche di sistemi d’arma bivalenti letali /non letali. E’ un esigenza che nasce dalle numerose operazioni di "guerra umanitaria" nelle quali il nostro esercito da oltre un decennio è pienamente coinvolto con le operazioni all’estero, ma anche dall’esperienza di operazioni di polizia ed ordine pubblico interno nelle quali esso si è trovato a collaborare con altre forze di polizia ( es. Vespri siciliani) o operare autonomamente (operazioni antimmigrazioni controllo coste del Salento)od infine in occasione di summit internazionali (es. Genova 2001 o Pratica di Mare 2003).

Il programma armi non letali.
Nel programma "non lethal weapons" redatto dallo Stato Maggiore Esercito sono previste le forniture ai reparti di una nuova famiglia di bombolette spray al peperoncino di diverse dimensioni e portata, tali da essere utilizzate efficacemente contro gruppi composti da numerose persone o contro singoli. Queste bombolette diventeranno così una dotazione base montata sui mezzi dell’esercito, blindati, carri armati, jeep ma anche come "arma da fianco" per ogni singolo soldato impiegato in "operazioni umanitarie".
Con queste specifiche l’esercito italiano sta finanziando piani di ricerca e sviluppo in collaborazione con le industrie interessate sia italiane che estere.

Per le operazioni antisommossa e di controllo urbano lo stato maggiore dell’esercito italiano sta definendo un programma di sviluppo di armi letali/non letali, in particolare fucili automatici dotati di puntamento ottico, che farebbero uso di "proiettili ad alta deformabilità e ad energia cinetica costante.”
A causa di problemi di bilancio solo poche risorse finanziarie sono state potute esser destinate a questi avveniristici progetti, ma ora che con il plauso del parlamento e dell’opinione pubblica spaventata da clandestini e microcriminalità, vedremo i blindati dell’esercito aggirarsi per i nostri quartieri, le richieste di migliori e più consone dotazioni si faranno pressanti.
Grandi affari quindi per le industrie che con molta discrezione da 10 anni (con l’assenso di governi di centro sinistra e centrodestra succedutisi alternativamente) a questa parte stanno tessendo una lunga rete trasversale di simpatie e di interessi e che non vedono l’ora di mostrare l’efficacia dei nuovi prodotti sui corpi di clandestini, accattoni, prostitute, drogati e scippatori, prima o poi su sovversivi contestatori di una società che produrrà miliardi di diseredati e un pugno di nababbi, infine sull’umanità sofferente del terzo millennio.

di Antonio Camuso Osservatorio sui Balcani per http://www.disinformazione.it

eSERCITO

23 giugno 2008

“McCain? Un falso eroe di guerra”

Intellettuale con la passione del paradosso, Gore Vidal si distingue per essere un fustigatore della «amoralità» dell’America, e arrivato a 83 anni, si esprime sulla sfida presidenziale con giudizi al vetriolo: accusa John McCain di essere un «falso eroe di guerra» e solleva dubbi sulla capacità di Barack Obama di «restaurare la Costituzione». D’altra parte l’ultimo libro uscito in Italia («Il Candidato», edizioni Fazi) rispolvera le controverse elezioni del 1876 gettando ombre su quelle attuali.

Come vede il duello fra Barack Obama e John McCain?
«Anche se gli Stati Uniti sono un Paese insano non riesco a immaginare che vi siano persone pronte a votare per McCain. Non vi sarà alcuna sfida. I democratici vinceranno con facilità e McCain finirà dove merita, nella polvere della Storia».

E’ giudizio molto severo…
«McCain è un personaggio insignificante, non ha mai detto o fatto nulla di intelligente, neanche una legge, è un politicante».

Eppure Obama si riferisce a McCain con rispetto per il fatto che è eroe di guerra…
«L’unica cosa che può essere attribuita a McCain è l’essersi fatto abbattere sui cieli di Hanoi. Un atto che avrebbe dovuto essere sanzionato dalla Corte Marziale ma lui non l’ha mai affrontata. E’ un furbo».

Cosa pensa delle testimonianze degli ex compagni di prigionia sulle torture subite da McCain?
«Penso che è un signor nessuno. Ai miei tempi passai tre anni sotto le armi durante la Seconda Guerra Mondiale. Avevamo eroi come Audie Murphy che in 27 mesi di servizio ebbe 33 medaglie, rischiando la vita. Molti altri fecero lo stesso. McCain è solo un egoista, nato e cresciuto nelle élites, impegnato a ottenere il più possibile al fine di affermarsi. Da senatore l’egoismo ha toccato il culmine. Altro che eroe di guerra. Gli eroi sono quelli che si sacrificano per gli altri».

Veniamo a Obama. Come interpreta la sua nomination?
«Un fatto storico, di vitale importanza, per i neri che vennero sequestrati, incatenati, spediti al di qua dell’Oceano e sfruttati come schiavi dai bianchi. Non è una storia della quale l’America può sentirsi fiera ma eleggere Obama potrebbe essere una risposta riparatoria, anche se tardiva. Una maniera per dire ci dispiace, siamo desolati, tentiamo di ridarvi almeno in parte ciò che vi abbiamo tolto per così lungo tempo».

Ciò significa che se Obama sarà eletto i neri potranno sentirsi parte del sogno americano?
«L’America non ha sogni né valori, è una nazione amorale. L’unica cosa che possiede è la Costituzione che è stata violata da Bush e Cheney. Il motivo per votare Obama è più semplice: è una persona intelligente, articolata, mentre McCain no».

Se l’America è amorale come potrà Obama risollevarla?
«Dovrà restaurare la Costituzione, che fra l’altro stabilisce l’impossibilità di dichiarare guerra senza un voto della Camera dei Rappresentanti».

Cosa pensa dell’intento di Obama di superare le divisioni fra liberal e conservatori?
«Buona retorica».

Unificare l’America è impossibile?
«Esatto. Il problema è alle fondamenta».

Insomma, non crede neanche nel progetto politico di Obama?
«Il punto è che McCain ignora la Costituzione, come tutti gli altri repubblicani, mentre Obama la conosce. Ma il fatto di conoscerla non ci assicura che la restaurerà. Bush e Cheney hanno violato, stracciato la Costituzione. Per questo il deputato Dennis Kuchinich chiede di processarli per gravi crimini. Se fossimo una nazione seria questo processo vi sarebbe. Vedremo che cosa farà Obama quando verrà eletto».

Intellettuale che ama provocare
Gore Vidal è nato a West Point, stato di NewYork, il 3 ottobre 1925. Ha scritto romanzi, sceneggiature commedi e, saggi: «Una nave che affonda», «La fine dell’Impero».

di Maurizio Molinari per lastampa.it
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21 giugno 2008

Iran, in carcere la femminista “Complotta contro lo Stato”

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TEHERAN – Organizzare cortei, incontri, anche volantinare in nome dei diritti delle donne significa "complottare contro la sicurezza dello Stato". In termini di pena significa anni di carcere. Avviene in Iran, a Teheran, oggi ma anche altre tre volte nell’ultimo mese e sempre più spesso nell’ultimo anno.

Una femminista iraniana di 21 anni, Hana Abdi, è stata condannata a cinque anni di reclusione da scontare in una sperduta località di frontiera, Gharmeh,
provincia dell’Azerbadjan orientale. La sua colpa, secondo il Tribunale rivoluzionario iraniano, è appunto quella di aver organizzato raduni e incontri per riformare le leggi islamiche che limitano fortemente i diritti delle donne.

La notizia è stata data oggi dal quotidiano di area moderata Kargozaran. La Abdi, ha raccontato il suo avvocato Mohammad Sharif, è stata riconosciuta colpevole di "complotto contro la sicurezza dello Stato". Ci sarà il ricorso in appello. Ma con poche speranze di veder corretta la pena. A meno che la pressione dell’opinione pubblica internazionale…
Hana Abdi era stata arrestata nell’ottobre dell’anno scorso a Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, per aver preso parte a partire dal 2006 alla campagna "un milione di firme", le adesioni che le femministe iraniane intendono raccogliere per chiedere l’abolizione delle norme di legge discriminatorie contro le donne e avere gli stessi diritti degli uomini per quello che riguarda il matrimonio, il divorzio, l’eredità e la custodia dei figli.
Tempi durissimi in Iran per chi combatte in nome dei diritti civili. Nel 2002 Teheran aveva ufficilamente annunciato la moratoria per sette donne condannate a morte tramite lapidazione per adulterio. Ma i dossier di Amnesty raccontano un’altra verità e due donne sarebbero state lapidate nel maggio 2006. Per la sharia (legge islamica), il prigioniero viene sotterrato fino al petto, le mani bloccate. La legge specifica persino la dimensione delle pietre da lanciare, così che la morte sia dolorosa e più lenta. Possono essere condannati alla lapidazione sia le donne che gli uomini ma, in pratica, sono soprattutto le donne a scontare questa pena.

In questa situazione è molto difficile far filtrare notizie e avere informazioni. Negli ultimi mesi quattro militanti femministe – Rezvan Moghadam, Nahid Jafari, Nasrin Afzali e Marzieh Mortazi Langueroudi – sono state condannate a pene di sei mesi di prigione e dieci frustate per aver recato disturbo all’ordine pubblico. Un uomo, Amir Yaqoubali, anche lui impegnato per la difesa dei diritti femminili è stato condannato in maggio a un anno di reclusione. Molte altre militanti femministe coinvolte nella campagna "Un milione di firme" sono state arrestate negli ultimi due anni e condannate a periodi di reclusione e frustate, con la sospensione condizionale della pena. Abdi è una leader. Per lei non è stata prevista alcuna sospensione.

 
 
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20 giugno 2008

Primavera ugandese

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Nelle regioni settentrionali torna la speranza dopo la guerra e l’alluvione

Vent’anni di sanguinosi conflitti hanno martoriato le popolazioni del Nord Uganda, colpite di recente anche da devastanti inondazioni. Per loro, dopo tanto dolore, si apre (forse) una nuova stagione di pace

Un grande arcobaleno ha messo fine ai dieci giorni di piogge torrenziali che lo scorso settembre hanno sommerso d’acqua le regioni settentrionali dell’Uganda. Il bilancio dell’alluvione è stato pesante: decine di morti, 150 mila sfollati, mezzo milione di persone obbligate a dipendere dagli aiuti umanitari. L’ennesima terribile sciagura per le popolazioni Acholi, Lango e Teso. Gente povera e senza pace, costretta a subire vent’anni di violenze e saccheggi compiuti dall’esercito e dai ribelli del Lord’s Resistance Army, protagonisti di un conflitto che ha fatto 100.000 vittime.
Ora il peggio sembra passato e quel grande arcobaleno, comparso sei mesi fa tra le nuvole del Northern ugandese, viene letto da molti come un presagio di pace e di speranza.
Il governo ha avviato a Juba, in Sud Sudan, un negoziato di pace con i capi dello Lra. Per la prima volta dall’avvio della guerra (1986), nello scorso novembre una delegazione dei ribelli ha raggiunto la capitale ugandese Kampala incontrando il presidente Yoweri Museveni. Obiettivo: trattare le condizioni per la cessazione definitiva delle ostilità.
Le autorità hanno offerto l’amnistia ai guerriglieri, tra le cui fila – affermano fonti governative – si starebbero già registrando molte diserzioni. Secondo il portavoce delle forze armate Felix Kulayigye, centinaia di miliziani, tra cui alcuni importanti comandanti, avrebbero accettato di deporre le armi. In realtà la situazione è ancora molto fluida e la tregua appesa ad un filo. Resta l’incognita rappresentata da una presunta rottura in seno al comando militare dell’Esercito di Resistenza del Signore, spaccatura provocata da alcuni irriducibili ufficiali che non paiono intenzionati a disarmare. Anche da parte governativa c’è chi non è disposto a trattare coi capi dei miliziani.
     «I comandanti dello Lra hanno commesso atrocità indicibili e sono un forte ostacolo alla pace e alla stabilità. La comunità internazionale non deve dare loro alcun appoggio», ha dichiarato recentemente la signora Fatou Bensouda, vice-procuratore della Corte penale che ha il compito di giudicare i leader dei rivoltosi su cui pendono dei mandati di cattura internazionale per crimini di guerra. Durante il conflitto nel nord Uganda almeno 25 mila bambini sono stati strappati dalle loro famiglie e costretti dai ribelli a diventare piccoli soldati. Il diritto internazionale prevedrebbe punizioni esemplari per i responsabili di queste barbarie. Ma le maglie della giustizia – fa notare la stampa ugandese – potrebbero allentarsi in nome della riconciliazione e della pace. Lo ha fatto capire lo stesso presidente Museveni, che ha rinunciato ad accanirsi contro il capo dei ribelli Joseph Kony, ritirando un ultimatum per la sua resa che rischiava di riaccendere le ostilità. Museveni ha prorogato la tregua in corso fino a febbraio 2008. Allo stesso tempo ha lanciato un ambizioso piano di investimenti nel Nord del Paese per “il consolidamento della pace e la ripresa della vita sociale ed economica”. Un’impresa colossale. Vent’anni di guerra sono costati all’economia ugandese l’equivalente di 1,7 miliardi di dollari, 85 milioni l’anno, “quasi quanto gli aiuti allo sviluppo ricevuti dagli Stati Uniti”, ha calcolato il quotidiano indipendente ‘Daily Monitor’. Ancora oggi un milione e mezzo di persone sono costrette a vivere nei campi profughi. «La gente non si fida completamente del cessate-il-fuoco: le autorità devono garantire la stabilità con la collaborazione dei rivoltosi», ha ammonito Joaquim Chissano, ex-presidente del Mozambico, inviato dall’Onu in Uganda per dare nuovo impulso al negoziato in corso. «E’ giunta l’ora di archiviare definitivamente la ventennale guerra civile e pensare alla ricostruzione delle martoriate regioni settentrionali del Paese».
Il governo finanzierà con 600 milioni di dollari la realizzazione di strade, scuole, pozzi e ospedali. Senza dimenticare le famiglie devastate dalla guerra e dalle alluvioni. Tra i primi beneficiari degli aiuti – ha assicurato il primo ministro Apolo Nsibambi – ci saranno circa duemila persone residenti nei dintorni del capoluogo di Gulu che, a causa delle violenze del conflitto, sono stati mutilati e resi invalidi. Da Kampala giungono segnali importanti che certo non bastano a cancellare il dolore, ma seminano la speranza nella popolazione civile dopo decenni di abbandono. A conferma di ciò giungono le parole di monsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu: «La situazione sta progressivamente migliorando. La gente ora può muoversi liberamente, anche di notte. Giorno dopo giorno torna a vivere senza angosce, nell’attesa fiduciosa di un futuro migliore».

di Marco Trovato per http://www.reportafrica.it

Per saperne di più: http://www.imcworldwide.org.uk/IMC-UK-in-uganda.asp
                    http://www.metacafe.com/watch/891695/bwola_dance_of_uganda/
                    http://www.indicius.it/torpore/guerre_invisibili.htm
uganda                

18 giugno 2008

Armi: il più grande trafficante del mondo arrestato, ma presto sarà libero

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L’Ex dittatore liberiano Charles Taylor lo pagava con i diamanti e puttane dalla bellezza mozzafiato. Le Farc con la coca. Il nemico giurato dei Talibani, Ahmad Shah Massoud, con smeraldi e battute di caccia sulle maestose montagne del Pamir. Ma ora la festa è finita per Viktor Bout. Il "signore della guerra", il più grande trafficante di armi del mondo, che ha ispirato il bel film con Nicolas Cage, Lord of War, è stato arrestato nel marzo scorso in Thailandia. Ha le mani lorde di sangue. Liberia, America Latina, Afghanistan, Angola, Somalia, Ruanda, Sierra Leone, Congo. Viktor Bout ha armato ribelli e sanguinari di ogni razza. E con le sue armi che dittatori feroci, come Charlse Taylor, hanno massacrato, mutilato e stuprato. E con i suoi kalashnikov che i bambini soldato del Fronte rivoluzionario unito (Ruf), imbottiti di coca e anfetamine, in Sierra Leone (vedi i post su questi argomenti in questo blog) hanno compiuto atrocità indicibili. Ma Bout difficilmente marcirà nell’inferno delle carceri della Thailandia: probabilmente, qualche "manina" troverà il modo di aprire la porta di quella cella e un vero processo non si farà mai. Non conviene a nessuno che il signore della guerra parli.
Di origine russa ma nato in Tagikistan, 41 anni e cinque passaporti, Viktor Bout è un uomo dal passato oscuro. I primi ritratti nitidi e accessibili al grande pubblico risalgono solo al 2001: scorrazzava per il mondo già da dieci anni, ong e spie documentavano da tempo i suoi traffici di morte, ma Bout fuggiva i fotografi come il diavolo. Nelle acqua torbide del suo passato pare ci sia l’Intelligence russa. E in quel mondo che avrebbe mosso i primi passi, complice un talento innato per le lingue: ne parlerebbe una decina, tra cui le sudafricane xhosa e zulu. Il crollo dell’impero sovietico fu la sua fortuna. "Simosse subito" racconta Douglas Farah, autore con Stephen Braun del libro dal "Merchant of Death" (Mercante di morte, John Wiley & Sons, 2007). "Mentre gli altri se ne stavano seduti a cercare di capire cosa sarebbe successo, Bout agiva". Mise le mani su vecchi Antonov e Ilyushin, aerei decrepiti, ma perfetti per i suoi affari: potevano atterrare sui terreni più scassati del PIaneta. Entrature giuste e fiumi di denaro gli aprirono le porte degli enormi arsenali russi, in balia di ufficiali abbandonati a se stessi da un Paese al collasso.
Vendeva a tutti, Viktor Bout, "Mi sono imbattuto nei suoi traffici per la prima volta in Angola nel ’96" ci conferma Alex Vines, che guidava il programma sull’Africa della prestigiosa Chatham House di Londra. "In Angola, Bout vendeva a entrambe le fazioni in guerra. Quello che contava per lui erano i soldi". Ha fatto affari con i Talibani e con i loro nemici giurati dell’Alleanza del Nord. I suoi aerei hanno trasportato le armi per gli Hutu, che scatenarono il genocidio in Ruanda, ma anche le truppe francesi inviate nel Paese per fermare il massacro. In Afghanistan, in Medio Oriente, ovunque, Bout si è regolato così: senza preclusioni o appartenenze ideologiche. Rischiava, certo. Solo per la sicurezza della sua villa in Sudafrica, negli anni 90, spendeva dodicimila dollari al giorno. Eppure ha ancora la testa attaccata al collo. Perché?
"Quando il mio collega e io lavoravamo al libro" racconta Douglas Farah "abbiamo intervistato tanti in angola, in Congo: sapevano benissimo che Bout aveva armato anche i loro nemici, ma volevano le sue armi e ci hanno sempre detto che nessuno spara al postino".
Niente fermava il mercante di morte, niente potevano embarghi e sanzioni: da sempre hanno maglie così larghe che basta corrompere, procurarsi certificati falsi, creare aziende di copertura, vendere attraverso triangolazioni e prestanome dalla reputazione immacolata, e il gioco è fatto.
Bout ci sapeva fare. "Piaceva molto per la sua efficienza e la determinazione nel rispettare gli impegni presi" continua Farah. Ma basta l’efficienza per spiegare quindici anni di successi e impunità assoluta? Farah è convinto di no: senza il supporto dell’Intelligence russa, il signore della guerra non avrebbe potuto fare quello che ha fatto. "Per tante ragioni" spiega, elencando i fatti che dimostrerebbero questo legame: la Russia sta facendo il diavolo a quattro per ottenere l’estradizione dalla Thailandia, non ha mai collaborato, ha rifiutato di farlo interrogare dai belgi, infine, c’è un collegamento tra Bout e l’azienda russa Isotrex, legata a uomini di altissimo livello dell’establishment militare russo. "Credo che ormai la Isotrex abbia fatto sparire certe informazioni dal suo sito" dice. "A suo tempo, però, c’erano".
Ma non solo è Mosca a temere le rivelazioni del signore della guerra. Viktor Bout ha fatto affari con tanti, troppi. Anche con l’America di Bush. Subito dopo l’11 settembre, uomini della sua rete si sarebbero offerti di fornire informazioni su Al Qaeda all’intelligence americana, dopo che per anni i suoi aerei erano stati usati come taxi dagli uomini di Bin Laden. E Bout era di casa in Afghanista, aveva volato nelle aree più sperdute del Paese, aveva mappe aggiornate e una flotta capace di operazioni a rischio nelle aree del mondo più difficili. Era prezioso in Afghanistan, come a Bagdad: per quattro anni, dal 2003 al gennaio 2007, Bout ha rifornito le truppe Usa in Iraq, anche se gli americani sapevano benissimo chi era e lo stesso Bush aveva approvato sanzioni contro di lui. "Sapeva fare il suo lavoro," racconta Farah "forniva servizi a prezzi bassi. Probabilmente, però, c’era anche qualcuno che lo proteggeva dall’interno".
Se il signore della guerra si fosse accontentato di insanguinare solo l’Africa, probabilmente, l’avrebbe fatta franca. Da sempre, tragedie di ogni tipo devastano il continente nero nell’indifferenza assoluta del mondo.
Ma Bout ha armato le Farc, Hezbollah e le corti islamiche in Somalia nel 2006. Questi clienti, secondo Douglas Farah e Alex Vines, hanno fatto la differenza. Il 6 marzo scorso, gli agenti americani della DEA hanno arrestato Viktor Bout in Thailandia, nel corso di un’operazione sotto copertura di cui si sa veramente poco.
Contro di lui, ci sono registrazioni video e audio, intercettazioni e testimoni che vivono sotto protezione. Serve solo la volontà di processarlo. farebbe la differenza?,  chiediamo a Farah, oppure Bout è stato già rimpiazzato da un altro mercante di morte?
"Le condizioni che hanno favorito i suoi successi sono molto difficili da replicare" risponde. "Oggi non si può camminare per gli arsenali sovietici e portare via quello che si vuole, le guerre in Africa sono diverse e Bout era veramente veloce. Ci sono altri mercanti,  ma il suo arresto renderà certi traffici decisamente meno efficienti". Si arriverà mai a un processo? " Credo sia molto più probabile che finisca in Russia" conclude Farah. "Loro, i russi, ci stanno lavorando con tutte le proprie forse, offrendo alla Thailandia ogni sorta di affare in cambio di Bout". Ma un processo, alla fine ci sarebbe… "Si, lo porterebbero a Mosca e lo processerebbero per evasione fiscale. Un gravissimo crimine, no?".

Di Stefania Maurizi http://www.stefaniamaurizi.it/ per "Il Venerdì"

Viktor Bout in una foto per "Men’s Vogue"

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17 giugno 2008

Violazioni “democratiche” internazionali

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Faccio seguire una notizia che è i media italiani si sono ben guardati dal pubblicizzare:

Durante la visìta de Bush a Roma, las fuerzas de seguridad han deplegado una gran cantidad de hombres y medios blindados para repeler la protesta popular y el repudio al carnicero de Bagdad. Estos operativos han provocado molestias y airado rechazo de parte de los vecinos que viven en la proximidad de la embajada de Estados Unidos.

El barrio de los Parioli y las calles colindantes han sido completamente bloqueadas, con la prohibición del aceso a los transeuntes y locatarios. Los policía han impedido con manera groseras e antidemocratica a Gioconda Galán, embajadora del Ecuador, de ir a trabajar en la representación diplomatica suramericana.

Se trata de una violación de los derechos que regulan las actividades diplomaticas, que ha vulnerado el status de Gioconda Galaán y las relaciones con el Ecuador. La embajadora ha protestado con Relacione exteriores de Italia.

da
www.selvas.org/

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16 giugno 2008

Un sogno realizzabile

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I had a dream.
Anche io, nel mio piccolo, ho fatto un sogno.
Ho sognato di vivere in un mondo in cui ciò che mangiavo aveva ancora sapore, perché proveniva dall’orto e dal giardino di fronte a casa mia. Un mondo in cui l’odore del cibo casereccio, lentamente e pazientemente preparato nelle cucine delle case, si impossessava delle strade sostituendo il tanfo omologato dei fast food. Strade senza traffico, ma piene di persone aperte, positive, soddisfatte. Strade popolate di gente di ogni tipo, che si salutava, che si fermava a parlare, spesso addirittura nel proprio dialetto. Gente genuina, socievole, senza abiti firmati né telefoni cellulari.
Ho sognato un mondo in cui le notizie che leggevo sui pochi giornali rimasti erano vere, o per lo meno attendibili. In prima pagina si parlava degli ulteriori progressi fatti nell’autoproduzione di beni e di energia. Non c’erano notizie su ecomafia, su guerre preventive per l’accaparramento di risorse, sui punti percentuali del PIL, e nemmeno sulla campagna acquisti delle squadre di calcio.
Un mondo decisamente strano. Era come se l’apertura mentale e l’accresciuto livello culturale raggiunti nel ventunesimo secolo (o presunti tali) si fossero combinati con la semplicità di quelli precedenti.
I contratti di lavoro stabilivano nella maggior parte dei casi che la settimana lavorativa fosse di venti ore. -Venti ore?! Spesso se ne facevano trenta in due giorni! E come potranno adesso le persone comprare tutte le cose di cui non hanno bisogno?-, pensavo.
Era davvero una situazione surreale!

Le tasse, non essendoci un esercito né compagnie aeree da mantenere, erano per lo più devolute all’assistenza sanitaria (che era vietato per legge privatizzare) e ad una specie di gendarmeria, di cui per altro non capivo bene la funzione, vista la sicurezza della cittadina in cui mi trovavo. Forse, anche con livelli di criminalità incredibilmente bassi -non c’era praticamente disoccupazione, con quel tipo di contratti di lavoro e con una tale diffusione dell’autoproduzione, né tanto meno il disagio sociale provocato dall’era industriale e dai suoi falsi modelli- e di terrorismo praticamente nulli -non andando noi ad occupare le terre altrui, nessuno si sentiva più legittimato a “terrorizzarci”-, era sempre meglio avere qualcuno che mantenesse l’ordine.
La televisione era considerata una moda obsoleta. La maggior parte delle persone la riteneva una perdita di tempo e i pochi che si ostinavano a guardarla qualche ora al giorno, piuttosto che leggere o stare fra parenti e amici, lo facevano più per uno strano attaccamento alle proprie abitudini che non per motivi di informazione o intrattenimento.
C’era ovviamente qualche attività commerciale e un mercatino dell’usato con bancarelle, ma vendevano soprattutto cose utili, ed era come se il denaro non avesse poi troppa importanza.
Non ci potevo credere! Era decisamente troppo!
Era talmente assurdo che mi sono svegliato.
Anche da sveglio, però, non riuscivo a smettere di sognare quello strano mondo, e ho continuato a farlo anche ad occhi aperti.
E continuo ancora adesso!
Chissà, forse è stato un sogno premonitore. Forse, dopo alcuni anni consecutivi di “crescita negativa” dell’economia, di risorse sperperate e di speculazioni finanziarie contro ogni logica ed ogni morale, questa potrebbe essere la realtà.
E di notte sognerò, non rimpiangendolo, il mondo quando non era così.

di Andrea Bertaglio per http://www.decrescitafelice.it

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13 giugno 2008

Bisogna diffidare delle sperimentazioni di guerra climatica realizzate dal Pentagono

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“HAARP è un’arma di distruzione massiccia, capace di destabilizzare sistemi agricoli ed ecologici a livello mondiale.”

“La guerra climatica” è suscettibile di minacciare il futuro dell’umanità, ma è stata esclusa dalle relazioni del GIEC, che ha ricevuto il premio Nobel della pace nel 2007.”

Di rado riconosciute nel dibattito sul cambiamento climatico mondiale, le condizioni meteorologiche nel mondo possono ora essere modificate nel quadro di una nuova generazione di armi elettromagnetiche sofisticate. Gli Stati Uniti e la Russia hanno sviluppato la capacità di trattare il clima a fini militari.

Tecniche di modifica dell’ambiente sono state applicate dall’esercito USA, per più di mezzo secolo.

Il matematico statunitense John von Neumann, legato al dipartimento della difesa degli Stati Uniti, ha cominciato le sue ricerche sulla modifica delle condizioni meteorologiche alla fine degli anni 1940, e si è sviluppato durante la guerra fredda, e prevedeva “forme di guerra climatica ancora inimmaginabili.”

Durante la guerra del Vietnam, le tecniche di semina delle nuvole sono state utilizzate a partire dal 1967, nel quadro del progetto Popeye, il cui obiettivo era di prolungare la stagione dei monsoni e bloccare le vie d’approvvigionamento ostili lungo la strada di Ho-Chi-Minh-Ville (NDT: All’epoca della guerra del Vietnam, Ho-Chi-Minh-Ville era conosciuto sotto il nome di Saigon).

L’esercito USA ha sviluppato funzionalità sofisticate che permettono di modificare le condizioni climatiche in modo selettivo. La tecnologia, che è attualmente perfezionata nel quadro del programma HAARP, High-frequency Active Auroral Research Program (Ricerche nel settore delle alte frequenze applicate alle albe boreali), sono un’appendice dell’iniziativa di difesa strategica, “le guerre stellari”.

Da un punto di vista militare, HAARP è un’arma di distruzione di massa, che opera sull’atmosfera esterna, ed è capace di destabilizzare sistemi agricoli ed ecologici ovunque nel mondo. La modifica delle condizioni meteorologiche, secondo il documento dell’aviazione militare USA, intitolata AF 2025, riporta alla fine: “offre ai militari un’ampia gamma di opzioni possibili per sconfiggere o bloccare l’avversario”, dalla capacità, ci dice, di provocare inondazioni, uragani, siccità e terremoti: “La modifica delle condizioni meteorologiche diventerà un elemento della sicurezza interna e della sicurezza internazionale e potrebbe farsi in modo unilaterale… Potrebbe avere applicazioni offensive e difensive e potrebbe anche essere utilizzata come mezzo di dissuasione. La capacità di generare precipitazioni, nebbia e tempeste su terra o modificare il tempo spaziale… come la creazione di condizioni meteorologiche artificiali è una parte di un insieme integrato di tecnologie (militari).”

Nel 1977, una convenzione internazionale è stata ratificata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite che proibisce, “l’impiego militare e qualsiasi altra forma d’utilizzo ostile delle tecniche di modifica ambientale aventi effetti ampi, duraturi o gravi.” Ha definito “le tecniche di modifica ambientale” come “qualsiasi tecnica per cambiare, grazie ad una manipolazione deliberata dei processi naturali, la dinamica, la composizione o la struttura della terra, tra cui le sue biosfere, la sua litosfera, la sua idrosfera e la sua atmosfera, o lo spazio intersiderale.”

Benché il fondamento della convenzione del 1977, sia stato ribadito nella convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (CCNUCC), firmata al vertice della terra, a Rio nel 1992, il dibattito sulla modifica meteorologica a fini militari è diventato un tabù scientifico. Gli analisti militari sono muti sull’argomento. I meteorologi non indagano sulla questione e gli ecologi si concentrano sulle emissioni di gas a effetto serra ai sensi del protocollo di Kyoto. Non è presa neppure in considerazione la possibilità che le manipolazioni climatiche o ambientali facciano parti de un ordine del giorno militare o del servizio d’intelligence mentre, tacitamente, si riconosce che fanno parte del dibattito più ampio sui cambiamenti climatici sotto l’egida dell’ONU.



Il Programma HAARP

Creato nel 1992, HAARP, basato a Gokona in Alaska, è una rete di antenne di forte potenza che trasmettono onde radio ad alta frequenza, e quantità enormi d’energia nella ionosfera (lo strato superiore dell’atmosfera). La sua costruzione è stata finanziata dall’aviazione militare USA, dalla US Navy e dall’agenzia per i progetti di ricerca avanzata di difesa (Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA)).

Sfruttata congiuntamente dal laboratorio di ricerca dell’aviazione militare e dall’Ufficio della ricerca navale, HAARP costituisce un sistema di antenne potenti capace di creare “modifiche locali controllate della ionosfera”.

Secondo il suo sito Internet ufficiale, http://www.haarp.alaska.edu, HAARP sarà utilizzata: “per indurre un piccolo cambiamento nella temperatura della ionosfera, affinché le reazioni fisiche possano essere studiate da altri strumenti situati nel sito o vicino al sito di HAARP.”

Ma Rosalie Bertel, il presidente dell’istituto internazionale degli affari della sanità pubblica (International Institute lontano Concern foro Public Health), ha dichiarato che HAARP funziona come “un apparecchio gigantesco che può causare importanti perturbazioni nella ionosfera, cosa che crea non soltanto fori, ma lunghe incisioni nello strato protettivo che impedisce alle radiazioni mortali (in provenienza dallo spazio siderale) di bombardare il pianeta.”

Il fisico dott. Bernard Eastlund lo ha chiamato “il più grande apparecchio di riscaldamento della ionosfera mai costruito.” HAARP è presentata dall’aviazione militare USA come programma di ricerca, ma i documenti militari confermano che il suo obiettivo principale è “di indurre modifiche ionosferiche”, in attesa di modificare le condizioni meteorologiche e perturbare le comunicazioni ed i radar.

Secondo una relazione della Duma di Stato russa: “I piani statunitensi che mirano a realizzare esperienze a grande scala, sotto il Programma HAARP (e), di creare armi capaci di rompere le linee di comunicazione radio e le attrezzature installate sulle navi spaziali ed i razzi, causano gravi incidenti nelle reti elettriche e nelle condutture ed i gasdotti, ed hanno un impatto negativo sulla salute mentale di regioni intere.”

Un’analisi delle dichiarazioni, provenienti dall’aviazione militare USA, ci fa pensare all’impensabile: le manipolazioni clandestine di fenomeni meteorologici, delle comunicazioni e delle reti elettriche, come arma da guerra mondiale, permettono agli Stati Uniti di perturbare e predominare regioni intere. La manipolazione meteorologica è l’arma preventiva per eccellenza.” Può essere diretta contro paesi ostili o “paesi amici”, a loro insaputa ed essere utilizzato per destabilizzare le economie, gli ecosistemi e l’agricoltura. Può anche provocare devastazioni sui mercati finanziari ed i mercati dei beni.

La perturbazione nell’agricoltura crea una più grande dipendenza dell’aiuto alimentare e dei grani di cereali di base, importati dagli Stati Uniti e da altri paesi occidentali. HAARP è stata elaborata nel quadro di un partenariato anglo-statunitense tra la Raytheon Corporation, che possiede i brevetti di HAARP, l’aviazione militare USA e la società British Aerospace Systems (BASE).

Il progetto HAARP è uno dei numerosi progetti di collaborazione nel settore dei sistemi d’armamento tra i due giganti della difesa. Il progetto HAARP è stato lanciato nel 1992 da Advanced Power Technologies Inc (APTI), una filiale della società Atlantic Richfield (ARCO). APTI ed i suoi brevetti HAARP sono stati venduti nel 1994 da ARCO a E-Systems Inc. E-Systems Inc impegnato, da contratto, per la CIA ed il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, provvede “al Doomsday Plan (NDT: il piano dell’Apocalisse)”, che “autorizza il Presidente a gestire una guerra nucleare.”

Il tutto è stato, successivamente, acquisito da Raytheon Corporation, una società che è fra i importanti fornitori di informazioni nel mondo. La società British Aerospace Systems (BASE) è stata implicata nello sviluppo della più sofisticata rete di antenne HAARP, nel quadro di un contratto firmato nel 2004 conl’Ufficio della ricerca navale (Office of Naval Research). L’installazione di 132 emittenti di frequenza elevata, è stata affidata da BASE alla sua filiale statunitense BAE Systems Inc.

Secondo un servizio pubblicato in luglio da Defense News, il progetto è stato intrapreso dalla divisione di guerra elettronica della BASE. In settembre, ha ricevuto, dall’agenzia per i progetti di ricerca avanzata di difesa (DARPA), la principale ricompensa per la realizzazione tecnica della concezione, la costruzione e l’attivazione della rete di antenne HAARP.

Il sistema HAARP è interamente operativo e sotto diversi aspetti, eclissa i sistemi di armi strategiche convenzionali esistenti. Benché non esista una prova formale del suo utilizzo a fini militari, i documenti dell’aviazione militare USA lasciano intendere che HAARP fa parte integrante della militarizzazione dello spazio. D’altra parte, è probabile che le antenne siano state già sottoposte a prove di prova. Ai sensi della CCNUCC, il gruppo di esperti intergovernativo sull’evoluzione del clima (GIEC), che ha per mandato “di valutare le informazioni scientifiche, tecniche e socioeconomiche utili per la comprensione dei cambiamenti climatici.” Questo mandato comprende la guerra ecologica. “L’ingegneria geo-industriale” è riconosciuta, ma le applicazioni militari implicite non sono né oggetto d’analisi politica, né l’oggetto di ricerca scientifica nelle migliaia di pagine delle relazioni del GIEC e dei documenti connessi, che tuttavia sono sostenuti dalla competenza ed dai contributi di circa 2500 scienziati, da istanze decisionali ed ecologiche.

“La guerra climatica” può minacciare il futuro dell’umanità, ma è stata esclusa dalle relazioni del GIEC, che ha ricevuto il premio Nobel della pace nel 2007.

di Michel Chossudovsky tratto da http://www.eurasia-rivista.org
L’articolo originale in inglese è pubblicato nella rivista The Ecologist del dicembre 2007. È anche pubblicato nel sito in inglese: (http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=7561)

Per saperne di più: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=2598
                    http://www.sciechimiche.org/scie_chimiche/index.php?option=com_content&task=view&id=267&Itemid=372

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11 giugno 2008

Miracolo sulla Quinta Strada: i barboni ci sono, ma non si vedono

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A New York non ci sono più homeless. A New York non sono mai stati tanti homeless. Homeless: senzatetto, senza casa, senza fissa dimora o, usando il termine più negativo, "barboni".
Per anni la Grande mela è stata il simobolo mondiale dei senzatetto, li trovavi mentre spingevano carrelli del supermercato carichi di borse sulla Broadway, nascosti dentro ricoveri di fortuna costruiti con il cartone davanti alla cattedrale di Saint Patrick sulla Quinta Strada, in fila sdraiati per terra sotto le volte di Grand central Station, sulle panchine del Central Park o a rovistare tra i rifiuti nella Bowery. Oggi sono scomparsi.
La Bowery, dove Keith Haring dipingeca i suoi graffiti spostando mucchi di spazzatura, è stata ripulita e il New Museum è l’ultimo simbolo  della rinascita del quartiere della miseria e dell’immigrazione. Il central Park è un gioiello di prati con l’erba curata, barche sul laghetto e teatro delle marionette per i bambini: ci si può ormai camminare anche la notte.
Grand Central Station è tornata a essere il "salotto dei treni" creato da Cornelius Vanderbilt 95 anni fa: ristoranti di lusso, 68 negozi e le ostriche più fresche della città.
Il portiere dell’Hotel Peninsula ha smesso di spostare chi dormiva di fronte all’ingresso all’angolo della Quinta e i carrelli carichi di borse e lattine si possono vedere in qualche mostra di foto sugli anni Settanta e Ottanta.
Eppure quest’anno New York ha stabilito il record di senzatetto: tra il 2006 e il 2007 sono cresciuti dell’11 per cento, superando quota 35 milan, tanti sono gli homeless censiti dal comune, ma negli ultimi dodici mesi 102.187 persone diverse si sono presentate almeno una volta nei rifugi municipali. Le famiglie costrette a chiedere ospitalità stabiolmente sono 9.297, il numero più alto  nella storia moderna della città, e i bambini senza fissa dimora sono oltre quindicimila. Ma sono diventati invisibili, non li si incontra più. O perlomeno, non li vedono turisti, uomini d’affari, visitatori di musei e abitanti di Manhattan.
Gli homeless sono aumentati, non poteva essere altrimenti in una città dove i prezzi delle case hanno raggiunto cifre stratosfreiche e gli affitti controllati sono diventati una chimera. Ma la politica "legge e ordine" del sindaco Rudolph Giuliani, prima, e quella dell’immagine del suo successore Michael Bloomberg, dopo, hanno nascosto il problema.
"Ci sono due ragioni principali per le quali negli ultimi quindici anni gli homeless sono meno visibili a New York, anche se i loro numeri sono aumentati" spiega Owen Gutfreund, professore del Barnard College di Columbia University, che studia le dinamiche sociali della città. "Innanzitutto, l’amministrazione comunale è diventata molto più aggressiva nel tenere gli homeless fuori dalla vista. La logica con cui vengono giustificate le espulsioni dal cuore di Manhattan è questa: per poter offrire servizi sociali essenziali per i poveri, inclusi gli homeless,la città deve avere proventi dalle tasse, che a loro volta dipendono da un’economia forte. Se permettiamo agli homeless di spaventare i turisti e di far sì che lavorare a New York sia pericoloso e poco piacevole, allora avremo meno soldi per risolvere il problema".
Così, che le spiegazioni socioeconomiche dell’uffizio del sindaco siano corrette o meno, i poliziotti sono diventati inflessibili e i senzatetto hanno dato vita in tre lustri a una migrazione costante verso nord (Harlem e Bronx) e verso est (Brooklyn e Queens). A Manhattan negli ultimi anni era  rarissimo incontrali.
Quest’inverno il settimanale New Yorker è andato a cercarli, per mettere in luce quello che ha definito il "peggior fallimento dell’Amministrazione Bloomberg". E, in una notte di febbraioio, li ho trovati al gelo: Damian, nero, 38 anni, aveva acceso un fuoco sotto il ponte della metropolitana alla 138a Strada ad Harlem; William, 63 anni, sopravvissuto a un cancro, vive nei resti di una roulotte nel Bronx; Lorenzo, 55 anni, immigrato dal Messico, si è costruito casa sotto la rampa dei parcheggi del Giant Stadium; Nancy, 39 anni, vive sotto un ponte sul Bronx River. Le loro vite sono identiche a quelle raccontate nei film della New York del passato.
Però se oggi è più difficile trovare uomini e donne che dormono sulle panchine, nei portono delle chiese, sulle grate degli scarichi del riscaldamento o nelle gallerie delle metropolitane, è anche perché i servizi per gli homeless sono cambiati. "Il vecchio sistema degli shelter" racconta ancora il professore Gutfreund, "i rifugi pubblici, che molti homeless non usavano preferendo vivere in strada, è stato molto migliorato con servizi più efficaci. Ci sono nuovi tipi di assistenza chiamati "alloggio solidale" o "alloggio transitorio", strutture che non offrono solo il sempllice riconovero per la notte, ma sostegno psicologico, training, educazione, terapie e altri servizi mirati ad aiutare i senzatetto a reinserisrci nella società. Molti di questi nuovi approcci ai servizi per gli homeless sono stati creati da associazioni di beneficenza non governative, anche se il Comune ha appoggiato il processo".
Ci sono volontari che avvicinano i potenziali homeless al primo stadio, con discrezione, appena li vedono sbandare, attardarsi in una stazione, alle fermate della metropolitana. Chiedono loro cosa stia succedendo, se hanno perso la casa o il lavoro, e cercano di prenderli in tempo, prima che sprofondino nell’emarginazione. "In più" sottolinea Gutfreund "ora capiamo il fenomeno molto meglio di prima. Abbiamo imparato che quasi tutti gli homelesssono stati precedentemente in almeno uno di quattro luoghi: nell’esercito, in prigione, in una struttura minorile, in ospedale o in case di cura per malattie mentali".
Ci sono percorsi tradizionali che indicano una relazione strettissima tra gli ex carcerati e la vita di strada, così come tra i senzatetto è altissima la percentuale di malati di Aids. Il New York Times, il mese scorso, ha raccontato le storie simbolo di Roy Simmons, 51 anni, ex giocatore professionista di football americano della squadra dei Giants, e di Leon Bradley, 55 anni, guardia giurata e poi piccolo spacciatore, rilasciato dopo quattro anni di carcere.
Du storie lontanissime che si sono incontrate nei dormitori dell’Associazione Praxis, che si occupa di senzatetto sieropositivi. Roy e Leon, con altri quattrocento, sono entrati in un programma che non solo si preoccupa di dare loro un letto per la notte, ma anche assistenza sanitaria, un alloggio di lungo termine e qolloqui di lavoro.
New York è la città degli homeless per antonomasia, ma è anche conosciuta nel resto d’America per avere la più vasta offerta di aiuti. Molte città non hanno sistemi di rifugi, mentre New York ha addirittura una legge che  prevede il "diritto al rifugio", secondo cui la città "non può rifiutare un letto a chiunque ne abbia bisogno". Anche se la Coalition for the Homeless ha denunciato il sindaco Bloomberg per aver preferito una politica di corto respirto; più famiglie nei rifugi ma meno alloggi popolari definitivi. Sono così raddopppiate le spere per tenere aperti gli shelter, ma è crollata l’edilizia popolare o sovvenzionata. Se nel 2004 seimila famiglie in crisi avevano trovato casa grazie ai fondi federali concessi al Comune, lo scorso anno sono state soltanto cinquecento.
E ora la crisi e la recessione sono tornate, ma non come a metà degli anni Settanta, quando la città era sull’orlo della bancarotta, o dopo il crollo di Wall Street che mise fine all’ubriacatura e ai fasti degli Anni Ottanta. Ora la benzina ha raggiunto il suo prezzo record; la crisi dei mutui ha messo per strada due milioni di famiglie che hanno visto la loro casa pignorata; un abitante su dice dnella sola New York ricorre ai food Stamps, i buoni governativi per comprare cibo (vedi il post su questo blog dal titolo: "Colletti blu e dispense vuote nell’America di Bush" marzo 2008); il premio Nobel Muhammad Yunus, banchiere dei poveri del Bangladesh, ha aperto una filiale per microprestiti a Jackson Heights, nel Queens, due fermate di metropolitana dal Rockefeller Center.
Così gli homeless si stanno riaffacciando anche a Manhattan, percorrendo al contrario le strade che li avevano espulsi dal cuore della città. Scendono da nord, da Harlem e dal Bronx, un anno fa erano arrivati alla 96a Strada, poco sotto la Columbia Univeristy; poi, mese per mese, hanno preso coraggio e ora sono alla 72a, a soli dieci isolati dal palazzo per appartamenti più caro di New York: 15 Central Park West.
di Mario Calabresi per "Il Venerdì"
 
Per saperne di più:

Homeless-Streets

 
10 giugno 2008

Ma chi vuole veramente una giustizia efficiente?

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Quasi in contemporanea con il suadente intervento del Ministro Alfano al XXIX Congresso dell’Associazione Nazionale magistrati, ed alle sue promesse di interventi organici e strutturali per porre rimedio al grave deficit di efficienza di cui patisce la giustizia, il Presidente del Consiglio lanciava davanti ad una platea di giovani industriali il suo annuncio di un prossimo intervento (fortunatamente, non in via d’urgenza, ma nelle forme più meditate del disegno di legge) per limitare l’accesso alle intercettazioni telefoniche alle sole indagini per terrorismo e criminalità organizzata.

Difesa della privacy delle persone da un lato, necessità di ridurne i  costi elevati dall’altro, costituiscono le ragioni scatenanti di un provvedimento che – è facile prevedere  – di fatto azzererà molti processi già in corso, e impedirà in futuro la ricerca della prova per molte ipotesi di reato.

Ma questo pericolo non sembra interessare il Presidente del Consiglio che, appunto, ha ben presenti le priorità che il suo governo deve perseguire: in nome delle quali, evidentemente, anche quelle suadenti promesse del Ministro Alfano paiono retrocedere nel sempre tristemente frequentato terreno della della propaganda politica.

Perchè è sotto gli occhi di tutti che un divieto così rigido costituirà un macigno che si abbatterà sul processo penale e sulla possibilità di farne luogo di accertamento dei reati e della responsabilità di chi li ha commessi: ed a questa nostra giustizia già così sofferente ed in crisi di effettività, si aggiungerà quest’ulteriore, in molti casi letale, ostacolo al perseguimento dei suoi scopi.

Certo, diminuiranno i processi: ma non per una felice riduzione dei tassi di criminalità della popolazione del Paese, o per una razionale revisione del terreno di intervento del diritto penale, quanto per l’impossibilità di utilizzare uno strumento di indagine che si è rivelato essenziale e determinante in tante vicende processuali. Se è questa la via per la deflazione della giustizia italiana…

di Rita Sanlorenzo (Segretario generale di Magistratura Democratica) per www.articolo21.info

intercettazioni

9 giugno 2008

Souvent impunis, les crimes racistes se multiplient en Russie

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Diffusée sur Internet en août 2007, une vidéo montrant des néonazis russes en train de décapiter un homme et d’en tuer un autre d’une balle dans la nuque vient d’être reconnue comme authentique par le parquet russe. L’une des victimes a été identifiée. Il s’agit de Chamil Oudamanov, un jeune Daghestanais d’une vingtaine d’années, dont la famille était sans nouvelles depuis près d’un an. Jeudi 5 juin, le parquet russe a confirmé l’identité de la victime. Une enquête a été ouverte.

Difficile d’identifier les hommes masqués vêtus de tenues de camouflage, qui font le salut nazi après avoir assassiné les deux victimes agenouillées et bâillonnées. Revendiqués par une formation politique inconnue, le "Détachement combattant du Parti national-socialiste russe", les assassinats ont été perpétrés en plein jour, dans une forêt peu identifiable où un drapeau orné d’une croix gammée a été tendu entre deux arbres. Le film de deux minutes, intitulé Arrestation et exécution de deux envahisseurs, un Tadjik et un "Dag" (de Daghestan, une région du sud de la Russie), s’était retrouvé en accès libre sur Internet pendant quarante-huit heures à l’été 2007. La vidéo véhiculait le programme du Parti national-socialiste russe, soit "la lutte armée contre les envahisseurs noirs (ressortissants du Caucase et d’Asie centrale) et les fonctionnaires de la Fédération russe qui les soutiennent". Suivait un appel à télécharger et à diffuser le clip : "Gloire à la Rous, noyau slave, originel et orthodoxe de la Russie actuelle ! Nous attendons de toi une large diffusion."

Quelques jours plus tard, la police arrêtait le blogueur qui avait mis le clip en ligne, un jeune homme d’une vingtaine d’années, Viktor Milkov, étudiant à Maïkop (sud de la Russie). Il avait expliqué avoir reçu les images par un envoi anonyme et ne rien connaître des auteurs des assassinats. Il purge une peine d’un an de prison pour incitation à la haine raciale.

MEURTRES À L’ARME BLANCHE

A l’époque, le parquet avait expliqué que la vidéo était probablement un "montage", une thèse soutenue par les principaux partis ultranationalistes, prompts à dénoncer une provocation. Le clip avait suscité un débat dans la presse, non pas sur le racisme, mais sur l’opportunité de censurer la Toile.

La vidéo avait été l’une des plus regardées pendant les quarante-huit heures de sa diffusion, selon un classement du premier moteur de recherche russe, Yandex. Elle avait ensuite alimenté la blogosphère. Des appels à "continuer l’action contre les Caucasiens", une population sur laquelle se focalise le racisme en Russie, s’étaient répandus sur les sites ultranationalistes.

Selon un rapport du bureau moscovite pour les droits de l’homme, publié en janvier 2008, 74 meurtres à caractère raciste ont été commis en Russie en 2007, soit 20 % de plus qu’en 2006. De janvier à mars 2008, 28 personnes au faciès non slave ont été tuées, le plus souvent à l’arme blanche. Les personnes originaires d’anciennes républiques soviétiques comme l’Azerbaïdjan, l’Ouzbékistan, le Tadjikistan, l’Arménie sont, avec les Africains, les premières victimes de ces violences. Les musulmans du sud de la Fédération de Russie – Tchétchènes, Ingouches, Tcherkesses, Daghestanais – sont eux aussi visés. Ces crimes sont rarement qualifiés d’actes racistes par la justice. Le plus souvent, leurs auteurs sont condamnés à des peines minimes pour "hooliganisme".

Un semblant de prise de conscience émerge. Il y a quelques mois, le chef de la police de Moscou a ainsi organisé un séminaire de travail pour sensibiliser ses policiers à ce sujet. La chaîne publique RTR a ensuite rendu compte de l’événement. Elle a cru bon de l’illustrer par une enquête. Les images montraient des agressions contre des Caucasiens et des ressortissants d’Asie centrale, pourchassés et battus par des jeunes au crâne rasé. "Pourquoi font-ils cela ? Les ultranationalistes prétendent que ces ressortissants sont des criminels, ils n’ont pas tort", disait le commentaire.

Marie Jégo – Le Monde

h_9_ill_1055516_russie-neonaziLa vidéo diffusée en août 2007 et montrant l’assassinat de deux personnes par un groupe néonazi inconnu.

6 giugno 2008

Contro le cluster bombs, un atto di civiltà

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ADOTTATO IL TESTO DEL TRATTATO PER BANDIRE LE CLUSTER BOMBS. ANCORA UNA VITTORIA DELLA SOCIETA’ CIVILE
Dublino, 30 Maggio 2008: Dopo dieci giorni di intensi negoziati, i delegati di 110 Paesi hanno adottato un trattato che proibisce la produzione, l’uso e il commercio delle bombe a grappolo a causa delle loro inaccettabili conseguenze umanitarie.

“La conclusione del trattato è una vittoria della società civile e di alcuni stati fortemente determinati ad evitare la catastrofe umanitaria che potrebbe derivare dall’uso massiccio di queste armi. , Malgrado le pressioni di interessi forti ed i tentativi di alcuni Paesi partecipanti di modificare il testo per salvaguardare i propri arsenali , le delegazioni riunite a Dublino hanno saputo far prevalere le ragioni delle vittime e la necessità di prevenire ulteriori sofferenze,” dichiara Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna Italiana contro le Mine.

Al trattato, concluso anche grazie alla pressione di centinaia di attivisti e vittime delle cluster bombs riuniti nella Cluster Munitions Coalition, aderiranno anche alcuni dei principali produttori, utilizzatori e detentori di munizioni cluster.

L’unico difetto del trattato – che contiene anche disposizioni molto concrete e positive sull’assistenza alle vittime ed alle comunità colpite – è costituita dall’inserimento di un articolo per permettere la partecipazione ad operazioni militari congiunte con stati che non aderiranno all’accordo e che potrebbero utilizzare munizioni cluster. Questa disposizione, voluta principalmente dai Paesi NATO, tra cui l’Italia, dovrà essere interpretata in maniera restrittiva, per evitare che gli stati aderenti al trattato compiano azioni (tra cui assistere intenzionalmente gli alleati nell’uso di munizioni cluster ed ospitare stock di tali munizioni sul proprio territorio) che ne violano lo spirito.

La delegazione italiana presente a Dublino ha dichiarato il proprio sostegno al testo del trattato, e il 28 maggio il Senato della Repubblica ha votato all’unanimità un ordine del giorno bi-partisan recante un parere favorevole sulla messa al bando delle cluster bombs.

“Siamo certi che questa comunione di intenti tra maggioranza ed opposizione su una questione umanitaria di primaria importanza agevolerà la ratifica in tempi brevi del trattato, e assicurerà che all’impegno politico si accompagni un contributo concreto alla soluzione dei problemi causati da queste armi, attraverso il riadeguamento del Fondo per lo Sminamento Umanitario,” conclude Schiavello.
Il Fondo per lo Sminamento umanitario istituito nel 2001 con una dotazione di 15 milioni di euro per un triennio ha subito nel tempo tagli costanti sino ad arrivare a poco più di 5 milioni di euro previsti per il triennio 2007-2009, anche questo in modo bi-partisan senza eccezioni.

Tratto da www.campagnamine.org

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